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Prima del terribile terremoto del 12 gennaio, il 70% della popolazione urbanizzata di Haiti viveva in bidonville; solo il 29% degli haitiani residenti in città erano collegati ad un sistema di fognature, soltanto il 21% disponeva di acqua potabile.
La distruzione avvenuta a Port au Prince e dintorni interroga ora la comunità internazionale e le organizzazioni non governative su quale ricostruzione attuare.
Parlando con il quotidiano Le Monde Jeremy Hobbs, direttore generale di Oxfam, importante ente umanitario inglese, ha messo in guarda da “un rischio reale”, ovvero “che nelle settimane e mesi successivi al sisma gli haitiani influenti politicamente e più ricchi economicamente si accaparrino le risorse per la ricostruzione a svantaggio dei più poveri”.
Uno dei punti nevralgici della ricostruzione, ribadisce l’ong inglese Progressio, è mettere al centro la popolazione locale: “Quello di cui c’è bisogno ora è una forte partnership tra l’estero e il Paese. Gli haitiani devono essere messi al centro della loro propria ricostruzione. La comunità internazionale deve supportarli in questo modo”.
L’agenzia Independent Catholic News sottolinea: “Sono stati fatti sforzi notevoli da parte di enti locali per assicurare che gli aiuti arrivino davvero alle comunità di base” secondo quanto segnala José Emperador di Progressio.
Ad esempio, un passo importante deve essere la scelta di una ricostruzione in chiave anti-sismica: lo segnalava per tempo Claude Prépetit, uno ingegnere haitiano, che da anni aveva messo in guardia dal verificarsi di un evento disastroso come il terremoto del 12 gennaio.
L’urbanizzazione selvaggia e il non rispetto delle più elementari norme antisismiche vengono indicate da Prépit come pesanti aggravanti del dramma di Haiti. Tanto più che le abitazioni più antiche sono resistite alle scosse telluriche, mentre sono le più recenti – segna il geologo haitiano – ad essere crollate.
Intanto, negli Usa sono stati diffusi primi dati delle raccolte fondi in favore dei terremotati.
E le cifre sono significative: secondo il Chronicle of Philantrophy, il denaro raccolto – i dati si riferiscono al 25 gennaio – sono già il doppio di quanto raccolto per lo tsunami nel Sudest asiatico del 2004.
Negli States al momento sono stati raccolti 380 milioni di dollari da organizzazioni private, laiche e religiose, più dei 163 milioni di dollari raccolti per il disastro asiatico di 6 anni fa.
Questo la top 5 degli enti che hanno ricevuto più fondi (il numero si intende per milioni di dollari Usa):
Croce rossa americana: 153
Medici senza frontiere: 34
Unicef sezione Usa : 26
Partners in Health : 25
Catholic Relief Service (la Caritas Usa): 23