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La rivistaFebbraio 2010
Milano e l'islam: incontro possibile


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01/02/2010   
Speciale/2. Luoghi e nomi della presenza islamica in città
Trentacinque anni della nostra storia
di Rassmea Salah

Si parla molto di islam a Milano, ma chi sono i musulmani presenti in città? Si può davvero parlare di una realtà omogenea? E quali luoghi e quali nomi sono i più significativi? Una riflessione seria sull'islam milanese non può che partire da qui. Per questo abbiamo chiesto a un'amica musulmana - laureata all'Università Orientale di Napoli e collaboratrice della rivista Yalla Italia! - di aiutarci ad analizzare la storia della comunità islamica in città (che non è iniziata ieri) e le sue principali ramificazioni.

LA STORIA della comunità islamica di Milano inizia nel 1974 quando - in modo spontaneo - comincia a incontrarsi regolarmente un piccolo gruppo di musulmani: una ventina di persone fra studenti universitari, commercianti, venditori ambulanti e diplomatici arabi a Milano. I punti di riferimento del gruppo erano l'avvocato Abdurrahman Rosario Pasquini, il console onorario del Kuwait Ahmed Nassreddin, l'allora studente in medicina Alì Abu Shwaima (oggi responsabile del Centro islamico di Segrate), Khadija Paola Moretti, sua futura consorte, il traduttore giurato Mujahid Badawi e Sa'ad Abu Zeid, addetto al consolato del Kuwait.
Il primo punto di aggregazione fu in corso Sempione, nella sede del consolato onorario del Kuwait: il console aveva ricavato una piccola stanza, suggestiva e dignitosa, con il mihrab (la nicchia per la preghiera che indica la qibla, cioè la sua direzione) e i calligrammi sulle pareti. Non era ufficialmente un luogo di culto islamico, ma solo una piccola aula che veniva aperta al gruppo una volta alla settimana, il venerdì, per la preghiera comunitaria di mezzogiorno.
L'ospitalità del consolato del Kuwait durò solo dalla primavera all'estate del 1974. In quei pochi mesi, infatti, il gruppo iniziò ad ampliarsi, e quella piccola sala divenne insufficiente per tutti. Nell'estate del 1974 il gruppo trovò in via Anacreonte uno scantinato che avrebbe accolto questa piccola comunità per sedici anni. Fu questa ufficialmente la prima sala di preghiera della città e fu denominata Centro Islamico di Milano. Aveva una capienza massima di sole cento persone, ma rispetto alla precedente locazione permetteva ai musulmani una maggiore autonomia. Le attività qui non si limitarono più alla settimanale preghiera comunitaria del venerdì, ma iniziarono a comprendere le più importanti tradizioni, come il tarawih (la lettura serale dell'intero Corano durante il mese di Ramadan). La celebrazione delle due maggiori festività islamiche - la fine del digiuno nel sacro mese di Ramadan, e la festa del Sacrificio, ricorrenza volta a commemorare l'obbedienza e la cieca fiducia in Dio del profeta Abramo - avveniva in un grande campo da calcio tra il Centro islamico di Milano e la parrocchia di San Giovanni Crisostomo, all'aperto (come raccomanda la tradizione) per permettere a quanti più musulmani possibile di aggregarsi e di condividere quei momenti comunitari insieme.
Nella sede di via Anacreonte presero avvio anche altre importanti attività. La prima fu l'insegnamento dell'arabo e dell'islam ai figli dei primi immigrati arabo-musulmani. Le lezioni si tenevano una volta alla settimana, in genere la domenica mattina. La buona affluenza e il limitato spazio della sede portò una delegazione della comunità a cercare uno spazio adeguato: a metà degli anni Ottanta, così, il consiglio di zona diede in affitto alcune aule della Casa del Sole, al Parco Trotter di via Padova. Quella fu ufficialmente la prima scuola islamica in lingua italiana, che ebbe però vita breve, solo un paio d'anni. Anche dopo la chiusura della scuola, le lezioni di arabo e di religione islamica continuarono comunque in modo ininterrotto nel Centro islamico di via Anacreonte. Sempre in quel periodo Abdurrahman Pasquini ideava e fondava la prima rivista mensile islamica in lingua italiana, Il Messaggero dell'Islam, che veniva inizialmente pubblicata ciclostilata: «Fu registrata nel luglio del 1982», ricorda il fondatore.

