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Un Paese uscito in pochi decenni dalla povertà e da una devastante guerra fratricida. Un Paese che ha vissuto una crescita economica notevole. Ma l'elemento che forse ancora di più di tutti gli altri balza all'occhio, guardando alla Corea del Sud, è la sorprendente crescita nel numero dei cristiani in questa terra: quasi il 30 per cento dei 48,4 milioni di sudcoreani oggi dichiarano la propria adesione a una forma di cristianesimo. Cattolici e protestanti insieme sono più numerosi dei 10 milioni di buddhisti (22,8 per cento), con il resto della popolazione che si dichiara agnostico.
Perché questo balzo della fede in Gesù? C'è chi lo associa direttamente al primo dato, quello della crescita economica: per Myoung-kyu Park, docente di sociologia presso l'Università nazionale di Seoul, nella mente di molti coreani, la religione cristiana viene associata al benessere dell'Occidente. «Contrariamente al buddhismo o al confucianesimo - sostiene Park - il cristianesimo è in grado di fornire ai coreani motivazioni forti». Senza dubbio un elemento di questo tipo esiste, e pone anche qualche interrogativo sul futuro, sulla «tenuta» di una situazione che potrebbe essere frutto di una moda passeggera oppure di un'adesione spontanea ma emozionale. Però non va assolutizzato, perché forse questo boom del cristianesimo va letto anche sotto un altro profilo: perché oggi la penisola all'estremità orientale del continente asiatico - sottoposta in passato all'alternanza dell'influenza cinese e giapponese (spesso con il volto di un duro regime coloniale) - cerca non solo stabilità e benessere, ma anche un'identità che sia insieme tradizionale e moderna, aperta e autonoma.
LA CRESCITA dirompente del cristianesimo appare dunque - a distanza di quasi sessant'anni dal devastante conflitto tra Nord e Sud (1950-1953) - proprio parte di un recupero identitario, piuttosto che di un mero adeguamento a una «modernizzazione» in parte scelta, in parte subita. Alle radici profonde del confucianesimo - dottrina morale applicata ai rapporti sociali, più che all'evoluzione spirituale - e alla pervasività del buddhismo, che ha qui ha modellato secoli di prassi religiosa e infiniti aspetti culturali, si è aggiunta negli ultimi decenni un'adesione convinta e crescente nella capacità salvifica della fede cristiana. Senza rinnegare completamente il passato: ad esempio, l'influenza confuciana si vede nella «pietà filiale» verso i genitori e, più in generale, nell'importanza attribuita al rispetto dei giovani verso gli anziani. Sotto questi aspetti - del resto - non vi è nessun contrasto tra la tradizione coreana e i valori della Chiesa cattolica. Tuttavia, in tempi recenti, la cultura occidentale e l'affermazione della democrazia, hanno creato un'atmosfera di maggior attenzione verso l'individuo, e da questo punto di vista il cristianesimo ha offerto nuove risposte.
NON SONO SOLO i numeri a dirlo. A parlare forse ancora di più è l'alta percentuale di cristiani presenti tra le élites del Paese: lo stesso attuale presidente, Lee Myoung-bak, è presbiteriano. Ma va citato soprattutto il suo secondo predecessore, Kim Dae-jung (scomparso nell'agosto scorso), premio Nobel per la Pace per il suo impegno per la riconciliazione con il Nord, ma anche sincero fautore della democrazia e dei diritti civili. Un buddhista convertitosi a 31 anni al cattolicesimo, emblema di un impegno convinto all'interno di una Chiesa di forte impronta laicale. L'altro grande protagonista di questi anni di grande crescita del cristianesimo è stato il card. Kim Sou-hwang, arcivescovo di Seoul dal 1968 al 1998, deceduto lo scorso 16 febbraio a 86 anni. Fautore di un forte impegno sociale della Chiesa, negli anni Settanta e Ottanta il cardinale aveva fatto della cattedrale Myong-dong a Seoul un rifugio per gli oppositori nonviolenti della dittatura militare.
