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01/02/2010   
Storia di una vocazione normale, eppure speciale
Una scommessa a tempo pieno
di Gerolamo Fazzini
Padre Gustavo Benitez, primo argentino nelle file del Pime, racconta la sua avventura umana e spirituale: dal Sudamerica alla Cambogia

E' il primo argentino del Pime, e già questa è una notizia. Viene da una famiglia in cui due figli maschi su tre sono preti (il fratello Nestor è sacerdote diocesano): anche in questo caso una piccola-grande notizia. Ma quel che più interessa qui è il percorso che ha condotto di padre Gustavo Adrian Benitez ad abbracciare la vocazione missionaria. Da un volontariato missionario, svolto da ragazzo, all'impegno nella cooperazione internazionale da giovane fino alla scelta adulta di dedizione alla missione «ad gentes». Da un servizio a tempo alla consacrazione per la vita: una scelta controcorrente, di questi tempi.
Nato nel 1972 a Resistencia (nel Chaco, Nordest del¬l'Ar¬gentina), Gustavo ha respirato missione fin da giovane: «Con il gruppo missionario, che si riuniva settimanalmente, andavamo 2-3 volte l'anno nei posti più remoti della diocesi, sugli altopiani bagnati dal Rio Paranà, per una ven¬¬tina di giorni: visitavamo le famiglie povere, organizzavamo incontri per ragazzi e adulti... Ricordo le distanze enormi (a volte 30-40 km per raggiungere una casa)». Dopo nove anni di questa esperienza missionaria sul campo «sentivo dentro di me crescere la voglia di stare con la gente umile. Non era ancora chiara la scelta vocazionale, ma è stato quello l'inizio di tutto».
Finite le superiori, Gustavo lavora come insegnante di musica in una scuola statale e di religione in una gestita dai salesiani, nella sua città, Resistencia, un milione di abitanti. Parallelamente consegue un diploma per l'insegnamento ai disabili.

UN MOMENTO significativo del cammino è l'incontro con padre Domingo Cazon, un prete cubano, membro di un istituto ad gentes del Canada, i cosiddetti pre¬ti S. M. E. (Societé des Mission Etrangere du Quebe¬c). «Mi ha seguito da vicino nel mio itinerario spirituale - spiega Gustavo -. Ed è lui che, nel 1996, mi ha coinvolto in un'esperienza significativa, promossa dal suo istituto: un incontro per i giovani impegnati nella missione in America Latina a Tegucigalpa, in Honduras: quattro settimane, l'ultima delle quali dedicata agli esercizi spirituali». Padre Gustavo aveva già vissuto un altro momento forte l'anno prima: il Comla 5 (Con¬gresso missionario latinoamericano) a Belo Horizonte in Brasile.
«Quella in Honduras - sottolinea p. Gustavo - si è rivelata un'esperienza molto forte di "immersione" nella situazione concreta dei poveri; si andava nelle case a due a due, ospiti delle famiglie. Per me è stata anche un'occasione di incontro con persone dal resto del continente: erano presenti giovani di molti Paesi dell'America centrale e del sud».
Continua: «In Honduras è nata l'idea di una commissione internazionale e io sono stato scelto per l'Argentina. L'anno dopo ci siamo radunati in Canada e lì si decise di promuovere un secondo incontro in Honduras per il gennaio del 1998. Vedendomi molto coinvolto nell'impegno missionario, i padri S.M.E. mi hanno sollecitato a continuare la mia formazione con loro (nel 1997, intanto, mi ero laureato): mi hanno invitato ad andare a Montreal per un anno. E così, nell'agosto sono partito per il Ca¬nada». Ogni partenza comporta un distacco; per Gustavo ciò significa lasciare il lavoro e la famiglia di origine. Nessun problema con i tuoi? «Problemi no, anche se non posso negare una certa sorpresa di fronte alla mia scelta. Non si sono mai opposti, mi sono sempre stati vicini e man mano hanno capito le mie scelte».

