CRISTIANESIMO, islam, religioni tradizionali. Il Nord del Ca¬merun è una regione bellissima e complessa. Bellissima di savane sterminate e di montagne ardite. Bellissima anche di una varietà straordinaria di popoli, culture, tradizioni, religioni. Che vivono in sostanziale pace e armonia. Ma che sempre più devono confrontarsi con i cambiamenti dei tempi e della società. E anche tra di loro.
Nuove esigenze e nuove sfide mettono in questione antiche tradizioni. O le rielaborano, non senza elementi di problematicità. Come ha messo in evidenza il vescovo di Yagoua, mon. Barthélemy Yaouda Hourgo, in una recente lettera pastorale sull'iniziazione tradizionale.
Nonostante la regione sia stata in buona parte islamizzata (75 per cento di musulmani) e sia presente una minoranza cristiana (circa l'8 per cento della popolazione), alcune pratiche tradizionali restano ancora forti e non solo presso quei popoli che continuano a praticare le religioni africane. Una di queste, appunto, è quella dell'iniziazione tradizionale, che in questi ultimi anni è stata in un certo senso riscoperta e nuovamente praticata su larga scala, anche da chi l'aveva abbandonata. Il che, a detta del vescovo, pone qualche problema. E non perché l'iniziazione non abbia un valore in sé. Ma perché si rifà a vecchie pratiche e, purtroppo, sempre più spesso, a nuovi disvalori, in contrasto con il cristianesimo.
«Molte società tradizionali - scrive il vescovo - hanno istituito l'iniziazione come strumento di educazione per la formazione della personalità del ragazzo. Al termine del ciclo iniziatico, i giovani erano pronti ad affrontare la vita con sicurezza e fierezza, tanto quanto i diplomati di oggi. L'iniziazione tradizionale era la grande scuola di integrazione alla vita».
QUALCOSA però, nel tempo, è cambiata. Innanzitutto, per una pesante intromissione delle autorità politico-amministrative nella vita delle comunità locali. E così, attorno alla metà degli anni Settanta, nel Nord Camerun, l'iniziazione tradizionale è stata repentinamente sospesa. «Questa rottura inattesa - commenta il vescovo - ha creato un vuoto psicologico e l'emergere di una generazione a cavallo tra la tradizione dimenticata e la modernità mal assimilata. Il mancato radicamento culturale che ne è seguito ha provocato un storpiamento dell'identità culturale e uno squilibrio interiore di questi giovani, che non avevano più riferimenti ai valori fondamentali».
A ciò si aggiungono i cambiamenti sociali provocati da un massiccio processo di urbanizzazione, il contatto con alcuni aspetti - specialmente quelli consumistici - della cultura occidentale, la disgregazione della famiglia allargata, le difficoltà economiche che hanno provocato una forte immigrazione verso il sud del Paese... Inoltre, alcuni segni e simboli, che erano eloquenti nel passato, oggi hanno perso il loro significato. Per non parlare poi, al lato pratico, del fatto che perdere tre mesi di scuola per partecipare al processo di iniziazione si trasforma in una forma di ingiusta penalizzazione dei bambini.
«L'iniziazione tradizionale - continua il vescovo - non rappresenta più un passaggio obbligato di integrazione sociale. Questo non significa non considerare l'apporto dell'iniziazione all'educazione intellettuale. Le due possono armonizzarsi e completarsi. Si tratta di farne ricorso e non semplicemente di fare ritorno in modo puro e semplice all'iniziazione tradizionale».
Eppure, è proprio quello che sta avvenendo e che sta allarmando diverse persone, non solo in ambito cristiano. Dopo alcuni decenni in cui è stata in qualche modo accantonata, l'iniziazione tradizionale è tornata in auge, repentinamente, talvolta in maniera improvvisata, spesso senza lo spessore di un tempo, quando realmente rappresentava un percorso iniziatico ai valori fondamentali e alle responsabilità della vita adulta.
Secondo alcuni osservatori, il ritorno della pratica dell'iniziazione, anche presso i cristiani, è una sorta di duplice risposta: da un lato, al disorientamento provocato dall'imporsi di uno stile di vita di stampo occidentale; dall'altro, alla presenza di un islam più aggressivo, influenzato dalle correnti wahhabite sempre più presenti anche in questa regione dell'Africa.