Anche per merito di queste personalità eccezionali, la Chiesa cattolica coreana è oggi una «Chiesa dei record»: la quarta per adesione percentuale della popolazione, la quinta nei numeri assoluti in Asia. Ma lo è anche per le caratteristiche della sua evoluzione, che in un decennio l'ha portata ad avere da 3 a oltre 5 milioni di fedeli, quasi l'11 per cento della popolazione, e a disporre di 5 mila sacerdoti usciti da seminari costretti al numero chiuso. Una Chiesa che ha persino promosso un programma integrato «Evangelizzazione Venti Venti», con l'obiettivo di raggiungere il 20 per cento dei sudcoreani entro il 2020.
Durante la lotta per la democrazia la Chiesa si è impegnata a favore della popolazione oppressa dalla dittatura. Oggi è in prima linea accanto ai nuovi poveri, nell'impegno per la giustizia, per gli immigrati che sono ormai un milione in Corea del Sud. Si adopera anche per l'abolizione della pena di morte, la difesa dell'ambiente e altri temi di grande rilievo. Compatta ma non per questo priva di differenze: al suo interno non mancano quanti criticano l'attivismo sociale della Chiesa e vorrebbero una sua maggiore neutralità. «Ma la Chiesa è stata fondata per gente alla ricerca dell'amore di Dio, dovrebbe donarsi a quanti soffrono, secondo gli insegnamenti cristiani», risponde il direttore nazionale della Caritas.
IL BOOM NON DEVE però ingannare: anche qui la sfida della secolarizzazione è reale. Secondo le statistiche ufficiali, la presenza alla Messa domenicale è del 24 per cento soltanto. «Nelle chiese è sempre più raro vedere volti giovani - racconta padre Vincenzo Bordo, missionario oblato di Maria Immacolata, da molti anni in Corea -. Nella città nella quale vivo ed opero, Seong Nam (un milione di abitanti, 16 grandi parrocchie), nella zona ricca i cattolici raggiungono il 20 per cento della popolazione mentre in quella più povera sono appena il 6 per cento. Questi dati fanno riflettere: la pastorale sacramentale è ancora sufficiente per comunicare il messaggio di Gesù agli uomini di oggi? Perché i giovani si allontanano sempre di più dalle chiese? Perché tra i ricchi ci sono tanti cattolici e tra i poveri le conversioni sono poche?». Il missionario non ha risposte, e la stessa Chiesa locale è alla ricerca delle sue.
POI C'È L'ALTRO tema eternamente caldo per la Corea del Sud, quello dei rapporti con un Nord che è insieme fratello e nemico. In un Paese che vorrebbe liberarsi dall'incubo che incombe oltreconfine - alimentato da una massa di armamenti convenzionali e dal continuo ricatto nucleare - le opinioni su come rapportarsi con Pyongyang sono diverse e spesso divergenti. Le statistiche mostrano una sempre maggiore tolleranza, che sfocia nel disinteresse delle generazioni più giovani verso una realtà vicina ma del tutto aliena: lo si vede come un Paese strano, guidato da un dittatore bizzarro. Quanti, però, hanno sperimentato il conflitto fratricida e i decenni di tensioni vissuti nel rischio di un nuovo e più devastante confronto sul 38° parallelo, sono favorevoli alla linea dell'intransigenza, la stessa perseguita anche dall'attuale presidente, il cristiano Lee Myung-bak.
Vanno comunque perdendo di vigore le voci favorevoli alla riconciliazione e alla riunificazione. Per la Chiesa coreana, e - dal 1995 - per il suo braccio operativo, Caritas Corea, l'impegno è ora quello di contribuire allo sviluppo sociale del Nord e al sostegno - pur se mediato dalle istituzioni governative - alla minuscola comunità cattolica nordcoreana, ecclesialmente integrata in due delle diocesi del Sud. L'aiuto è ancora necessario: i nordcoreani continuano a soffrire sotto un regime crudele che nega loro il necessario e i diritti umani. Ma la realtà è che è molto difficile arrivare direttamente alla popolazione; bisogna passare attraverso il filtro di un governo che non condivide gli stessi interessi umanitari.
