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«L’appuntamento di ottobre ci invita ad affrontare divisioni vecchie di secoli»

«Una delle tante storielle di Nasr Eddin Hodja, il folle maestro di saggezza che da sei secoli abita l'immaginazione di turchi, arabi e persiani, narra di un contadino anatolico che si rivolge all'hodja (il maestro) chiedendogli di aiutarlo a scrivere una lettera. La risposta è per lo meno sconcertante: «Scusami, ma ho male ai piedi». «Ti servi dei piedi per scrivere?» chiede il contadino perplesso. «No - risponde Nasr Eddin -, con i piedi cammino, ma scrivo così male che bisogna che vada io stesso dal destinatario, per leggergli la lettera».
Credo che la Chiesa universale debba essere grata a chi ha invocato un Sinodo per il Medio Oriente e al Papa per aver accolto questo invito. Nell'era della comunicazione globale ci si illude di conoscere tutto a partire da un dispaccio d'agenzia. In realtà, anche oggi, come nei primi decenni della sua storia, la Chiesa ha bisogno di «piedi buoni» per intraprendere l'avventura del viaggio, per permettere ai suoi figli di raccontarsi e di condividere paure, speranze, sogni e disillusioni. Il Sinodo che si terrà dal 10 al 24 ottobre, è premessa di un viaggio speciale alle sorgenti della storia cristiana, racchiuse in una regione relativamente limitata quanto variegata che interessa ben tre continenti (Europa, Asia, Africa). In Medio Oriente, c'è un concentrato dei problemi della Chiesa universale: di natura ecclesiologica (giurisdizione tra patriarcati, Chiese e riti diversi), di natura interreligiosa (i rapporti con le due grandi fedi abramitiche), di natura politica-sociale (guerre, violenza, diritti delle minoranze...). Il tema scelto - «La Chiesa cattolica in Medio Oriente: comunione e testimonianza: "La moltitudine di coloro che erano diventati credenti aveva un cuore solo e un'anima sola" (At 4,32)» - si focalizza su due termini essenziali: «comunione e testimonianza». La sfida è quella di passare dall'«e» al «come»: sì, «comunione come testimonianza», in terre in cui da troppi secoli la mancanza di comunione nella diversità delle tradizioni e dei riti è stata una «contro testimonianza».
Bisognerà avere il coraggio di riprendere in mano pagine importanti, a volte anche dolorose, della storia di Chiese più spesso chiuse nel ricordo di un passato glorioso che non pronte a scommettere su un futuro che è promessa evangelica. Il 1° dicembre 2006 eravamo nella piccola cattedrale latina di Istanbul per la celebrazione presieduta da Benedetto XVI a conclusione del viaggio in Turchia. Stipati all'inverosimile, si ritrovavano cattolici di quattro riti differenti (latini, caldei, armeni e siriaci). La fase preparatoria già aveva messo in evidenza le difficoltà: battaglie più o meno diplomatiche sull'attribuzione di ruoli, posti e pass d'accesso, espressione della spasmodica ricerca di un'esposizione mediatica. Il risultato fu una celebrazione tutto sommato dignitosa e raccolta, che però restò un collage più che una liturgia davvero interrituale. Le distanze e le differenze tra Chiese in Medio Oriente restano e le fratture non si rimarginano con la bacchetta magica.
Benedetto XVI quel giorno a Istanbul ricordava che: «La missione della Chiesa non consiste nel difendere poteri, né ottenere ricchezze; la sua missione è di donare Cristo». La fragilità numerica e strutturale delle Chiese d'Oriente, non è solo un forte «segno dei tempi»: è una chiamata alla libertà per una testimonianza disinteressatamente evangelica, nel senso di nascosta, interrogante e soprattutto capace di condivisione, prima di tutto culturale

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