MissiOnLine.org Il femminismo africano Lottare danzando femministe, donna, Africa, diritti «Anche se le istanze femminili sono sempre più globali, il nostro attivismo è diverso da quello occidentale perché punta allo sviluppo. E ha una storia più antica»

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Le conclusioni del SINODO PER L'AFRICA, la riflessione sui MISSIONARI IN VIA DI ESTINZIONE?, il vero volto del DRAMMA PROSTITUZIONE, il rapporto tra CRISTIANI E MUSULMANI: alcuni grandi temi da tenere d'occhio per capire il mondo di oggi.



La rivistaMarzo 2010
Romero e i suoi figli


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01/03/2010   
Il femminismo africano
Lottare danzando
di Chiara Zappa
«Anche se le istanze femminili sono sempre più globali, il nostro attivismo è diverso da quello occidentale perché punta allo sviluppo. E ha una storia più antica»

Lottano per i propri diritti ma anche per la giustizia nelle loro società. Combattono per i loro figli e insieme per tutti i figli d'Africa. Rivendicano il proprio ruolo sociale, ma senza buttare a mare tutto ciò che fa parte della tradizione, e che le ha rese ciò che sono.
Le femministe africane non hanno tempo per bruciare i reggiseni: sono troppo impegnate a tenere in piedi un continente che arranca. La loro battaglia non punta solo all'emancipazione, ma allo sviluppo. E la loro energia vitale si sparge ogni giorno, da un capo all'altro dell'Africa, per sanare le ferite aperte dai conflitti e costruire una pace concreta. Tanto che, oggi, una campagna lanciata da una rete di ong italiane (info: www.noppaw.org) propone di assegnare un premio Nobel collettivo proprio alle donne d'Africa.
Ma che volto ha questo femminismo nero? Con quali rivendicazioni si presenteranno le delegate africane alla 54esima sessione della Commissione sullo status della donna, in programma a New York dall'1 al 12 marzo, a 15 anni dalla Conferenza di Pechino?
«Anche se la causa femminile è sempre più globale, e da ormai trentacinque anni stiamo lavorando per costruire una piattaforma comune, il femminismo non può liberarsi dalla storia, dalla cultura, dai fattori economici e politici che caratterizzano il contesto in cui si sviluppa», premette Bineta Diop, direttrice esecutiva di Femmes Africa Solidarité (Fas), rete di una quarantina di associazioni femminili africane che difendono le istanze delle donne presso varie istituzioni internazionali. «Il continente è impregnato di uno spirito femminista che si differenzia da quello occidentale per vari punti. Le nostre attiviste rivendicano certamente l'uguaglianza dei diritti con gli uomini, ma in un altro modo: noi non condividiamo l'idea che la trasformazione sociale possa avere luogo solo attraverso la sostituzione di una struttura con un'altra, ma poniamo più l'accento sulla complementarietà. La nostra azione parte dal postulato che si può migliorare una struttura sociale esistente modificandola con il negoziato e il compromesso, e adeguandola alle realtà locali», spiega la leader di Fas. Secondo la quale «la donna africana è per molti versi già emancipata, ma ha bisogno di più autonomia e visibilità. Il suo ruolo fondamentale nella famiglia e nella società deve essere riconosciuto e valorizzato. E, visto che la questione dei diritti politici non può essere separata dalla lotta per tutti gli altri diritti e le libertà che permetterebbero un miglioramento delle loro condizioni di vita, le attiviste africane si battono per essere presenti laddove vengono prese le decisioni che hanno un impatto sul loro contesto di vita in generale. In questo consiste il lavoro di lobbying che la nostra organizzazione dispiega sul campo».