I CATTOLICI dell'attuale Corea del Nord fuggirono in buona parte al Sud allo scoppio della Guerra nel 1950. Gli altri finirono insieme ai loro pastori nei campi di lavoro o vennero uccisi. Oggi è praticamente impossibile sapere quanti cattolici restano in Corea del Nord e quali sono le attività loro concesse. Non ci sono sacerdoti residenti e anche l'edificio ad uso religioso abitualmente definito come la «chiesa di Changchung» a Pyong¬yang (aperta nel 1988 e finanziata dalla Chiesa della Corea del Sud) è più un'iniziativa propagandistica che un segno di fede attiva e partecipata: si tratta di un edificio di 500 metri quadri che non ha mai visto un battesimo e ospita sostanzialmente cerimonie volute dal regime. Non per questo la Chiesa di Seoul manca di continuare testardamente in una politica di sostegno alla popolazione del Nord in stato di bisogno. E di adoperarsi perché resti accesa la piccola fiamma di una comunità cattolica che certamente esiste ma che non può né mostrarsi, né essere raggiunta direttamente.
Significative a questo riguardo, le dichiarazioni rilasciate all'agenzia Fides il 19 novembre - in occasione della visita a Seoul del presidente statunitense Barack Obama - da mons. Andreas Choi Chang-mou, arcivescovo di Kwan¬gju e membro della Com¬missione speciale per la riconciliazione in seno alla Conferenza episcopale coreana. In Corea - ha osservato il presule - c'è urgente bisogno della «riconciliazione con i fratelli del Nord. A vent'anni anni dalla caduta del muro di Berlino, guardando quello storico evento, la Corea ha bisogno di ponti, non di muri. Dobbiamo lavorare in questa direzione».
«La Chiesa - ha aggiunto mons. Choi - sostiene la politica del dialogo, che in passato aveva dato ottimi risultati e grandi segni di speranza. Considerando la situazione della Nord Corea, il conflitto sedimentato da mezzo secolo, siamo consapevoli che il percorso di riavvicinamento dovrà essere graduale. Non possiamo parlare di "missione", ma di dialogo e riconciliazione. Tutto parte dal considerare i coreani al Nord nostri fratelli, persone da amare, al di là dell'ideologia e del potere oppressivo che subiscono». La Chiesa sudcoreana, ha concluso il presule, ha fra le sue priorità pastorali l'aiuto e la solidarietà verso i fratelli del Nord, operando «tramite la Caritas e le opere sociali, dato che la popolazione al Nord versa in condizioni di estrema povertà. È una questione umanitaria e di sviluppo umano: così si esprime l'amore al prossimo».
Cronologia
n 1948: con la nascita della Repubblica di Corea nella parte meridionale della penisola si ufficializza la divisione sul 38° parallelo.
1950: il 25 giugno forze nord- coreane entrano al Sud, dando avvio alla Guerra di Corea, che si concluderà con l'armistizio firmato a Panmunjom il 27 luglio 1953. Immense le perdite di vite umane: 4 milioni di coreani, 1 milione di militari cinesi, 60 mila combattenti Usa e di altri contingenti Onu.
1961: colpo di Stato a Seoul, guidato da Park Chung-hee. Nonostante la dittatura il Paese inizia il suo sviluppo economico.
1979: Park viene assassinato con un complotto organizzato dalla Cia. Pochi mesi dopo, il generale Chu Doo-hwan prende il potere.
1988: il generale Roh Tae-woo vince le presidenziali. Le Olimpiadi di Seoul proiettano il Paese sulla scena mondiale.
1992: le nuove elezioni danno il mandato a Kim Young-sam, primo presidente civile del Paese.
1994: il figlio di Kim Il-sung, Kim Jong-il, succede al padre alla guida della Corea del Nord.
1997: il capo dell'opposizione, il cattolico Kim Dae-jung vince le elezioni.
2004: il cristiano presbitariano Lee Myung-bak sale alla guida del Paese n