PER LA COMUNITÀ islamica quelli furono anni chiave: la scuola permise a molti immigrati di incontrarsi, socializzare, fare gruppo, organizzare dei momenti da condividere per le famiglie e per le coppie miste. Inoltre iniziarono i rapporti con le amministrazioni locali, nello specifico con il Comune di Milano e la questura, che sarebbero poi diventati più stretti con la Legge Martelli, la prima normativa sull'immigrazione in Italia. Il Centro islamico di Milano aprì uno «sportello immigrazione» per facilitare la compilazione dei documenti. Sempre in quel periodo crebbero i contatti con le organizzazioni sindacali ed ecclesiali, e con alcune comunità etniche (soprattutto con quella eritrea, all'epoca una delle più forti a Milano). Ma prese corpo anche l'idea di dare vita a un'organizzazione che rappresentasse le diverse realtà islamiche presenti sul territorio nazionale. Nacque così, nel 1989, l'Unione delle comunità e delle organizzazioni islamiche in Italia (Ucoii). E proprio da Milano proveniva il primo presidente, Alì Abu Shwaima.

ALTRO PASSAGGIO estremamente significativo fu, verso la fine degli anni Ottanta, la decisione del Comune di Milano di cedere alla comunità uno spazio per la costruzione di un cimitero islamico a Segrate. L'area venne utilizzata in parte per il cimitero, in parte per la costruzione della prima moschea della città, tuttora l'unica in Italia insieme alla Grande moschea di Roma ad essere contraddistinta dalla classica architettura islamica comprendente cupola e minareto. La piccola moschea Al Rahman di Segrate, con una capienza massima di 150 persone, fu inaugurata il 28 maggio 1988 alla presenza di assessori del Comune e della Regione, rappresentanti dell'arcidiocesi di Milano, consoli arabi, il ministro algerino degli Affari religiosi e molti altri esponenti politici.
La sala di preghiera di via Anacreonte, intanto, era diventata un importante punto di aggregazione anche per gli studenti universitari musulmani, che vi trovavano una modesta biblioteca dove poter studiare testi religiosi e socializzare. Nel frattempo, però, nella comunità erano emerse anche le prime spaccature. Nel 1989 si arrivò così a una prima scissione nel mondo musulmano milanese: alcuni fondatori del Centro islamico di Milano, tra cui Ahmed Nassreddin e Sa'ad Abu Zeid - di orientamento salafita, più ortodosso - decisero di creare una nuova associazione chiamata Istituto culturale islamico, con sede in viale Jenner.
Il nuovo centro offriva diversi servizi: un piccolo ristorante, un negozio, una libreria e la possibilità di organizzare i pellegrinaggi alla Mecca. Qui inoltre venne aperta la prima scuola araba riconosciuta in Medio Oriente, con programmi scolastici egiziani, rivolta ai figli di quegli immigrati che avevano intenzione di tornare in Egitto dopo pochi anni. Quell'idea, però, si trasformò in un'utopia e la maggioranza di quegli immigrati rimase in Italia, creando non pochi problemi di integrazione linguistica e culturale ai propri figli che - una volta usciti dalla scuola media egiziana - entravano nelle scuole pubbliche superiori senza sapere l'italiano. L'affluenza di bambini restava comunque alta e per questo l'Istituto culturale islamico nel 1997 trasferì le lezioni in una struttura pensata esclusivamente per accogliere la scuola araba: la sede di via Quaranta, che sarebbe poi balzata all'attenzione della cronaca. Il tentativo da parte dei dirigenti di viale Jenner di far riconoscere la scuola come un istituto privato non piacque però a tutti e questo portò la scuola di via Quaranta a prendere le distanze anche dall'Istituto culturale islamico. Nel 2005 arrivò poi la chiusura voluta dalla giunta Moratti per «motivi igienico-sanitari» rispetto all'uso scolastico. Oggi comunque il centro di via Quaranta resta un luogo di culto che aggrega ogni venerdì migliaia di fedeli. Buona parte dei ragazzi frequenta invece la scuola italo-araba «Naghib Mahfuz», in via Ventura.
