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«Et arrivarono a Pacchino nel fine dell'anno della Cina, che veniva ad essere a' 24 gennaro del 1601. Alloggiorno quel giorno in un palazzo degli eunuchi fuora della porta. (...) Et il giorno seguente fu portato al palazzo del Re con grande strepito di tutta la città».
Così Matteo Ricci descrive il suo arrivo a Pechino, la capitale dell'Impero di Mezzo, e il successivo ricevimento presso la residenza dell'Imperatore nella Città proibita. Si trattò del secondo tentativo del gesuita italiano di stabilirsi a Pechino, dopo un primo nel 1599. Stavolta Ricci non avrebbe più lasciato la «grande capitale del nord».
L'ascesa a Pechino era stato il grande obiettivo di Ricci. Fin dall'inizio il Visi¬ta¬tore dei gesuiti Alessandro Valignano gli aveva ordinato: «Raggiungi Pechino, stabiliscici una residenza, ottieni dall'Impe¬ratore il permesso di predicare il Vangelo in tutta la Cina». Un obiettivo che avrebbe scoraggiato chiunque. Ma Ricci non era - e va detto senza un filo di retorica - una persona qualsiasi. Era un uomo straordinario, animato da intelligenza, zelo e caparbietà non comuni: in soli 18 anni, tra difficoltà, insuccessi e opposizioni di ogni genere riuscì nel suo intento.
Tutta la missione di Ricci fu un'ascesa dal sud a nord verso Pechino. Quando giunge a Pe¬chino, Ricci era già noto in Cina per i suoi scritti. L'Imperatore Wanli gli concede udienza (pur senza farsi vedere di persona) e accetta i suoi doni. Permette, inoltre, a Ricci e ai suoi com¬pagni di diffondere la religione del «Si¬gnore del Cielo».
Ricci aprì una porta a grandi attese e speranze. Non tutto quello che ha seminato è stato poi raccolto, anche a causa di clamorosi errori e contraddizioni da parte della Chiesa. La controversia dei «riti cinesi», la mancata promozione del clero locale e dell'inculturazione, le infauste conseguenze del protettorato francese hanno, in gran parte, vanificato la via aperta da Ricci.
Pechino oggi attrae e affascina come ai tempi di Ricci. Con i suoi 15 milioni di abitanti, è una delle città più grandi al mondo, capitale della nazione più popolosa del pianeta. Una città efficiente ed ambiziosa, sebbene segnata dai mali della modernità (immigrazione, disuguaglianze, periferie degradate, inquinamento...), e dall'invisibile ma efficace controllo sulle persone da parte del regime sempre fortemente totalitario.
Qualche anno fa un libro intitolato significativamente Gesù a Pechino, descriveva con entusiasmo la vitalità e l'espansione del cristianesimo a Pechino e in Cina (l'autore, David Aikman, si riferiva alle comunità evangeliche). Da Pechino ripartiva un grande movimento missionario che avrebbe trasformato non solo la Cina, ma tutta l'Asia, riportando il cristianesimo fino a Ge¬rusalemme. Insomma: la Cina e la sua capitale rimangono al centro di grandi attese, sogni e progetti per l'evangelizzazione.
Nel 1695 il gesuita Antoine Thomas scriveva da Pechino, supplicando (inutilmente) il Papa di concedere l'uso del cinese nella liturgia e l'ammissione di uomini adulti al sacerdozio: «Dal¬l'inizio della Chiesa non è sorta una questione di maggiore importanza che la conversione della Cina, che da sola supera in numero tutti i fedeli della Chiesa». Oggi siamo ancora qui: l'evangelizzazione della Cina attrae tante persone che vi si dedicano con straordinaria generosità. Eppure Pechino rimane, in un certo senso, ancora una «città proibita». C'è bisogno di imparare ancora tanto dall'esperienza e dalla determinazione di un missionario come Matteo Ricci