MissiOnLine.org Speciale/4. Parla dom Demetrio Valentini «Ieri i padri-coraggio, oggi è l'ora dei laici» Demetrio Valentini, Brasile, martiri, Romero Il vescovo brasiliano, uno dei presuli più in vista del continente, legge la situazione attuale e va controcorrente: «Ora la Chiesa è meno profetica e la sua voce meno forte»

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La rivistaMarzo 2010
Romero e i suoi figli


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01/03/2010   
Speciale/4. Parla dom Demetrio Valentini
«Ieri i padri-coraggio, oggi è l'ora dei laici»
di Mauro Castagnaro
Il vescovo brasiliano, uno dei presuli più in vista del continente, legge la situazione attuale e va controcorrente: «Ora la Chiesa è meno profetica e la sua voce meno forte»

Dom Demetrio Valentini (nel riquadro), vescovo di Jales, nello Stato di São Paulo, è uno degli esponenti di spicco della Conferenza nazionale dei vescovi del Brasile (Cnbb) e presidente della Caritas nazionale. Membro della Com¬missione post-sinodale del Sinodo delle Americhe e di Amerindia, la rete continentale dei teologi della liberazione, è stato delegato alla IV e alla V Conferenza generale dell'episcopato latinoamericano, svoltesi rispettivamente nel 1992 a Santo Domingo e nel 2007 ad Aparecida.

A trent'anni dall'omicidio di mons. Romero, in che misura la Chiesa latinoamericana continua a sperimentare il martirio?
La situazione è molto cambiata rispetto ad allora. Le disuguaglianze sociali esistono ancora, ma non sono più motivo di tensioni, come in passato, quando erano utilizzate anche quale fattore di scontro in un mondo bipolare, diviso tra due superpotenze (gli Stati Uniti e l'Unione sovietica), come ai tempi di monsignor Romero. In Brasile, ad esempio, stiamo concludendo in questi giorni le celebrazioni del centesimo anniversario della nascita di dom Helder Camara, arcivescovo di Olinda e Recife dal 1964 al 1985. Dom Helder è morto solo dieci anni fa, ma la sua figura appare già molto distante dall'attuale situazione ecclesiale.

In che senso?
Oggi il protagonismo politico e sociale si è molto diluito in diversi movimenti sociali, alcuni dei quali suscitati dalla stessa Chiesa. Ma ormai non è più la Chiesa che stimola i progressi a livello sociale. Oggi la Chiesa latinoamericana è meno profetica e, di conseguenza, meno esposta al martirio.

Vi sono esempi paradigmatici di martiri per la Chiesa latinoamericana di oggi?
Suor Dorothy Stang, assassinata nel 2005 su ordine di latifondisti in Amazzonia, esemplifica il nuovo tipo di martirio cui è oggi esposta la Chiesa. I martiri sono vittime di individui, non direttamente del sistema. Lo stesso succede con dom Erwin Krautler, vescovo della prelatura apostolica dello Xingu, nel cui territorio viveva la missionaria statunitense: il governo gli garantisce una protezione della polizia, perché egli è minacciato di morte da individui cui danno fastidio le sue critiche. Ma la posizione di dom Erwin appare personale: la gente non vede più in questi casi il riflesso di una causa portata avanti dalla Chiesa, ma la testimonianza individuale di alcuni singoli.

Sembra che ai tempi di monsignor Romero minacce e omicidi di leader della Chiesa fossero dovuti a ragioni strettamente politiche (opposizione a governi, appoggio a movimenti favorevoli al cambiamento, ecc.), mentre oggi prevalgono i motivi di ordine sociale e, in alcuni casi, legati alla difesa dell'ambiente (contro grandi progetti minerari, dighe, inquinamento, ecc.). È così? Quali sono oggi le cause principali di minacce e morte per vescovi, preti e suore?
Negli ultimi sei mesi del 2009 in Brasile sono stati uccisi sei preti, tra cui il missionario italiano don Ruggero Ruvoletto, vittime della violenza urbana, che ormai non risparmia nessuno. In passato, quando la Chiesa si impegnava maggiormente sul piano sociale, accadeva che molte volte i preti fossero risparmiati quando si verificavano assalti o sequestri. Adesso la figura del prete non è più emblematica di un'opzione sociale che incute rispetto.

