MissiOnLine.org l dramma visto dalla periferia di Port-au-Prince «La mia Haiti oltre le macerie» Haiti, terremoto, Maurizio Barcaro

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La rivistaMarzo 2010
Romero e i suoi figli


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01/03/2010   
l dramma visto dalla periferia di Port-au-Prince
«La mia Haiti oltre le macerie»
di Giorgio Bernardelli

«QUARANTADUE secondi, lo spazio di un respiro e poco più... Ore 16.48: non so bene perché, ma la cucina comincia a muoversi e in qualche secondo si muove così violentemente che finalmente mi decido a uscire e - a fatica - percorro i quattro metri che mi separano dalla porta d'uscita. Ci sono le scale, comincio a scendere mentre mia figlia di nove anni sale, probabilmente piena di paura (o preoccupata per me, mi dirà in seguito). L'afferro, scendo con lei freneticamente e giù è il caos. A quell'ora la scuola era piena di studenti. Tutti escono in affanno, saltano il muretto, lasciano libri, zainetti e perfino le scarpe in tanti casi... ma tutti escono e sono tutti incolumi».
Ha cominciato così il racconto del «suo» terremoto Maurizio Barcaro, missionario laico milanese, ad Haiti ormai da sedici anni. L'inizio della prima delle lettere dal cuore del dramma, attraverso le quali anche tanti amici del Pime - sul sito pimemilano.com - hanno seguito in presa diretta quanto stava accadendo nell'isola caraibica. Dopo le immagini della devastazione, dopo i numeri impressionanti (si è parlato di oltre 200 mila morti, ma è davvero difficile quantificare in un Paese come Haiti), dopo la mobilitazione internazionale e le polemiche sui soccorsi, ora come sempre accade i riflettori delle nostre televisioni si sono spenti. E allora - se si vuole davvero che questa tragedia non sia archiviata troppo in fretta - vale assolutamente la pena di ripartire da Maurizio e dalla sua Fon¬dazione Lakay Mwen («Casa mia» in creolo), da questo seme di speranza gettato tra gli ultimi degli ultimi, in quello che già prima del terremoto era il Paese più povero dell'emisfero occidentale.
Originario di Pero, nel milanese, ad Haiti Mau¬rizio Barcaro è approdatocon i Fratelli Missionari della carità - il ramo maschile della congregazione di Madre Teresa di Cal¬cutta. Era il 1994 e lui vi arrivava dopo altre esperienze tra gli ultimi in Francia, Gran Bretagna, Guate¬mala, Perù, Messico, Colombia. A Port-au-Prince erano gli anni del tormentato ritorno alla democrazia, ma anche dell'acuirsi delle piaghe sociali di questa parte della grande isola di Hispaniola: su 7 milioni di abitanti, l'80 per cento viveva già prima del sisma in condizioni disumane. Malattie come la tubercolosi, l'Aids, l'epatite, il tifo e il tetano fanno aggirare la speranza di vita intorno ai 50 anni (su che cosa voglia dire nascere e morire ad Haiti, M.M., aprile 2008, pp. 57-61).
In questo contesto, dopo quindici anni di vita religiosa, Maurizio matura per motivi personali la scelta di lasciare la sua congregazione. Ma il desiderio di continuare a servire anche da laico la gente di Haiti resta forte: così nel maggio 2000 - con l'approvazione del vescovo e l'appoggio di alcuni giovani haitiani - inizia una nuova avventura. Compra una casa con un ampio terreno in una zona periferica di Port-au-Prince e, insieme alla moglie Marie Flo e alla figlia Ortensia, comincia ad offrire ospitalità agli anziani, cioè ai più emarginati del Paese. «Spesso andiamo nel cortile interno dell'Ospedale generale - racconta Barcaro -, dove troviamo anziani abbandonati perfino dalle loro famiglie, troppo povere per continuare ad accudirli. All'ospedale, se impossibilitati a pagare le cure mediche, vengono "parcheggiati" nel cortile interno del pronto soccorso, senza fare nulla». «Vuoi venire a casa mia?», è la domanda spontanea di fronte a queste persone abbandonate da tutti. E così proprio «Casa mia» (Lakay Mwen) è diventato il nome della Fon¬da¬zione. «Lakay Mwen - continua il missionario laico - è un focolare, una piccola oasi per ridare loro fiducia e speranza di andare avanti con ottimismo. Una famiglia per non farli sentire abbandonati e per riaccendere un sorriso sdentato sui loro volti. Una casa per ricordare che non sono soli al mondo, che sono ancora importanti per qualcuno e che quel qualcuno pensa a loro». Ecco allora i trenta posti preziosi delle casette messe in piedi per loro dalla Fondazione.