SE PER MOLTE africane, dunque, l'obiettivo è riconoscere e ratificare, anche legalmente, uno stato di fatto, c'è chi si spinge oltre. Per esempio Sylvia Serbin, storica e giornalista afro-antillana autrice di un libro dedicato alle eroine della storia dell'Africa e della diaspora. «Io credo che il femminismo africano sia persino precedente a quello occidentale, anche se si è espresso in modo meno spettacolare e oggi ha perso parte della sua forza», azzarda Serbin. «Nella nostra storia spiccano figure di regine, di donne molto influenti, di guerriere, di resistenti alla schiavitù: le donne africane si sono sempre coinvolte nelle lotte delle loro società. In varie regioni dell'Africa pre-coloniale e soprattutto pre-islamica esse erano rispettate e beneficiavano di uno status di attrici sociali che permetteva loro di prendere iniziative a nome della comunità senza destare scandalo», sottolinea la storica. Che aggiunge: «La domanda che potremmo farci è: "Perché questo potere non esiste più nell'Africa di oggi?". Io credo che ciò sia dovuto all'impatto di influenze esterne - prima la penetrazione islamica, poi l'occupazione coloniale da parte di società europee di stampo patriarcale - che hanno gradualmente allontanato dalla scena pubblica le ragazze, per tornare a relegarle ai fornelli».
Solo più tardi, con la nascita del femminismo occidentale, «alcune africane hanno cominciato a emergere timidamente sul palcoscenico politico (pensiamo alla liberiana Angie Elisabeth Brooks, o alla guineana Jeanne Martin Cissé) per rivendicare i diritti persi, facendolo peraltro a immagine delle occidentali».
Oggi molti passi sono stati fatti. «L'Africa può vantare grandi protagoniste come la presidente liberiana Ellen Johnson-Sirleaf, o l'attivista premio Nobel Wangari Maathaï - continua Serbin -. Ma, al di là dei personaggi pubblici, sul continente abbiamo anche tantissime "eroine quotidiane": penso alle contadine che lavorano duramente e sono in grado di organizzarsi in cooperative e cercare microcrediti per modernizzarsi, o alle commercianti piene di audacia, o alle madri di famiglia che si arrangiano tra varie attività informali per dare da mangiare ai loro figli. Ma anche ai milioni di donne che si impegnano coraggiosamente in battaglie politiche e civili per la democrazia, l'istruzione, la sanità... Donne che superano tanti ostacoli per far sopravvivere il continente, anche se il loro contributo non è affatto valorizzato».

IL PUNTO, per la scrittrice senegalo-maliana Fa¬tou¬mata Kane, è proprio questo: «Dobbiamo far fiorire le donne nel loro contesto di vita. Ciò implica ovviamente il rifiuto puro e semplice di alcune pratiche secolari che le opprimono, e il riconoscimento della loro responsabilità civile. Questo passo, tuttavia, deve essere fatto a regola d'arte, senza violenza ma con eleganza e intelligenza, coinvolgendo gli uomini in questa evoluzione». Sposata e madre di tre figli, Fatoumata (che risiede attualmente a Brazzaville, in Congo) è autrice di varie opere che mettono al centro figure e tematiche femminili. «Il migliore atto femminista, in Africa, è lottare per l'accesso incondizionato delle ragazze all'istruzione, promuovere la formazione, garantire che il loro lavoro venga retribuito e possa così portare a un'indipendenza finanziaria», osserva Fatoumata. «Certo, all'ordine del giorno c'è anche la lotta per il cambiamento di alcune leggi discriminatorie, come la poligamia, o di altre aberrazioni come i matrimoni forzati o il riconoscimento all'uomo del diritto a picchiare sua moglie».
Ma in che misura questo passaggio esige un distacco dalla tradizione? «Le donne africane hanno un approccio che è contemporaneamente di apertura e di radicamento», spiega la scrittrice e poetessa. «Esse non vogliono rompere con la propria tradizione tout court, anche perché non tutte le tradizioni rappresentano un ostacolo all'emancipazione. Le africane devono evolvere assorbendo dall'esterno quelli che considerano fattori di sviluppo potenziale, preservando i valori essenziali alla base della loro identità». Per Fatoumata Kane, soprattutto, «dobbiamo essere coscienti che non si può lottare per qualcuno contro la sua volontà. Prendiamo il caso dell'escissione, una pratica che sconvolge le nostre sorelle occidentali. Ebbene, le africane escisse non sono tutte frustrate. La maggior parte delle occidentali ignora che quest'uso è posto in un contesto tradizionale che esige anche la circoncisione dei ragazzi. Allora, se le mutilazioni genitali sono da condannare con la più grande fermezza, il cambiamento non può avvenire solo a colpi di leggi, ma soprattutto attraverso la formazione e l'informazione efficace, che puntino ad avere cittadini (uomini compresi) formati e coscienti».