IN CANADA Gustavo passa un anno di formazione e verifica in comunità, in vista di un impegno in missione. Studia il francese e nel tempo libero lavora alla Co¬mu¬nità dell'Arca di Jean Vanier, valorizzando il suo diploma nell'ambito dell'assistenza ai disabili. Dopo aver seguito insieme ai compagni due corsi a Ottawa all'università, a fine 1998 viene invitato ad associarsi come laico missionario all'istituto e a partire per la Cambogia dentro un progetto di équipe internazionale. «Era il primo gruppo internazionale dell'istituto, una cosa molto bella, in prevalenza formato da laici. Ne facevano parte, oltre al sottoscritto, una coppia di sposi (lei francese e lui boliviano), due ragazze filippine e un giovane prete colombiano, missionario di Yarumal. L'accordo prevedeva una permanenza di sei anni in Cam¬bogia»
Prima della partenza si rende necessario, naturalmente, un periodo di preparazione, specie per l'apprendimento dell'inglese, cosa che Gustavo svolge insieme con la coppia. Ad aprile 2000 finalmente la partenza per l'Asia. La prima tappa è Hong Kong, la seconda Davao, nelle Filippine. Lì si sono aggregate le due laiche locali, quindi a luglio l'arrivo dell'equipe in Cambogia, a Phnom Penh. La comunità al completo comprendeva 10 persone; oltre ai sei citati, altri 4 preti (un canadese e 3 colombiani), presenti dal 1996; costoro operavano in tandem con la diocesi, mentre a noi laici non erano stati assegnati compiti precisi e ciascuno stava scoprendo quali strade percorrere».
Prosegue Gustavo: «Di lì a qualche mese ho conosciuto Cristina, della Comunità delle missionarie laiche di Busto, legata al Pime e, tramite lei, i missionari dell'istituto. Mi hanno parlato di un progetto di New Humanity per i disabili; anch'io avevo in mente un centro del genere, padre Toni Vendramin lo sognava da tempo. Sapendo della mia preparazione nel campo della disabilità, ho iniziato a collaborare con New Humanity, part time, mentre cominciavo a studiare la lingua khmer tre volte alla settimana. Nel 2001 sono stato assunto alla Ong del Pime, dopo un accordo fra istituti, e ho potuto buttarmi a tempo pieno nel progetto per disabili. Per due anni l'ho seguito da vicino: l'ufficio era in capitale, ma i progetti nei villaggi, fra le risaie. Lì sono stati realizzati un centro per di¬sabili e altri progetti educativi, per le donne, per i contadini, per l'educazione sanitaria... Siccome i ragazzi non erano accettati nelle scuole venivano da noi per prepararsi. Un'indagine fra le famiglie dei sedici villaggi ci permise di individuare una ventina di disabili fisici e mentali, che diventarono i destinatari dell'intervento».

IL CENTRO, inaugurato nel 2001, è una struttura senza pretese ma funzionale. All'inizio vi lavoravano quattro soli dipendenti, come insegnanti; per loro organizzavamo dei training insieme con altre Ong migliorare le competenze.
Dalle parole di padre Benitez trapela un certo entusiasmo per tale realizzazione. Eppure non è stato quello l'approdo della sua ricerca. Come mai? «Prima di partire - è la risposta - il mio superiore mi aveva chiesto del mio futuro ma io mi ero preparato come laico. Con padre Mario Ghezzi, che ho incontrato quasi per caso, ho iniziato un accompagnamento spirituale e di discernimento. Lui mi ha indirizzato a un filippino gesuita. Dopo un periodo di verifica, alla fine ho deciso per il Pime. Non potrei dire che ci siano stati motivi particolari e clamorosi, quanto piuttosto la somma di tanti fattori. Di sicuro non è stata una scelta improvvisata, ma è maturata in un clima di preghiera».
Da laico a tempo a prete per la vita. Come è accaduto? «In Canada non avevo fatto molti progetti sul dopo. La "molla" è scattata in Cambogia: rileggendo tutta la mia storia, la mia passione missionaria, ho come intravisto un disegno. Non potevo tornare in Argentina dopo sei anni senza che fosse successo niente. Non mi vedevo proprio a cancellare quella parentesi come se mi accontentassi; intuivo qualcosa che mi spingeva a dare di più. Del resto, la chiamata alla missione ad gentes era abbastanza chiara e forte dentro di me. Il discernimento compiuto è stato più concentrato sul come viverla: da celibe, sposato o come prete?».
Una volta decisa la strada, nel 2002 Gustavo lascia l'istituto canadese per entrare nel Pime. Abbandona la Cambogia per Roma, dove compie gli studi, fino a conseguire il baccalaureato in filosofia. Quindi l'anno di spiritualità e poi l'arrivo al Seminario teologico di Monza.
Il resto è cronaca recente: ordinato prete il 14 agosto nella sua Resistencia, e ricevuto il Croce¬fisso, a fine ottobre è ripartito per la Cambogia. Stavolta come padre Gustavo. «Mi sento un figlio dell'America Latina inviato al¬l'Asia. Per la mia Chiesa è stata una festa, un evento importante nel quale concretamente si realizza il "donare della nostra povertà" auspicato proprio dai Congressi missionari latinoamericani».
Immancabile la domanda finale: cosa ti ha colpito del Pime? Ri¬sposta: «Il fatto che la missione non è esclusivamente sull'aspetto puramente religioso ma che si associa alla promozione umana. La testimonianza di vita fa parte della missione: per me, che all'inizio avevo una visione del prete "sbilanciata" sull'aspetto sacramentale (peraltro importantissimo), si è trattato di una bella scoperta?. L'altro aspetto molto positivo del Pime è l'internazionalità: una ricchezza, anche se le difficoltà non mancano. La mia classe è costituita da otto persone di sei nazioni, alcuni dei quali provengono dalle antiche missioni del Pime: un bel segno e un motivo di gioia in più per l'istituto».



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