01/02/2010 Dopo Rosarno le domande aperte di Anna Pozzi
Come può un Paese che si dice «civile», firmatario di svariate convenzioni per la difesa dei diritti umani, tollerare situazioni di «riduzione in schiavitù» di essere umani sul proprio territorio? E ancor prima, come può accettare che ampie fette dello Stivale continuino ad essere fuori controllo, regno dell'illegalità e della criminalità? Come può continuare ad affrontare la questione cruciale dell'immigrazione con una legge che crea i presupposti per la clandestinità, che interpreta la presenza degli extracomunitari come un mero problema di sicurezza, instillando paure xenofobe, se non razziste e sempre più islamofobe? Si tratta di domande che rinviano a problemi complessi, incancreniti nel tempo, ai quali non si può rispondere solo sull'onda emotiva dei drammatici fatti di Rosarno. Le risposte a queste domande - da parte dello Stato, della società civile e della Chiesa - sono cruciali per provare a immaginare qualcosa di nuovo per il futuro. È vergognoso e inaccettabile che, nell'Italia del 2010, si usino espressioni come «caccia allo straniero» o «rivolta degli schiavi». Che si leggano cartelli, come quelli portati dagli immigrati di Rosarno, con la scritta: «Noi non siamo animali». Perché deve essere evidente per tutti - come Benedetto XVI ha detto con forza - che «un immigrato è un essere umano, differente per provenienza, cultura, e tradizioni, ma è una persona da rispettare, con diritti e doveri». Possibile che ci sia ancora bisogno di ribadire una cosa tanto ovvia? Purtroppo sì. Magari anche ad alta voce. E soprattutto testimoniandolo nei fatti. È l'unica risposta a certi politici e a certe politiche. Oggi più urgente che mai.