Questa nuova faccia dell'islam, fatta di predicatori stranieri, di libri e video con accenti fondamentalisti, risveglia i fantasmi del passato. Molti popoli autoctoni, infatti, non hanno dimenticato la prima penetrazione dell'islam, arrivato nel Nord del Camerun, attraverso le migrazioni dei peul, a inizio Ot¬tocento. Questo popolo battagliero di pastori nomadi - che qui hanno preso il nome di fulbé - conquistarono buona parte del territorio, convertendo le popolazioni. La regione venne organizzata in lamidati, una sorta di dipartimenti, che assomigliano però a dei piccoli regni, tuttora molto potenti.
Non tutti i popoli del Nord Camerun, tuttavia, accettarono di sottomettersi alla religione degli «stranieri». Molti, come i kapsiki che vivono sulle montagne al confine con la Nigeria, combatterono fiere battaglie per difendere la propria identità, cultura e religione. Il ricordo di quelle gesta rimane forte ancora oggi e si tramanda nelle leggende e nelle danze di guerra, che rievocano la resistenza contro gli invasori fulbé.
ANCHE IL RITORNO all'iniziazione tradizionale può essere letto come un mezzo per riaffermare la propria identità, che la gente avverte minacciata dalla presenza di un islam più integralista e dalle suggestioni del mondo occidentale. Per il vescovo di Yagoua, tuttavia, «l'iniziazione tradizionale, così come è vissuta oggi, presenta delle lacune e degli adattamenti malsani, e non è in grado di rispondere alle sfide della crisi morale che interessa la nostra gioventù». In particolare, il vescovo sottolinea alcune «derive» legate, ad esempio, all'uso di alcolici nei luoghi dell'iniziazione: «Questo - dimostra l'insufficienza, la fragilità, l'improvvisazione e l'inadeguatezza del sistema iniziatico attuale».
Come ripensare, dunque, questa pratica anche alla luce della fede cristiana? Il problema si pone con urgenza, dal momento che pure molti cattolici stanno tornano oggi a questa tradizione, dando vita a forme di sincretismo inaccettabili per la Chiesa.
«Coloro che hanno conosciuto Gesù - precisa il vescovo - e l'hanno accettato come Maestro, dopo aver fatto l'esperienza dell'iniziazione tradizionale, possono apportare al cristianesimo un aspetto importante: si tratta del senso e della fierezza dell'appartenenza a una comunità, a una famiglia e a un popolo. L'identità cristiana si trova, in questo caso, senza ambiguità, arricchita dalla coscienza di essere membro di una comunità. Il problema più difficile riguarda coloro che vogliono tentare un'esperienza iniziatica tradizionale dopo aver fatto l'iniziazione cristiana».
Per il vescovo è «inaccettabile, anormale e incomprensibile» che un cristiano si prosterni e faccia sacrifici agli spiriti maligni, «pretendendo di continuare a professare la fede monoteistica cattolica».
Tuttavia, quello che propone non è una rottura, ma una rilettura dell'iniziazione tradizionale, ben consapevole dell'importanza simbolica e reale che questa continua a rivestire per il giovane e la comunità di appartenenza. Per questo mons. Yaouda Hourgo fa alcune precise raccomandazioni: «Che coloro che detengono il potere tradizionale e i maestri dell'iniziazione accettino di sopprimere tutti i riferimenti agli spiriti maligni, compresi i sacrifici; che i cristiani (catechisti e anziani) siano integrati tra i maestri iniziatici; che vengano aboliti i sacrifici di animali; che l'entrata sia libera e mai forzata; che l'iniziazione non abbia luogo in periodo scolastico; e che vengano rispettate le regole igieniche basilari».
Ovviamente, si raccomanda il vescovo, i preti devono continuare ad approfondire la riflessione all'interno delle loro comunità e garantire un buon accompagnamento spirituale dei fedeli. «Non si tratta né di fantasia né di utopia - precisa il vescovo -. Tutto è possibile se accettiamo di aprire un dialogo franco con la tradizione come altri hanno già fatto con successo».