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01/02/2010   
Fotografia di un continente dalla politica malata
L’Africa dei figli di papà
di Anna Pozzi
Tra «democrature» e nuove dinastie, l’'Africa si allontana progressivamente dalla via democratica. E così, sempre più spesso, il potere si tramanda in famiglia


Sarà pure un piccolo Paese, ma le prossime elezioni presidenziali in Togo, previste il 28 febbraio, rappresentano una sorta di cartina di tornasole. Diranno se la tendenza che si sta consolidando in questi anni in Africa è qualcosa di più di un caso, ma rappresenta - come denunciano molti - un'inquietante certezza: il consolidamento di una serie, ormai abbastanza nutrita, di nuove dinastie africane. Ovvero, quando il potere passa di padre in figlio, magari dopo che il padre è rimasto ai vertici dello Stato per tutta la vita. È il caso di  molti dittatori africani, che spesso si sono imposti con la forza e non raramente con la benedizione delle ex potenze coloniali. Insomma, la negazione su tutta la linea di qualsiasi velleità democratica, sepolta - per salvare almeno la forma - dietro l'apparenza di pseudo-elezioni, ad uso e consumo soprattutto della comunità internazionale.
Il caso del Togo è emblematico. Il padre, Etienne Gnassingbé Eyadéma, è stato uno dei grandi «dinosauri» della politica africana. Arrivato al potere con un colpo di Stato nel 1967, ha «regnato» con pugno di ferro e sanguinaria brutalità, sino alla morte nel 2005. Istantanea la reazione del figlio, Faure Gnassingbé, che non con la forza delle armi, ma con quella del diritto, è riuscito a ordire, nell'arco di poche ore, una sorta di «colpo di Stato costituzionale». Da ministro viene nominato deputato e quindi eletto presidente dal Parlamento, carica che gli ha permesso di gestire l'interim sino alle elezioni dell'aprile 2005 che, in un clima di guerra civile, lo hanno consacrato presidente. Nel frattempo, un altro figlio di Eyadéma (di un'altra moglie), ex ministro della Difesa dal 2005 al 2007, veniva arrestato per un tentativo di colpo di Stato. Insomma, sporchi affari di famiglia, che tuttavia continuano ad avere pesanti ripercussioni su questo piccolo Paese dell'Africa occidentale, dove il rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali - di opinione, stampa, associazione - restano ancora un miraggio.
Inutile dire che Faure Gnassingbé è il candidato favorito pure nella prossima tornata elettorale di fine febbraio. Anche perché il suo apparato, consolidato da quasi quarant'anni di dittatura paterna - ampiamente sostenuta dalla Francia - ha messo in campo tutta una serie di misure intimidatorie per scoraggiare la gente dal recarsi alle urne.
SCENDENDO un po' più a sud, verso l'Africa centrale, la situazione non cambia di molto. Anzi, esistono parecchie analogie con le vicende del Gabon e del suo vecchio patriarca Omar Bongo Ondimba, detto «Obo». Pure lui al potere dal 1967, ha gestito a suon di petroldollari le relazioni interne, con i suoi fin troppo malleabili oppositori, ed esterne, specialmente con l'inossidabile alleato francese e le sue compagnie petrolifere Elf e Total. Sino alla morte, lo scorso giugno, a 73 anni d'età e 42 di potere. Lascia un Paese che potrebbe essere tra i più ricchi al mondo (è il quarto produttore di petrolio in Africa subsahariana e il secondo esportatore di legname pregiato), dove la metà dei suoi abitanti (un milione e mezzo!) vive al di sotto della soglia di povertà.
Anche in questo caso, la transizione è stata un mero affare di famiglia. Il figlio, Ali Bongo Ondimba, ex ministro della Difesa, è succeduto al padre, in seguito alle elezioni vinte lo scorso 30 agosto e contestate dalle opposizioni. Si è presentato come un riformatore e per questo i suoi concittadini lo hanno ribattezzato «TsunAli». Ma sta di fatto che la gestione del Gabon resta ancora oggi sostanzialmente un affare di famiglia. Innanzitutto perché la potentissima grande soeur, la sorella maggiore Pascaline, braccio destro del padre e direttore del suo gabinetto, continua ad avere un enorme peso: non solo nella gestione della fortuna di famiglia, ma anche in veste di vice-presidente di Total-Gabon e di presidente di Gabon Mining Logistic. E a chiudere il cerchio, il suo compagno, Jean-François Ndongou, riconfermato da Ali al ministero dell'Interno, dopo vent'anni di vari incarichi governativi con Omar. Quanto all'altro fratello, Christian Bongo, mantiene la direzione generale della Banca gabonese di sviluppo (Bgd), nonostante alcune frizioni che gli hanno impedito di mettere le mani anche sulla compagnia aerea di Stato.
Resta lo strascico di quattro inchieste aperte dalla magistratura francese, che vedevano coinvolto Omar Bongo. Una di queste, per malversazione di fondi pubblici e acquisto di beni in Francia per 160 milioni di euro, coinvolge anche il presidente della Repubblica del Congo Sassou Nguesso (di cui Omar Bongo aveva sposato la figlia) e il presidente della Guinea Equatoriale Teodoro Obiang Nguema. Ovvero altre due importanti famiglie-Stato africane.
QUELLA di Obiang Nguema, succeduto con un colpo di Stato allo zio Francisco Macías Nguema nel 1979, è una vera e propria cleptocrazia familiare, che sta dissanguando la piccola isola del golfo di Guinea, ricchissima di petrolio (è il terzo produttore subsahariano). La rivista Forbes stima il patrimonio personale di Obiang attorno ai 600 milioni di dollari e lo colloca all'ottavo posto nella classifica degli uomini più ricchi al mondo. Il figlio Teodorin, probabile successore, dichiara un reddito di cinquemila dollari al mese, ma possiede una casa da 35 milioni dollari a Malibu, due Ferrari, tre Bugatti, una limousine Rolls Royce e due Maserati.
Anche qui, il presidente-padrone Obiang Nguema non ha rinunciato alla farsa delle elezioni e, nel novembre del 2009, si è presentato alle presidenziali boicottate dall'opposizione. I dati ufficiali parlano di un 95,37 per cento dei consensi (nel 1996 aveva ottenuto il 99 cento!) e di un tasso di partecipazione pari al 93 per cento degli aventi diritto.