Gli anni Novanta videro l'inizio anche di un altro capitolo: nel 1992, con la crisi bosniaca nella ex Jugoslavia, l'Istituto culturale di viale Jenner avviò una prima raccolta di farmaci, vestiti e alimentari per sostenere i musulmani bosniaci. Lo stesso leader di viale Jenner, l'egiziano Anwar Sha'ban (chiamato dal Kuwait per svolgere la funzione di imam a Milano) si recò in Bosnia per sostenere la resistenza armata dei musulmani locali. Lì, a un posto di blocco della polizia militare croata, rimase ucciso in uno scontro a fuoco. Il supporto di viale Jenner alla parte bosniaca del conflitto finì così al centro del¬l'«Operazione Sfinge» che, nel giugno 1995, vide a Milano l'arresto di 75 persone (16 furono fermate per sei mesi mentre gli altri rilasciati dopo pochi giorni) per aver collaborato dall'Italia alla resistenza islamico-bosniaca. Alla fine del processo, furono tutti assolti, ma questa operazione pesò non poco sulla percezione di viale Jenner. «Non a caso dopo l'11 settembre 2001 entrammo subito nella lista nera del terrorismo internazionale e fummo additati come rappresentanti di Bin Laden in tutta Europa», ricorda Sha'ari, attuale presidente libico dell'Istituto culturale islamico. Anche per questo nel 2003 il centro di viale Jenner riscrisse il suo Statuto e si definì come organizzazione onlus. Tuttora riunisce tra i 3.500 e i 4.000 musulmani per la preghiera del venerdì, che dopo le polemiche sulle preghiere in strada attualmente si tiene al PalaSharp di Lampugnano.
Accanto al polo di viale Jenner continuava comunque la sua attività anche il Centro islamico di Milano: nel 1990 aveva dovuto chiudere la sede di via Anacreonte per trasferirsi in via Rovigo, in una sala di preghiera che l'avrebbe accolta per soli cinque anni. Le attività rimasero invariate: preghiere comunitarie del venerdì, feste del Sacrificio e di fine Ramadan, lezioni di lingua araba e di islam in italiano. Nel frattempo, però, un'officina d'auto accanto alla moschea Al Rahman  di Segrate era stata messa in vendita. Il Centro islamico di Milano decise così di acquistarla e - dopo aver chiesto il cambio di destinazione d'uso di quell'area - iniziò la costruzione dell'attuale centro, che fu poi progressivamente ampliato con l'acquisto di ulteriori spazi. Nel 1995 vi fu, dunque, il definitivo trasferimento da via Rovigo a Segrate, sede che acquisì l'attuale nome di Centro islamico di Milano e Lombardia, dove continuano sino ad oggi le stesse attività religiose e culturali.
Intanto, però, nel 1994 - nell'ex nucleo originario di via Ana¬creonte - era già avvenuta una seconda scissione, che aveva portato all'istituzione della Casa della cultura islamica in via Padova. Le figure di riferimento di questo nuovo gruppo erano l'algerino Boubakeur Gueddouda, il medico siriano Baha Ghrewati, il giordano Anwar Al Joulani e lo svizzero Alì Schuetz. Anche in questo luogo di culto iniziarono delle attività culturali e religiose, simili a quelle di altre sale di preghiera presenti in città. Oggi la Casa della cultura islamica è guidata da Mahmoud Asfa, premiato nel 2009 dal Comune di Milano con l'Ambrogino d'Oro.
La comunità di via Padova nel 1997 aveva acquistato una palazzina a Cascina Gobba, con l'intenzione di farne una nuova grande sede. Ma anche su questo progetto sono nati dei contrasti: si è arrivati così alla frattura più recente, quella del 2009, quando un gruppo comprendente l'ex imam della Casa della cultura islamica Abdallah Tchina, Baha Ghrewati e Maher Kabakebji si sono trasferiti nei nuovi locali di Cascina Gob¬ba. Concretizzando così con la comunità di viale Padova una scissione che risulta essere talmente problematica da avere tuttora risvolti giudiziari in corso.



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