A San Paolo un asilo infantile porta il nome di suor Do¬rothy Stang. A Xinguara (nel Pará) le è stato intitolato un centro educativo; a Jacundà (nel medesimo Stato) una scuola media. Su di lei sono stati pubblicati libri e girati documentari. Ma, più delle pietre che portano il suo nome o delle opere che le sono state dedicate, la memoria della «martire dell'Amazzonia» - uccisa il 12 febbraio 2005 nei pressi di Anapu, nel Pará da due sicari al soldo di fazendeiros locali - sopravvive nella gente. La sua gente: i contadini senza terra, gli indios, i poveri. E il «Comitato Dorothy» a Belém ne continua l'opera in difesa dei diritti umani e contro le vittime della violenza, sulle orme dell'impegno pluridecennale di sister Stang.
«La figura di suor Dorothy - conferma padre Nello Ruffaldi, missionario del Pime in Amazzonia - è diventata un simbolo nella costruzione di un mondo alternativo, ispirato ai valori della giustizia e della pace, al Vangelo». Padre Nello ha conosciuto la religiosa americana da vicino e a lungo.
Come ha incontrato suor Dorothy?
Ci siamo incontrati per la prima volta nel 1978. Quattro anni prima avevo iniziato a organizzare la pastorale indigenista in un vasto territorio che comprendeva il Pará e l'Amapá, due Stati con un'estensione pari a sei volte l'Italia. Ero stato eletto nella prima assemblea del Cimi (Consiglio Indigenista Missionario) del 1975, mentre operavo come parroco a Nostra Senhora das Graças in Oiapoque, al confine con la Guiana Francese. Una parrocchia estesa come l'intera Toscana, ma con solo 15 mila abitanti, molto dispersi fra loro. Incoraggiato dal vescovo Giuseppe Maritano, accettai l'incarico, ma a condizione di iniziare le attività nel 1978. Una consorella di suor Dorothy, Rebeca, si offrì di aiutarmi a incominciare il nuovo impegno. Nel gennaio 1978 suor Do¬rothy viene a cercarmi al Pime di Belém per avviare la collaborazione della sua consorella.
Come stavano operando le suore?
Dorothy e Rebeca erano incaricate di accompagnare una decina di comunità senza prete sulla strada conosciuta come PA 70 (oggi BR 222), che collegava Marabá alla Belém-Brasilia. Le suore davano corsi biblici in tutta la diocesi e organizzavano le comunità ecclesiali di base. Erano i tempi della dittatura e in diocesi era presente la famigerata guerrilha do Ara¬gauia, per reprimere la quale furono ingaggiati ventimila militari. Le suore furono chiamate dall'alto comando militare nella regione e il padre che le accompagnava, José Malboni, fu torturato; da allora non si è più ripreso completamente. Le suore affontarono la situazione con molto coraggio.
Avete lavorato insieme?
Quando l'ho conosciuta, suor Dorothy lavorava con Rebeca a Vila Habel Figuereido, una cittadina nata a partire da una strada aperta nella foresta. Era il centro di decine di comunità che le suore attendevano, sostituendo i padri che venivano, saltuariamente, per i sacramenti e la Messa. Dorothy e Rebeca venivano dal Maranhão, uno stato un poco più a Est, da dove il popolo era emigrato in cerca di una terra sua. Le suore lo avevano seguito. A partire dal nostro incontro, suor Rebeca, sostenuta dal vescovo di Marabá e referente del Cimi, si unì a me nella missione tra gli indios. Suor Dorothy seguì un altro cammino, accompagnando il popolo migrante dei contadini in cerca della terra, lungo la nuova strada aperta, chiamata PA 150. Varie città sorsero su questa strada. Dorothy si stabilì in Jacundà. Tuttavia siamo rimasti molto, ma molto uniti. Contadini e indios erano due cause che nella verità si riducevano a una. An¬che se non ero più ufficialmente parroco a Oiapoque, il vescovo non aveva ancora incontrato chi mandare a sostituirmi e suor Dorothy mi aiutò nel lavoro pastorale, realizzando visite e catechesi in città e nei villaggi dell'interno, viaggiando anche sull'oceano per raggiungere i luoghi più lontani.
Che ricordi hai di lei?
Quando Dorothy veniva a Belém si sentiva a casa da noi. Pran¬zavamo insieme. Sentiva la necessità della verdura che non trovava dalle sue parti in Anapu. Ogni tanto le piaceva anche una birra o una caipirinha che io preparavo e lei apprezzava. Era bello stare insieme. A volte mi sembrava che si lamentasse troppo.
Successivamente ho capito perché: la situazione era veramente drammatica. I contadini non potevano sopravvivere quando erano minacciati di morte. Mi mostrava case bruciate di contadini e veniva con documentazione da riprodurre e mandare alle autorità. I sicari, che l'avrebbero ammazzata, intimavano che i coloni abbandonassero la loro casa, sennò, dicevano, «prima esplodiamo il cervello di questi bambini e dopo il vostro». Facevamo il possibile per aiutarla. Pochi giorni prima della morte, venne da noi, facendo 400 copie di documenti per un dossier diretto a una ventina di autorità a Brasilia, da mandare tramite un ministro presente a Belém. La missione tra gli indios e i contadini senza terra aveva molto in comune: il sogno di una società nuova che avesse come legge la priorità del bene comune e non l'appropriazione egoistica della terra e dei suoi beni.