PIÙ RECENTE, ma non meno inquietante, la dinastia dei Kabila che si è instaurata in Repubblica Democratica del Congo, dopo la caduta del maresciallo Mobutu Sese Seko, nel maggio del 1997. Storia, in entrambi i casi, di grandi entusiasmi e grandi delusioni. Laurent-Dèsiré Kabila porta al potere l'anelito di un popolo che chiede una svolta, dopo la trentennale dittatura di Mobutu. Viene assassinato nel gennaio del 2001 e, in maniera alquanto acrobatica, il potere passa al giovane figlio Joseph Kabila, allora ventinovenne. Kabila junior riesce, sì, a organizzare, nel 2006, le prime elezioni libere nella storia del Paese. E anche a farsi eleggere con una parvenza di democrazia. Ma lascia aperti tanti fronti oscuri, legati specialmente allo sfruttamento delle enormi risorse del Paese. Sfruttamento che vede coinvolti i Paesi limitrofi, con Ruanda in testa, nelle regioni orientali, destabilizzate da quindici anni di guerra e violenza (cfr dossier M.M., dicembre 2009) e sempre più dalla onnipresente Cina.
UN CASO A SÉ è quello del Botswana, dove Ian Khama è stato confermato lo scorso 16 ottobre capo dello Stato. Cinquantasei anni, meticcio e celibe, «eredita» la carica del genitore Seretse Khama, re della tribù dei bamangwato, primo presidente del Botswana e «padre della patria». In realtà, tra padre e figlio si sono alternati i governi di Ketumile Joni Masire e Festus Mogae. Tuttavia, già all'età di 24 anni Ian Khama guida l'esercito, nonché concentra nella sua figura di primo ministro, all'epoca di Mogae, gran parte dei poteri. I suoi detrattori ne parlano come di un antidemocratico, più vicino allo spirito dei regni tradizionali e dell'esercito. Ma il fatto che non sia sposato - e che ufficialmente non abbia figli - è perlomeno garanzia che con lui la dinastia appena iniziata possa presto finire.
Altre, invece, potrebbero essere inaugurate a breve. Persino in Stati dalla reputazione democratica come il Senegal. Qui, per la prima volta in Africa, il principale oppositore al partito di Léopold Sédar Senghor e Abdou Diouf, l'attuale presidente Abdoulaye Wade, è riuscito a vincere le elezioni nel 2000, mostrando al mondo interno che anche in Africa un'alternanza politica è possibile. Solo che ora l'«era Wade» (che oggi ha 83 anni) potrebbe concludersi con... un'altra «era Wade». Da Abdloulaye a Karim, il figlio quarantenne che, nonostante abbia perso le elezioni per diventare sindaco di Dakar, viene proposto come futuro presidente del Senegal nel 2012. Nel frattempo, il padre gli ha ritagliato un ministero ad hoc: quello della Cooperazione internazionale, del Territorio, dei Trasporti aerei e delle Infra¬strutture.

E DI POSSIBILI successioni in famiglia si parla anche nel Nordafrica. Cosicché quelle che molti definiscono «democrature» - ovvero democrazie-dittature - potrebbero presto trasformarsi in una sorta di monarchie ereditarie. In Algeria, ad esempio. Qui il presidente Abdelaziz Bouteflika, 72 anni, ha cambiato la Costituzione per farsi eleggere per la terza volta nell'aprile del 2009 (ufficialmente con il 90,4 per cento dei consensi). Da tempo, però, a causa di una grave malattia, circolano voci circa un possibile passaggio dei poteri al fratello.
Anche nella vicina Libia si parla del figlio per prendere il posto dell'intramontabile padre, il colonnello Muammar Gheddafi, 77 anni, al potere da mezzo secolo. Mentre in Egitto il presidente Hosni Moubarak, 81 anni, che invece governa (solo) da trent'anni, starebbe preparando il figlio Gamal, 46, a prendere il suo posto nel 2011, sempre che non decida lui stesso di ricandidarsi.
Intanto, in Tunisia Zine El-Abidine Ben Ali, 73 anni, secondo presidente del Paese dal novembre 1987, è stato rieletto per la quinta volta nell'ottobre 2009 con (solo) l'89,62 per cento dei voti. In passato aveva fatto meglio (nel '94 aveva ottenuto il 99,81 per cento delle preferenze!) e forse spera di rifarsi in futuro. Lui, per il momento, continua imperterrito a candidare se stesso



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