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La rivistaFebbraio 2010
Milano e l'islam: incontro possibile


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01/02/2010   
Dubai, all’ombra della torre dei record
di Loretta Napoleoni
Negli Emirati migliaia di migranti sono allo sbando a causa della crisi: il prezzo di uno sviluppo distorto

Il 2010 si è aperto con l'inaugurazione del Burj Dubai, 800 metri di altezza, il grattacielo più alto del mondo, visibile a 95 km di distanza. A costruirlo sono stati migliaia di emigrati che dall'Asia e dall'Africa, con infinti sacrifici, raggiungono gli Emirati Arabi in cerca di lavoro.  A Dubai costituiscono l'80 per cento della forza-lavoro e, da quando la recessione si è abbattuta pesantemente sull'emirato, si trovano in crescente difficoltà. Per loro non ci sono ammortizzatori sociali, lo Stato li tratta come merce. Vivono in accampamenti con servizi minimi come il Bin Belaila Baytur labor camp che ospita circa 5300 persone. È qui che risiedeva il personale impiegato nella costruzione dei due grattacieli più alti al mondo Burj Dubai e Silver Tower, un progetto del valore di 122 milioni di dollari. Quell'accampamento si sta svuotando: ogni giorno tornano a casa tra i 50 e 70 lavoratori che hanno perso il lavoro.
I più poveri, una volta disoccupati, non hanno neppure i soldi per tornare a casa. Molti, per sopravvivere, s'indebitano con le banche e finiscono in carcere appena saltano il pagamento di una rata del prestito. A Dubai, come in tutti i Paesi islamici, non onorare i debiti è un reato.
Secondo le stime ufficiali la metà dei braccianti stranieri negli Emirati sono filippini, circa 350 mila, fanno tutti i lavori più umili dai muratori agli spazzini. La metà si trovano a Dubai, impiegati nelle costruzioni e nel turismo, settori duramente colpiti dalla recessione.
Spesso la sopravvivenza di intere famiglie nelle Filippine dipende dalle rimesse di questi emigrati sparsi nel mondo. In totale sono circa 10 milioni i lavoratori filippini residenti all'estero, molti vivono e lavorano in condizioni di clandestinità. Le loro rimesse annuali ammontano a miliardi di euro. Senza questo flusso l'economia della Filippine potrebbe contrarsi ulteriormente.
«La paura di perdere il lavoro a Dubai o altrove avrà conseguenze devastanti sulle famiglie dei migranti - dichiara all'Asian Times p. Arsie Lumiques, professore del Jesuit Ateneo di Manila -; il governo filippino deve prendere rapide misure per avviare nuove opportunità di lavoro nel Paese per poter reintegrare chi rimpatria e frenare le partenze». A causa della cronica disoccupazione, ogni giorno partono dalle Filippine oltre duemila persone.
A Dubai l'unica misura presa dal governo è quella di non concedere più permessi di lavoro, per frenare il flusso di entrata nell'emirato. Ma anche chi viene licenziato vede revocare i permessi di lavoro e di soggiorno. Per gli impiegati, infatti, il licenziamento comporta la perdita automatica del visto e 30 giorni di tempo per trovare una nuova occupazione o la¬sciare il Paese.
Chi non ci riesce, ossia la maggior parte, usa i pochi risparmi per fuggire. Negli aeroporti è ormai abituale la scena di centinaia di macchine abbandonate nei parcheggi con le chiavi ancora inserite nel cruscotto e carte di credito sparpagliate sui sedili. Sono le auto di lavoratori di medio ed alto livello che hanno perso il lavoro, gente indebitata che per evitare problemi con la giustizia fuggono dal Paese.
Naturalmente nessuna protezione esiste per quei lavoratori che a Dubai non vengono pagati a causa dei problemi economici del loro datore di lavoro. A quanto pare il ministero del La¬voro è sommerso dai reclami di operai ed impiegati senza stipendio, costretti a periodi di aspettativa senza retribuzione, o licenziati senza ricevere le liquidazioni previste.
Come sempre, i poveri del mondo pagano il prezzo più alto per gli errori e gli abusi commessi dai ricchi. È ora di cambiare questo paradigma.



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