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La rivistaFebbraio 2010
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01/02/2010    
Il dramma degli albini in Tanzania e Burundi
La caccia ai neri bianchi
di Chiara Zappa
Da sempre discriminati, oggi gli albini sono vittime di chi vuole i loro corpi per sacrifici rituali. Ma c'è chi si ribella alla barbarie

NELLA FOTO Mwanaidi e Selina sorridono. Sullo sfondo, una lavagna. È quella della scuola di Mintindo, nel nord della Tanzania, dove le due bimbe frequentano le elementari. Mwanaidi e Selina, dieci anni, sono amiche per la pelle come tante altre. Ma è proprio la pelle che rende Selina una «diversa». Selina Robort è albina. Significa che, per un difetto genetico che provoca la mancanza di pigmentazione, i tratti somatici tipici della sua etnia si accompagnano a una pelle candida e a capelli e occhi chiarissimi. Selina è una nera bianca. Una condizione che, da queste parti, coincide con una maledizione. Lo scatto che ritrae le due bimbe, firmato dallo svedese Johan Bävman, si è aggiudicato l'ultima edizione del premio Unicef alla foto dell'anno perché solleva il velo, seppur con delicatezza e un tocco di speranza, sull'inferno che sta tormentando gli albini in Tanzania e Burundi. Almeno cinquantotto persone uccise negli ultimi due anni nella zona al confine tra i due Paesi, tombe profanate, pezzi di corpo venduti per produrre orridi talismani e pozioni che dovrebbero assicurare ricchezza e fortuna.
In molte regioni dell'Africa subsahariana, infatti, l'albinismo suscita da sempre un alone di stupore, mistero e pregiudizio. Un africano dalla pelle bianca è considerato una sorta di fantasma, si crede che egli non muoia ma si dissolva con la pioggia o svanisca nel vento, che sia uno zeruzeru, uno spettro. Benché la sua condizione sia ritenuta un handicap - il che da sempre ne provoca la discriminazione e l'emarginazione sociale -, tuttavia le credenze vogliono che un albino sia dotato di poteri soprannaturali. Un pregiudizio che, recentemente, ha provocato una degenerazione estranea alla tradizione, che ha preso la forma di una vera e propria caccia agli albini.

L'ORRORE era cominciato nel nord-ovest della Tanzania, alla fine del 2007, con misteriosi omicidi che prendevano di mira appunto persone affette da albinismo, soprattutto bambini. I cadaveri venivano ritrovati orrendamente mutilati, e ben presto si sparse la voce che vari stregoni - anche a causa della miseria aggravata dalla crisi globale - erano alla ricerca di parti di questi corpi «prodigiosi» per produrre pozioni e talismani da vendere a prezzi altissimi a clienti tanto ricchi quanto ignoranti e senza scrupoli. Secondo la polizia di Dar es Salaam, un cadavere frutta ai trafficanti l'equivalente di 75 mila dollari, ma c'è chi parla addirittura di 400 mila dollari. Un commercio allucinante che, soprattutto dopo la dura reazione delle autorità tanzaniane alla violenza dilagante che aveva provocato già una quarantina di omicidi, si è trasferito nel vicino Burundi, a cominciare dalle province di frontiera come Ruyigi, Cankuzo e Muyinga. Portando con sé un'ondata di panico tra la popolazione a rischio.
Sarebbero circa diecimila gli albini che vivono da mesi nascosti nelle campagne dell'Africa occidentale: a sostenerlo è la Croce Rossa internazionale, che ha da poco diffuso un rapporto allarmato sull'argomento. Nel documento, intitolato Trough albino eyes («Attraverso gli occhi degli albini»), l'organizzazione dichiara che circa trecento bambini e adolescenti «bianchi» sono attualmente accolti in scuole per disabili presidiate dalla polizia in Tanzania o in rifugi temporanei realizzati dalle forze dell'ordine in Burundi, dove vivono nascosti in situazioni estreme. Ma sono molte di più - migliaia, appunto - le persone che per paura dei cacciatori di albini non escono più di casa per lavorare, con gravi conseguenze per l'intera famiglia. Ai problemi sanitari, in particolare il rischio di cancro alla pelle per la scarsa pigmentazione, si aggiunge quindi un'emergenza ancor più preoccupante per questa fetta di popolazione che, in Africa, rappresenta una minoranza rilevante: seb¬bene manchino dati precisi, si stima che in alcune parti del con¬tinente le persone affette da albini¬smo siano addirittura una su mille.