Quando si parla di martiri in America Latina si pensa sempre a vescovi e preti, sebbene i laici siano stati la grande maggioranza. Si tratta di vittime ignote? E perché?
Senza dubbio questo fatto di mettere in evidenza membri del clero o di congregazioni religiose riflette una situazione ecclesiale caratterizzata dalla preminenza della gerarchia e dall'occultamento dei laici. Tale tendenza pare rafforzarsi oggi, con la riduzione del protagonismo dei laici, pur di fronte allo scarso intervento della gerarchia ecclesiale nelle questioni sociali e politiche. A me sembra che stiamo andando verso una situazione in cui la Chiesa è sempre meno significativa per le società latinoamericane.

Perché, di tutta questa folta schiera di martiri della Chiesa latinoamericana, nessuno, a cominciare dallo stesso Romero, è stato sin qui canonizzato dalla Chiesa universale?
La canonizzazione di monsignor Romero e di tanti altri martiri che potrebbero essere inclusi (come molte volte si fa, citando il nome di un protagonista e aggiungendo «e i suoi compagni») sarebbe un buon modo per riconoscere - almeno in minima misura - la validità dello sforzo compiuto dalla Chiesa dell'America Latina per essere fedele al Vangelo e porsi al servizio della vita del popolo. Il grande rischio nell'«incaponirsi» a non canonizzare monsignor Romero consiste nel pericolo che la Chiesa latinoamericana perda l'attaccamento alla propria identità cattolica. La Chiesa dell'Ame¬rica Latina si è sempre mostrata molto sensibile all'importanza della comunione ecclesiale. Ma nella misura in cui percepisce che il suo volto ecclesiale non è valorizzato da Roma, o giunge addirittura a essere messo in discussione, diminuirà nel popolo l'impegno di fedeltà cattolica, con la facile adesione ad altre comunità ecclesiali. Quello che è in gioco nel modo di Roma di rapportarsi con la Chiesa dell'America Latina è l'identità cattolica del popolo latinoamericano. E questo dovrebbe essere considerato con molta maggiore attenzione dalla Chiesa universale.


Chi è

Luiz Demétrio Valentini, 70 anni, è una voce molto significativa dell'America Latina. Da ventotto anni è vescovo di Jales, nella regione di San Paolo; è presidente della Caritas brasiliana e della Commissione pastorale per i migranti. Da sempre accanto alle figure più esposte nell'impegno sociale della Chiesa nel Continente, fa parte di Amerindia, la rete di teologi e vescovi vicini alla teologia della liberazione. Ha partecipato alle ultime due Assemblee generali dell'episcopato latino-americano, svoltesi a Santo Domingo nel 1992 e ad Aparecida nel 2007.

 

Il ricordo di mons. Gerardi


«Se c'è qualcosa che ha caratterizzato la vita del vescovo Juan José Gerardi (ucciso il 26 aprile 1998 - ndr) è stata la sua passione per la verità, la giustizia, la libertà e l'amore per i poveri e gli esclusi. Questa passione lo ha portato a elaborare e sostenere il progetto denominato Proyecto de recuperación de la memoria histórica (Remhi). Infaticabilmente, fino all'ora della morte, ha cercato di aprire spazi che offrissero alla società guatemalteca un'alternativa di vita e non di morte, come invece faceva la repressione senza nessuna misericordia. Annunciava e difendeva il valore della vita umana, come parte essenziale del progetto di Dio, contro tutto ciò che la distruggeva: gli assassini extragiudiziari, le persecuzioni ai danni dei difensori della giustizia, la miseria e la povertà estrema che generavano fame e denutrizione nella sua terra. Il sogno immenso del vescovo Gerardi è stato quello di raggiungere una pace stabile e duratura nel quadro di una riconciliazione che aiutasse a sanare le ferite profonde che il conflitto armato aveva provocato con il suo tragico strascico di morte e di violenza. In America Latina sono tanti i laici e le laiche, i vescovi, i sacerdoti, i catechisti e le persone interamente consacrate a Dio che hanno versato il loro sangue per seguire Gesù in modo fedele e coerente. E questo è successo in modo particolare in Guatemala, dove quattordici sacerdoti sono stati assassinati durante il conflitto armato, insieme a numerosi cristiani che non hanno avuto paura di morire. Le parole di Gesù ratificate dal suo esempio - "non abbiate paura di chi uccide il corpo" - hanno orientato la loro esistenza, hanno animato il loro spirito, li hanno resi audaci e coraggiosi».

Alvaro Ramazzini Imeri, vescovo di San Marcos in Guatemala

 



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