MissiOnLine.org Speciale 6/ Il «braccio destro» del cardinal Tettamanzi sull'islam «Il dialogo? Fa bene alla fede» don Alberti,dialogo, Milano, diocesi «In vent’'anni la diocesi ha fatto un cammino di ascolto e scoperta dei musulmani. Lo stile del confronto? Prudenza e amicizia» A colloquio con don Giampiero Alberti

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La rivistaFebbraio 2010
Milano e l'islam: incontro possibile


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01/02/2010   
Speciale 6/ Il «braccio destro» del cardinal Tettamanzi sull'islam
«Il dialogo? Fa bene alla fede»
di Gerolamo Fazzini
«In vent’'anni la diocesi ha fatto un cammino di ascolto e scoperta dei musulmani. Lo stile del confronto? Prudenza e amicizia» A colloquio con don Giampiero Alberti

Nell'arco di vent'anni ha visitato quasi 400 parrocchie della diocesi di Milano (su un totale di 1200). E nel corso dell'ultimo Ramadan, ogni giorno ha partecipato alla preghiera serale in uno dei tanti centri musulmani di Milano e delle province circostanti. Basterebbero questi due dati per dar l'idea dell'esperienza accumulata da don Giampiero Alberti, dall'inizio degli anni Novanta impegnato a tempo pieno nel dialogo con il mondo musulmano milanese (vedi box). A quest'incarico lo destinò il cardinale Carlo Maria Martini, dopo averlo inviato a studiare a Roma. E proprio a Martini va il primo pensiero di don Alberti nel rileggere la storia recente del rapporto tra la comunità ambrosiana e quella musulmana.

Guardando indietro, vent'anni dopo il Discorso alla città del 1990 «Noi e l'islam», cosa vede?

«Credo di poter dire che il cammino della diocesi sul versante del rapporto con l'islam sia proceduto con la prudenza necessaria. La bussola che ci ha guidati è presto detta: prima cercare quello che unisce, rispettando le differenze; poi, una volta creato un clima di fiducia reciproca, passare al dialogo sui temi, scottanti. Con la speranza di arrivare a confrontarci sulle verità più importanti, relative alla fede. Nei primi 10 anni, dal 1990 al 2000, abbiamo investito molto su rapporti capillari, sull'intraprendere relazioni di mutua conoscenza, coinvolgendo tanto le realtà islamiche quanto le parrocchie. Senza forzare alcunché, ma accompagnando una maturazione progressiva. Talvolta la nostra prudenza è stata letta come un atteggiamento rinunciatario, ma il tempo ci ha dato ragione».

Con quale metodo avete proposto il dialogo?

«Cercando di tenere i contatti con i responsabili delle varie comunità islamiche, ma - al tempo stesso - favorendo nelle parrocchie l'incontro con i musulmani locali. In questo modo, è emersa la scarsa conoscenza reciproca e pian piano sono cadute diffidenze e sospetti. Poi è arrivato l'11 settembre, che ha lasciato un segno profondo. Nel decennio successivo il cammino è ripreso, affrontando anche temi scomodi: le questioni antropologiche (uomo-donna) e altre non meno scottanti (laicità, libertà religiosa...). Particolarmente coinvolte sono state le parrocchie vicine ai centri culturali islamici».

Quali i risultati conseguiti?

«Posso dire che qualche imam si è informato sul cristianesimo; io stesso ho distribuito alcuni Vangeli in arabo, senza proselitismo, ma in un'ottica di conoscenza reciproca. Tutto si è sempre svolto in una prospettiva di dialogo e confronto fra credenti. I cattolici sono stati invitati a riflettere sulla Bibbia, sulla teologia della religioni e a rileggere i documenti del Concilio sul dialogo interreligioso. Puntiamo a passi di reciproca conoscenza, col desiderio di sanare le ferite del passato e trovare strumenti adatti al cammino futuro».

Quali impressioni ha raccolto visitando le diverse comunità musulmane durante il Ramadan?

«Mi ha colpito incontrare realtà molto vivaci ancorché poco note, come, ad esempio, il Centro di via Quaranta, dove ho visto un clima di preghiera molto intenso... Ma anche in altri contesti ho respirato un clima analogo. In alcuni casi l'accoglienza mi ha sorpreso: mi hanno fatto parlare davanti a tutti durante il Ramadan ed è facile immaginare cosa significa per il dialogo il fatto che l'imam "sdogani" agli occhi del semplice fedele il prete cattolico amico. Naturalmente, tutto va condotto senza ingenuità».

A volte il dialogo interreligioso lascia l'impressione di una sorta di «galateo» un po' retorico. Si riesce a confrontarsi con i musulmani nel merito dei problemi scottanti?

«La familiarità costruita pazientemente con le varie comunità islamiche (sebbene non allo stesso livello con tutte) mi ha consentito di prendere posizione in maniera severa in alcune occasioni. Esempi? Una volta in un centro islamico noto alle cronache ho sentito una persona accusare Benedetto XVI di "ignoranza"; mi sono fermato e abbiamo cominciato a discutere».

A Milano alcune iniziative di dialogo sono state condotte in chiave ecumenica. Perché?

«Cerchiamo, per quanto possibile, di presentarci come cristiani. In alcune iniziative si sono unite molte Chiese: penso ad esempio al biglietto di auguri per la festa di 'Id al-fitr del 2008 che abbiamo stampato in una veste grafica più elegante del solito come Consiglio delle Chiese cristiane di Milano, proprio con quell'intento».

Cosa pensano e dicono i musulmani dei cristiani?