IN BURUNDI il dato, secondo la Croce Rossa, è di circa mille persone su otto milioni di abitanti. In Tanzania, dove il governo ha proposto un censimento per meglio tutelare questi cittadini vulnerabili, i dati ufficiali parlano di 8 mila albini su 35 milioni di abitanti, ma l'associazione nazionale che li riunisce alza il numero a 150 mila persone, spesso non dichiarate dai familiari per paura ma anche per vergogna.
«Anche prima di questa ondata di omicidi, gli albini nell'Africa tropicale soffrivano una serie di afflizioni che rendevano la sopravvivenza fisica una lotta disperata»: l'affermazione di Salif Keita, il cantante maliano albino da tempo attivo nella sensibilizzazione sull'argomento, chiarisce perché Isaac Mwaura, portavoce della kenyana Albino Association, ha asserito che «le uccisioni hanno dato agli albini una base per rompere il silenzio e fare crescere la consapevolezza sulla propria condizione». Fatta di stigma sociale e anche familiare, se è vero che moltissimi bimbi nati «del colore sbagliato» sono allevati da madri single, abbandonate dai mariti che le accusano di relazioni adulterine con uomini bianchi, o le ritengono responsabili per questo «errore genetico».

L'IGNORANZA, oltre a causare sofferenze, perpetua il suo circolo vizioso nella misura in cui si autoalimenta. Infatti la diffusa credenza, totalmente infondata, che i bimbi albini siano anche ritardati, spinge molte famiglie a non mandarli a scuola. Ma a causa della mancanza di istruzione, una volta cresciuti questi ragazzi sono obbligati a scegliere lavori manuali o nei campi, che li portano a passare le giornate all'aperto, sotto il sole cocente: una minaccia mortale per la loro pelle delicata. Pari opportunità nell'istruzione, dunque, non solo porterebbero a maggiori chance professionali e sociali per questi ragazzi, ma garantirebbero loro consapevolezza delle cause del proprio handicap e degli accorgimenti, anche banali, che possono abbattere i rischi di malattie e mortalità.
«Il semplice espediente di fornire agli albini cappelli a tese larghe e magliette a maniche lunghe ridurrebbe enormemente le probabilità per loro di ammalarsi di cancro», spiega nel Rapporto della Croce Rossa il dottor Jeff Luande, luminare dell'ospedale nazionale oncologico di Dar es Salaam che ha dedicato gli ultimi trent'anni alla sensibilizzazione sulle buone pratiche per vivere sani anche con la pelle troppo bianca. «Gli albini possono essere incoraggiati a lavorare i loro orti al mattino presto o dopo il tramonto, per non esporsi ai raggi solari», spiega Luande. Che aggiunge come un altro disturbo a volte associato all'albinismo, ossia il difetto della vista, possa essere affrontato facilmente: «Nelle scuole pubbliche, molti insegnanti non sanno che facendo sedere i bimbi albini, spesso considerati stupidi, nei primi banchi, essi riusciranno a vedere bene la lavagna e le loro chance di successo scolastico saranno enormemente aumentate».
Se conoscenza ed educazione, dunque, sono le parole chiave per migliorare la vita degli africani «bianchi», il terzo elemento strategico per affrontare l'emergenza sembra essere una seria campagna di sensibilizzazione sociale. Non a caso il presidente tanzaniano Jakaya Kikwete, oltre ad aver promosso il pugno di ferro contro stregoni e trafficanti (centinaia gli arresti e decine le condanne definitive) e ad aver vietato per legge le cruenti pratiche magiche, ha nominato la 58enne Al Shaymaa Kwegyir prima parlamentare albina del Paese. Le mobilitazioni contro violenze e discriminazioni, negli ultimi mesi, hanno interessato vari angoli del continente. A promuoverle ong, associazioni e Chiese locali, queste ultime in prima fila nell'aiuto umanitario. Ma a dare visibilità a una questione fino ad oggi relegata alla sfera del tabù sono soprattutto esponenti del mondo artistico e culturale. Il già citato Salif Keita è solo il più noto dei musicisti-attivisti. Molto impegnato, ad esempio, è il «collega» del Malawi Geoffry Zigoma, che non si stanca di ripetere che «siamo noi albini a dover lavorare sodo affinché le cose cambino».
AVERE LA PELLE bianca, tuttavia, non è certo una condizione necessaria per decidere di difendere la causa degli albini. Lupita Nyong'o, giovane regista di origini kenyane (ma nata in Messico, cresciuta in Africa e laureatasi in Studi cinematografici negli Usa), è una tipica bellezza color ebano. Si deve a una sua idea il documentario In my genes («Nei miei geni») che porta alla luce la vita quotidiana degli albini in Kenya. E mostra al pubblico la loro forza d'animo e intraprendenza. Come quella di Agnes Muthakye, una delle protagoniste, che pur essendo cieca si guadagna da vivere intrecciando cestini e producendo maglie. «Le storie che racconto sono una prova di ciò che individui discriminati e perseguitati riescono comunque a fare», ha dichiarato la ventisettenne Lupita. «Una realtà che deve provocare tutti noi». Affinché la tragedia dei neri bianchi non torni ad essere inghiottita dal buio.

