Saranno «l’ideologia dell’hindutva» e le ripercussioni sulla vita del Paese i temi al centro dell’imminente assemblea dei vescovi indiani, in programma dal 24 febbraio al 3 marzo a Guhawati, in Assam, nel nord-est del Paese. Quella diocesi è guidata dal vescovo salesiano Thomas Menamparampil, che salì agli onori delle cronache l’anno scorso per aver scritto i testi della Via Crucis del Colosseo, guidata dal Papa. I lettori di Mondo e Missione hanno avuto modo di apprezzare la lucidità di analisi del vescovo grazie al contributo sulla «teologia della globalizzazione» che egli scrisse per lo speciale dedicato alla Caritas in veritate.
Ebbene, cosa dice il documento di lavoro, dal titolo «Lo scenario politico attuale e le vie per la vita e la missione della Chiesa in India», che Missi OnLine è in grado di anticipare in esclusiva? Si legge che innanzitutto «occorre distinguere le differenze fondamentali fra l’induismo in quanto tale e l’ideologia dell’hindutva. L’induismo è una religione, mentre l’hindutva rimanda alle dimensioni politiche di un nazionalismo culturale, condotto da un gruppo di aderenti a questa ideologia».
Il documento ricorda i più recenti episodi di violenza ad opera di aderenti a tale corrente: parla di «genocidio della minoranza cristiana in Orissa» (oltre 80 cristiani uccisi, 45mila sfollati senza tetto, migliaia di feriti) e menziona «i recenti attacchi in altri Stati quali Karnataka, Andhra Pradesh e Tamil Nadu».
Leggi qui un recente dispaccio di Asia News.
Ma i vescovi non ne fanno una questione confessionale, anzi sottolineano come anche i musulmani facciano le spese di tale violenza. Tanto gli attacchi anticristiani quanto quelli contro gli islamici «sono solo il sintomo di una profondo malessere nel corpo politico e sociale del Paese. Si assiste a una organizzata cospirazione contro le minoranze, con la connivenza della polizia e della amministrazione del Governo».
I vescovi puntano il dito contro l’ideologia dello Sangh Parivar, il movimento fondamentalista indù che, come tale, attacca l’uguaglianza dei diritti delle persone, indipendentemente dal credo di appartenenza, e «nega l’uguaglianza di genere, relegando le donne alla casa e isolandole dalla vita pubblica».
Ancora: l’ideologia fondamentalista indù – sottolineano i vescovi - si oppone con forza alla libertà religiosa garantita dalla Costituzione indiana e va contro la realtà del Paese, che è multi religiosa e multiculturale, perché insegue l’ideale di «una cultura monoliticamente indù».
Partendo da tali presupposti, i fondamentalisti cercano di inquinare l’educazione, agendo nelle scuole e nelle università. Infine, essi si oppongono all’attività caritativa dei cristiani, bollandola come «il tentativo di stabilire un impero cristiano in terra Bharat».
Come far fronte a questo problema? I vescovi indicano una serie di strategie, a cominciare dalla capacità intellettuale di analizzare criticamente la situazione e affrontare le sfide sul tappeto. C’è poi d lavorare sul fronte dei media, che hanno grande influsso sulla cultura e la società: occorre che essi non contribuiscano alla distorsione dei fati e alla diffusione di false e sbagliate immagini della fede cristiana.
Infine i vescovi propongono di sviluppare, in positivo, il dialogo e l’apertura alle altre religioni, impegno che dovrebbe diventare «uno sforzo costante per tutti i cristiani e la comunità».