«Si registrano molti stereotipi e confusioni, come peraltro avviene in campo cattolico rispetto all'islam. Molti musulmani vedono i cristiani come credenti di una fede superata dall'islam; alcuni ci considerano politeisti. Altri ancora leggono la nostra società come se fosse tutta cristiana; spesso considerano il cristianesimo una religione debole a causa dei problemi che notano in Occidente».

Accanto al confronto culturale e teologico quali altri ambiti vi hanno visto impegnati?

«Una delle realizzazioni più utili è il consultorio per le coppie miste. Un altro aspetto importante è quello educativo: abbiamo preparato dei momenti di preghiera per ragazzi musulmani in oratorio, non insieme ai cristiani, ma con momenti propri...».

Ha la sensazione che il mondo politico collabori a una integrazione dei musulmani nella società?

«Alcune componenti dello Stato (penso a quanti sono preposti all'ordine pubblico) e alcune categorie professionali si sono mobilitate per crearsi una competenza in materia. Con le dovute eccezioni, mi par di poter dire invece che la classe politica ha affrontato questo tema senza preparazione adeguata. Talvolta ho avvertito anche una certa chiusura. Per contro, debbo registrare l'interesse di varie istituzioni: alcuni Comuni, toccati direttamente dal problema, hanno promosso momenti di incontro con i musulmani locali.

Lei ha, come pochi altri, il polso del clero ambrosiano in ordine al tema-islam. Quali gli atteggiamenti più diffusi?

«L'atteggiamento generale mi pare la prudenza: i preti che si sono trovati ad affrontare la realtà dell'islam si sono informati. Alcuni, forse, hanno inizialmente sottovalutato la questione, ma quando ci si sono dovuti misurare hanno cambiato atteggiamento. In alcuni casi sono germinate esperienze interessanti, perché dentro la comunità alcuni laici hanno preso a cuore questo impegno. Oggi in diocesi sono attivi sei "Gruppi Damietta" (Damietta è il luogo dove san Francesco si recò a predicare con alcuni compagni nel 1219 incontrando il Sultano - ndr) e sono tutti composti da laici. Il nostro sforzo è di creare realtà locali capaci di continuare il dialogo. La diocesi ci crede e sta investendo, tant'è che nell'ultimo anno sono stati inviati tre preti a studiare al Pisai per un anno».

Come giudica la formazione del clero in ordine alla conoscenza dell'islam?

«In Seminario i candidati al sacerdozio non frequentano un corso ad hoc, ma gli educatori inseriscono momenti di incontro con noi del Cadr per assicurare una serie di strumenti utili nella pastorale».

Come prete e come credente, cosa ha dato alla sua fede l'esperienza dell'incontro con persone che non credono in Cristo?

«Il lavoro che conduco è stato ed è per me una grande occasione di testimonianza. Tante volte mi sono sentito chiedere: "come mai sai a memoria il Corano ma non diventi musulmano?". L'incontrare altre fedi ti mette sanamente in crisi e il confronto con l'islam, in particolare, mette a nudo certe problematiche cristiane che non sempre sono adeguatamente approfondite. Nella mia esperienza vedo che proprio il dialogo-confronto con i musulmani ha aiutato preti e laici ad approfondire la teologia cattolica, specie su punti-chiave come incarnazione e redenzione».

Un tema spinoso ma ineludibile: le conversioni. Se un musulmano si avvicina al cristianesimo e da un interesse culturale passa alla decisione di abbracciare la fede, cosa proponete?

«Le richieste di conversione ci sono, ma parliamo di piccoli numeri. Trattandosi di una questione molto delicata, chiediamo alla persona coinvolta un cammino di due anni. Purtroppo anche da noi non esistono ancora le condizioni per il pieno esercizio della libertà religiosa e dunque chi sceglie di farsi battezzare potrebbe incontrare ostacoli in famiglia o nella comunità, il che suggerisce sempre prudenza. Detto questo, posso affermare che "conversioni interiori", intese come cambio di atteggiamenti, ne stanno avvenendo. Un esempio: quando il musulmano si accorge che il volontario della Caritas che ha davanti opera gratuitamente (e non è "pagato dal Vaticano") ma lo fa solo per venire incontro a un bisogno e testimoniare la carità del Vangelo rimane profondamente colpito. Credo molto nel dialogo della vita, dove trovi musulmani che fanno i doposcuola in parrocchia accanto ai volontari cristiani (capita in zona Lambrate) oppure altri che, avvicinati da membri di Comunione e liberazione, partecipano alla Colletta del Banco Alimentare».

Quale collegamento fra Milano e altre diocesi italiane «esposte» sul versante-islam? E a livello europeo?

«A livello italiano, faccio parte di una rete informale che coinvolge 7 ex- studenti di padre Bormanns (a lungo professore al Pisai): molti di noi hanno oggi responsabilità in questo campo e così ci scambiamo le esperienze... A livello europeo partecipiamo alle Journées d'Arras, incontri di esperti che riflettono una volta all'anno sul loro impegno nel dialogo con i musulmani».

Cosa si aspetta la diocesi dai missionari esperti di islam?

«Ci auguriamo che collaborino con la loro competenza, mettendosi al servizio della Chiesa locale su quella che ormai viene sempre più riconosciuta come una frontiera missionaria vera e propria»

CHI È

62 anni, ordinato prete nel 1972, don Giampiero Alberti ha studiato al Pisai (Pontificio Istituto di Studi arabi e islamici); nel 1994 vi ha conseguito la licenza in studi arabo-islamici e il dottorato nel 2002. Parla l'arabo. Dal 1998 al 2003 ha partecipato al Comitato Islam in Europa del Ccee-Kek. Da quarant'anni partecipa al gruppo I.M.O. (Impegno Medio Oriente), con il quale propone campi di lavoro e conoscenza in Israele, Palestina, Giordania. n



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