MA I BISOGNI, nelle periferie di Port-au-Prince, sono davvero tanti. E allora presto agli anziani si affiancano anche i più piccoli. «Non potevamo restare sordi al grido del povero che bussa alla porta di ogni giorno», commenta Barcaro. Così nel 2003 è nata la scuola elementare per i bambini dei quartieri vicini. Poi la scuola media, quella secondaria, le lezioni di informatica, e i corsi professionali. Una serie di iniziative appoggiate anche dal Pime di Milano attraverso le adozioni a distanza e grazie alle quali oggi sono in tutto circa 1.500 i bambini, ragazzi e giovani che ruotano attorno alla Fonda¬zione Lakay Mwen.
«Ripenso ai bambini nati quindici anni fa, cioè da quando sono ad Haiti, e provo a immaginare come siano cresciuti - scriveva Barcaro in una lettera del Natale 2008 -. Miseria e privazioni, violenza e odio, sporcizia e desolazione, ansia e paura... ecco alcune delle compagne che hanno avuto dai primi anni di vita. Il nucleo familiare è spesso composto da madre, tanti figli avuti con più compagni e qualche parente in difficoltà di "passaggio"; la figura paterna è per lo più assente. Vivono in baracche di fortuna fatte di legno, lamiera, terra battuta e - i più fortunati - di mattoni grezzi ma quasi sempre con un tetto di lamiera. Locali di quattro metri quadri in cui c'è spazio solo per un letto, un tavolo, qualche sedia e un rudimentale scaffale. Locali in cui di notte vi dormono fino a 10-12 persone. Ecco, in un contesto del genere mi chiedo come questi bambini possano crescere con sani principi etici e morali, quando la priorità è sopravvivere e mangiare. Come possono porsi la domanda "che cosa farò da grande?", se non si è sicuri nemmeno della sopravvivenza dell'oggi. E mi chiedo se, quando, e quanti di loro riusciranno a spezzare le catene che li imprigionano in quel circolo vizioso di miseria e povertà. Per tutti questi bambini - concludeva il missionario laico, sempre nella lettera del Natale 2008 - le nostre scuole rappresentano un punto di riferimento sicuro e una speranza concreta per un futuro migliore. Nel caos della loro realtà quotidiana, hanno qualcosa su cui possono contare. Qualcosa che li guida, che cerca di formarli come persone, che porta un po' di luce nel cammino della loro vita e che li protegge anche dai pericoli che incontrerebbero se fossero lasciati a loro stessi».
È PROPRIO tutto questo ciò che il terremoto del 12 gennaio ad Haiti è arrivato a spazzare via. La Fondazione Lakai Mwen ha pianto un solo morto: Apollion, uno degli anziani, rimasto schiacciato dal crollo di un muro. Ma i danni alle strutture delle scuole sono stati pesanti, gli atelier di falegnameria, sartoria e informatica sono diventati impraticabili, le sette casette dove vivevano gli anziani sono rimaste distrutte o seriamente danneggiate. Come tutta Port-au-Prince. «C'è smarrimento negli occhi della gente - annotava Bar¬caro nel suo diario il 20 gennaio scorso -. La domanda è: come si potrà mai ricostruire una città quasi rasa al suolo? Certo, probabilmente io riuscirò poco a poco a ricostruire o a riparare i danni e a comprare il materiale andato perduto, grazie all'aiuto di tante persone generose che si sono già mobilitate fin dal primo giorno. E come me anche le numerose attività caritative presenti nella città e dirette da organizzazioni internazionali. Ma la madame Sara o il signor nessuno-sa-chi-è, come potranno ricostruirsi la loro piccola casetta, frutto di una vita di lavoro, o il piccolo negozietto aperto con molto sudore che permetteva loro di avere una vita appena decente? La donna di 70 anni e i bimbi tratti in salvo ieri dalle macerie dopo sette giorni - continuava - hanno del miracoloso e testimoniano la caparbietà di questa gente di fronte alle avversità. Gli haitiani sanno come soffrire. Nascono e vivono in sofferenza, si può quasi dire che sono "immuni" alla sofferenza. Si ricostruirà la città, ne sono sicuro. E la mia speranza è che - visto che si partirà da zero - sia la volta buona per poter avere un po' di "equo benessere" per tutti. Questo, almeno, lo spero proprio».