R.D.CONGO

«SPERANZA VITA» CONTRO IL PREGIUDIZIO

Nelle vie di Bukavu non è difficile imbattersi in un albino. Anzi, sembra che qui ce ne siano più che altrove. «Non è un caso - commenta il dottor Rigo Fraterne Muhayangabo, della locale associazione «Esperance Vie» («Speranza vita») -; nell'est della Repubblica Democratica del Congo i matrimoni tra parenti di primo grado sono accettati socialmente e culturalmente. Non stupisce dunque che una buona percentuale degli albini presenti in Congo (dai 30 ai 50 mila) si concentri nelle regioni orientali».
Non per questo tuttavia sono meno discriminati che altrove. Considerati una maledizione per la famiglia, in passato venivano soppressi alla nascita delle levatrici tradizionali. Quelli che sopravvivevano avevano e hanno vita difficile. Tanto più in questi ultimi anni, in cui la guerra e l'instabilità, che regnano specialmente in Kivu, hanno ulteriormente aggravato il degrado del tessuto sociale. Violenze, abusi, ricorso alla stregoneria sono ovunque all'ordine del giorno. E a farne le spese sono come sempre i più deboli e i «diversi». Gli albini, in particolare, sono diventati i «naturali» capri espiatori di violenze e sacrifici, alimentati dall'ignoranza, dal pregiudizio e dalla miseria.
«Si stanno diffondendo pericolose teorie feticistiche - spiega il dottor Muhayangabo - secondo le quali l'uso di parti del corpo di albini procurerebbe ricchezza e benessere». L'associazione «Esperance Vie», insieme ad altri gruppi di difesa dei diritti umani, ha indagato su due omicidi rituali. «Ma bisognerebbe fare molto di più, perché al di là dei casi più clamorosi e gravi, gli albini subiscono quotidianamente pesanti violazioni dei loro diritti, senza che il governo prenda adeguati provvedimenti contro i responsabili e senza che ci siano azioni efficaci per cambiare la mentalità della gente».
Girando per le strade di Bukavu questo muro invisibile che separa la gente dagli albini è spesso percepibile. «La maggior parte delle persone qui non vuole neppure avvicinarsi a un albino - spiega il dottor Muhayangabo - nemmeno per gesti semplici come salutarsi, mangiare o sedersi insieme. Discriminati a scuola e nel lavoro, sono in gran parte analfabeti e disoccupati. I matrimoni sono mal visti. Tuttavia spesso le ragazze albine sono vittime di gravidanze di cui il responsabile nega la paternità».
Il dottor Muhayangabo e la sua associazione stanno facendo tutto quello che possono per sensibilizzare e combattere questo fenomeno. «Ma - è lui stesso ad ammetterlo - è ancora troppo poco». (A.P.)



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