Nel nostro primo incontro dei popoli indios tupi ad Altamira, al ritorno ci fermammo a villa Nazaré. Lì ad accoglierci c'era Dorothy e il suo nuovo popolo: una cena abbondante e un incontro a ruota, che si tradusse in una specie di alleanza: indios e contadini uniti nel sogno di un Regno di pace e di giustizia.
Cosa l'ha più colpita della sua figura e dell'azione da lei condotta?
La caratteristica delle nostre Chie¬se è l'immobilità. Si aspetta che qualcuno venga: alla Messa, a chiedere il catechismo della Prima Comunione, della Cresima; l'unzione degli infermi, la celebrazione del matrimonio... Dorothy non aspettava. Seguiva il popolo migrante, alla ricerca di una terra sua, il popolo in conflitto con gli usurpatori della terra. Difendendo il diritto alla terra, voleva anche difendere il diritto della terra ad essere rispettata, il sogno di un mondo differente. Dorothy seguiva il popolo e non apettava che il popolo la cercasse, immagine del Verbo Incarnato che piantò la sua tenda tra noi. Chiamata a insegnare in una scuola nel Maranhão, sceglie con le altre suore l'educazione popolare. Ma il popolo senza terra emigra e lei e Rebeca lo seguono nel sud del Pará. Poi il popolo perde la sua terra e migra sulla nuova strada PA 150. Le due suore si dividono: Rebeca nella pastorale tra gli indios e Dorothy seguendo il popolo migrante.
Sempre territorio nuovo e lotta, perché la terra, conquistata dai contadini, era tolta, sequestrata, venduta. Dorothy continuava lottando e informando fino all'ultimo. Intanto il popolo continuava a emigrare, stavolta in direzione della Transamazonica.
Un esodo permanente...
Nella Prelazia dello Xingú (estesa quanto l'intera Italia), Dorothy si presenta al vescovo così: «Voglio andare nel punto della diocesi piú trascurato e con meno presenza di Chiesa». Viene inviata sulla Tran¬samazonica di Altamira per Marabá. Una volta arrivata, chiede ospitalità nella casa di un contadino dove abita per due anni. Intanto apre un centro all'altezza del chilometro 90 e ricava una stanzetta per sé. Lì inizia una scuola che riscuote un grande successo; dopodiché inizia altre attività per promuovere il nuovo centro urbano, chiamato Anapu, che rapidamente acquista importanza. Seguire il popolo dove va e mai lasciarsi vincere, ma continuare a lottare sempre: questa la sua eredità.
Quali aspetti del suo martirio hanno lasciato maggiormente un segno nella vostra gente?
Il martirio di Dorithy ha richiamato l'attenzione sulla situazione del pianeta minacciato di morte e di una società che nega il diritto ai più poveri di costruirsi un futuro secondo la legge.
Suor Dorothy, una donna di 74 anni, a fianco del popolo sofferente in nome del Vangelo, ha scosso molta gente accomodata ed entusiasmato i giovani. Riaffermando che «un altro mondo è possibile». Il martirio di suor Dorothy ha segnato molte persone, per la sua non violenza e pedagogia, e incentivato a continuare la lotta per i diritti, no¬nostante le enormi difficoltà.
Che tipo di spiritualità ha lasciato suor Dorothy?
Un spiritualità che unisce l'amore a Dio con l'impegno sociale e un forte coinvolgimento col popolo sofferente. Una spiritualità marcatamente femminile, di amore per la terra, nostra madre.
A che punto è l'indagine sul suo omicidio?
L'assassinio di suor Dorothy non è stato investigato a fondo. Come per Chico Mendes, le indagini si sono fermate agli esecutori materiali e alla condanna dei mandanti primari. Il crimine organizzato che devasta l'Amazzonia non è sotto esame. Il processo contro le cinque persone accusate formalmente va a rilento. I due esecutori hanno già scontato parte della pena; l'intermediario gode di privilegi (visite fuori della prigione) e per i due mandanti il processo è in alto mare.
Come la ricorda la gente?
Il popolo del «progetto di sviluppo sostenibile», come definito dall'Istituto di Riforma Agraria (Incra), continua a rivendicare i suoi diritti per causa sua: perché lei è morta per loro. Ma anche la gente di Belém e di fuori vede in suor Dorothy un modello per non desistere dalla lotta.
Nella vita ecclesiale, il nome di suor Dorothy risuona ancora o la sua memoria si è offuscata?
No! La Chiesa e anche l'autorità, vedono in suor Dorothy un esempio e un modello. A cominciare dalle esequie solenni nella chiesa di Santa Maria Goretti, presiedute dall'arcivescovo, dom Orani Tem¬pesta, la Chiesa ha valorizzato il martirio e la testimonianza di suor Dorothy Stang.
Chi è
Nato nel 1942 nel Grossetano, padre Nello Ruffaldi, (nella foto con suor Dorothy) missionario del Pime, è partito per il Brasile nel 1971. Attualmente segue i villaggi nel municipio di Oiapoque e altri due nel Pará. Da anni è impegnato nella pastorale indigena, sia sul versante dell'evangelizzazione e della formazione per i ministeri, sia nell'ambito della comunicazione (collabora a una rivista bimestrale per gli indios e a un notiziario radio settimanale). È attivo nelle campagne in difesa dei diritti dei popoli indios. n