RICOMINCIARE da capo per ricostruire Haiti su fondamenta nuove. Ma intanto c'è la quotidianità da affrontare. Che vuol dire i ragazzi, ma anche le loro famiglie: «Non vi nascondo che un mio grande desiderio sarebbe quello di trovare fondi anche per le famiglie dei nostri bambini - spiega il missionario laico -. Non dico per ricostruire le case di quanti le hanno perdute, forse quello è un po' troppo... Ma almeno un fondo che possa aiutarli in qualche modo. Temo che queste famiglie saranno presto dimenticate». Il pensiero non può non andare anche alla macchina dei soccorsi e a una certa solidarietà-spettacolo che non manca mai in questo tipo di tragedie. «Una volta donato cibo, acqua, curato i feriti e realizzato qualche progetto a corto termine - continua Barcaro -, il grosso di questo "esercito" di volontari e soccorritori di tutto il mondo se ne andrà e lasceranno le solite grandi organizzazioni a sbrigare tutto ciò che riguarda progetti a lungo termine. Queste organizzazioni stanno raccogliendo milioni di dollari, probabilmente sosterranno dei progetti da pubblicizzare in pompa magna, ma il mio spirito un po' cinico (o forse un po' realista), mi dice che per queste povere famiglie cambierà ben poco. Ci siamo presi l'impegno di essere vicini a loro e quindi mi sembra normale non abbandonarli in un momento del genere».

CONDIVIDERE il dolore: un passo che non è mai facile, anche per un missionario che dovrebbe averne viste tante. «La quiete della notte - ha scritto Maurizio Bar¬caro in un'altra delle sue lettere - avvolge la città e il suo silenzio è rotto dal rumore degli aerei che incessantemente atterrano e decollano da Port-au-Prince e dai canti e cori della gente che prima di dormire prega affinché Dio li protegga fino al mattino. Non posso evitare di pensare ai tanti che ora dormono non certo per la fatica, ma spossati dal dolore e dalla pena. È come se avessi davanti la Pietà di Michelangelo: Maria che tiene fra le braccia il corpo senza vita di Gesù. Non c'è persona che non abbia perso qualcosa o qualcuno nella capitale, non c'è ninna-nanna che li possa far dormire con un sorriso, non c'è lieto fine a questa lunga notte». Non sono solo le mura delle case a essere andate in frantumi: «Sono ad Haiti dal 1994 - conclude il missionario laico - e ho vissuto tante tragedie: colpi di Stato, cicloni, incendi, sequestri, manifestazioni violente, miseria e povertà; ma qualcosa come questo terremoto è inimmaginabile. La devastazione è assoluta».
Eppure anche sotto le macerie c'è comunque posto anche per un altro pensiero: «Questo piccolo Paese ha poco più di 200 anni di storia, ma forse il 2010 sarà ricordato come la data della morte e della rinascita di Haiti». La speranza di chi sa guardare a questa terra ferita come a «casa mia».

 

 



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