EPPURE, quello dell'advocacy攀  della tutela legale resta un settore essenziale per la liberazione delle donne. Ne è convinta Terezinha da Silva, consulente giuridica del governo mozambicano e coordinatrice dell'associazione Women and Law in Southern Africa (Wlsa). Che - tanto per cominciare - di emancipazione non vuole sentire parlare: «Si tratta di un termine che dà per scontata l'accettazione, almeno formale, dell'uguaglianza tra donne e uomini. In realtà, spesso il modello culturale dominante in una società assegna ruoli predefiniti a seconda del genere, mentre noi vogliamo essere valutate in quanto persone, non come "femmine"». E visto che «la diseguaglianza di genere è trasversale a tutte le classi sociali e a tutte le etnie, dobbiamo lavorare insieme per diventare agenti di trasformazione della società, identificando gli aspetti della cultura che fanno parte di un modello patriarcale per cambiarli». Una lotta in cui Wlsa è in prima linea, attraverso la ricerca, la formazione, la sensibilizzazione sui diritti - in particolare quello a decidere per sé ed essere libere dalla violenza - e la creazione di reti internazionali. Obiettivo: «Trasformare le vittime di abusi in agenti di cambiamento per la loro vita e per quella delle altre donne, ma anche promuovere cambiamenti nelle leggi e nelle politiche pubbliche, nell'ottica della tutela e della giustizia». Un passo importante, per Terezinha, sarebbe formare agenti di polizia specializzati sulle varie forme che la violenza contro le donne può assumere, in modo da creare un dipartimento apposito in ogni stazione di polizia.
«Non si può parlare di sviluppo se escludiamo le donne dall'esercizio dei loro diritti in quanto cittadine», continua la tenace attivista. «Finché a decidere saranno sempre voci maschili, e le cittadine resteranno escluse dal controllo delle risorse nazionali a causa del loro sesso, non avremo sviluppo». Per questo «concordo pienamente con l'idea di candidare le donne africane al premio Nobel per la pace: se lo meritano non solo per il loro contributo alla risoluzione dei conflitti, ma anche per tutti i meccanismi che si inventano per sopravvivere, insieme alle loro famiglie».

È LA RESISTENZA, forse, la dote che più accomuna le donne di tutto il continente. Alme¬no secondo l'analisi di Elisa Kidané, missionaria comboniana e giornalista eritrea. «Ciò che lascia senza parole è la loro capacità di iniziare ogni giorno da capo», spiega suor Elisa. «Qualcun altro direbbe: "Basta! Basta fare 30 chilometri a piedi per vendere una cipolla!". E invece, queste donne continuano a camminare, a resistere. E anche se spesso subiscono le angherie di società maschiliste, queste protagoniste nell'ombra, che fanno l'80 per cento dei lavori nei campi ma non sono proprietarie della terra, sono pronte a mettersi in rete, a lottare insieme per il cambiamento e lo sviluppo della comunità nel suo complesso. Quello africano è un femminismo che pensa all'altro». E che comincia a ottenere risultati importanti: «Ci sono donne che hanno raggiunto cariche politiche cruciali, posizioni rilevanti nel mondo professionale o un ruolo chiave all'interno della propria società. Un'emancipazione inimmaginabile fino a poco tempo fa». E a cui anche la Chiesa ha contribuito: «La scelta di creare molte scuole, puntando sulla formazione al femminile, ha rappresentato una mossa strategica e lungimirante, una leva per il cambiamento». La valorizzazione delle artigiane quotidiane dello sviluppo ha trovato cittadinanza anche al recente Sinodo per l'Africa, a cui suor Elisa ha partecipato. «Abbiamo apprezzato il riconoscimento del ruolo importantissimo che la donna riveste nella società e nella stessa Chiesa. Certo, noi continuiamo a chiedere che ci venga riconosciuto più spazio, ma forse dovremmo noi stesse incoraggiarci a vicenda ad accedere agli studi teologici, per avere poi gli strumenti migliori per offrire il nostro contributo».

A SEGNARE la strada ci sono teologhe cristiane che stanno già portando avanti un lavoro preziosissimo. A citarle è un'altra comboniana, Maria Teresa Ratti, direttore di Com¬bonifem con alle spalle 18 anni di missione africana, in Kenya e Zambia. «Teologhe come la nigeriana suor Teresa Okure, decano della Facoltà di Teologia del Catholic Institut of West Africa, o come la camerunese Hélène Yinda, cristiana riformata, sono impegnate in una rilettura della Bibbia attraverso le categorie del protagonismo femminile. C'è lo sforzo di reinterpretare la teologia a partire dalla vita della gente, a cui la donna è particolarmente vicina». Una peculiarità che dà una responsabilità in più alla missione al femminile: «Come donne,  abbiamo la potenzialità di far sperimentare il modo di amare che appartiene a Dio, cioè quello dell'amore incondizionato». Una bussola che guida anche l'impegno a fianco delle africane, per la loro liberazione dai tanti gioghi che ancora le condizionano. «Noi siamo chiamate a tenerle per mano per fare strada a questa liberazione, a offrire loro solidarietà e rispetto, ma senza mai dimenticare che il cambiamento può venire solo dall'interno». Anche per il proprio impegno nei mezzi di comunicazione, suor Maria Teresa ama farsi ispirare dalle parole di una grande antenata delle femministe nere: Isabella Baumfree, nata nel XVIII secolo in una famiglia schiavizzata negli Usa e diventata poi, con il nome di Sojourner Truth, una paladina della lotta per l'abolizione della segregazione e poi per il diritto di voto alle donne. «Una sua celebre frase ci deve accompagnare nelle nostre battaglie: è bene se, mentre lottiamo per la libertà, cantiamo e danziamo un po'».



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