MissiOnLine.org A proposito delle accuse a due missionari saveriani Repubblica democratica del Congo, Pier Giorgio Lanaro, Franco Bordignon

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02/12/2009   
A proposito delle accuse a due missionari saveriani
di Rete pace per il Congo

DI FRONTE A UN POPOLO CHE SOFFRE

“Mulenge, perché è quello il luogo che io conosco e visitavo e dove ho il cuore, sempre. (…) La gente attendata in qualche modo sulla montagna, a 2500 m slm al freddo, con le prime piogge, e senza riparo alcuno. Lassù non ci sono alberi o altro: occorre acquistare tende. (…) Mio carissimo, la cosa più importante sarebbe, è, quella di informare l’opinione pubblica. (…). Sarà mia gioia farti sapere subito le miserie che i vostri dollari avranno potuto consolare. (…) Quanto intendi inviare per soccorrere i miserabili fuggiaschi, lo puoi spedire indicando che è un’offerta destinata a me per i profughi rwandesi”.

Questi gli estratti più significativi di una corrispondenza che il recente rapporto dell’Onu, in circolazione da giorni, anche se “strettamente confidenziale”, mette come annessi e prova d’accusa per il padre Piergiorgio Lanaro, saveriano che opera nell’est del Congo: avrebbe dato sostegno alle Forze Democratiche di Liberazione del Rwanda (Fdlr), un’organizzazione politico-militare dei rifugiati hutu rwandesi nell’est del Paese.
Sì, padre Piergiorgio ha scritto al capo delle Fdlr. Ha offerto aiuti umanitari. Ma non cercava oro, né cassiterite, né la realizzazione di progetti politici di sua simpatia. Aveva a cuore il destino di un popolo a cui la comunità internazionale non offre da anni vie d’uscita.
Quelle che sbrigativamente chiamiamo Fdlr, in realtà – quella di chi vive quotidianamente sul terreno e incontra persone concrete con situazioni concrete – non sono solo un gruppo armato, ma un popolo di donne, uomini, vecchi, bambini, che vive in un paese non suo, spesso nelle foreste più interne, senza cibo e medicine. Un aiuto umanitario per l’acquisto di teloni di plastica, farmaci e materiale didattico può davvero essere considerato come fonte di finanziamento di un gruppo ribelle? Il non porre un gesto simile, non potrebbe essere considerato omissione di soccorso a una popolazione a rischio? Sarebbe forse questo il desiderio dell’Onu? Rendere la vita impossibile ai rifugiati civili, per costringere i ribelli ad arrendersi e deporre le armi? In tal caso, la presenza dei missionari non può che essere diversa: l’aiuto ai poveri, il soccorso agli sfollati e ai rifugiati che vivono in condizioni disperate, spesso esposti al freddo, alla pioggia e senza alcun riparo è un dovere per i missionari che operano senza fare differenze.
Spesso i missionari lavorano in situazioni drammatiche in cui si intrecciano violenze, ingiustizie, violazioni dei diritti dell’uomo, miseria, manipolazione dell’informazione, interessi economici e politici. In queste situazioni al limite dell’esasperazione diventa reale la possibilità di eventuali errori. E qualora succedesse, il rischio è quello di soffermarsi a lungo sul topolino caduto in trappola e lasciar passare, intanto, il branco dei dinosauri carichi di miliardi.

UN NODO CHE NON SI VUOLE SCIOGLIERE

Il desiderio ripetutamente espresso dalle Fdlr di rientrare in patria rimane ancora senza una ragionevole possibilità. Che il governo rwandese non ne desideri il ritorno lo mostra l’inasprimento della repressione interna, celata dietro un’apparenza di democrazia e di riconciliazione nazionale. Lo mostra la stessa modalità dell’attacco delle truppe rwandesi contro le Fdlr: vengono spinte sempre più verso l’interno del Congo, in direzione opposta alle frontiere. Il fatto è che la loro presenza nell’est della RDC serve al regime rwandese per giustificare la sua occupazione del territorio congolese e per usufruire dei minerali estratti illegalmente sia dalle Fdlr che dai propri militari. Infatti strane collaborazioni si registrano tra gruppi di per sé opposti; e non si sa più chi è chi sul terreno e a quali interessi obbedisca.
Bisogna vivere nella regione per sentire dal di dentro il senso di impotenza che prende di fronte a situazioni di cui il più semplice abitante dei villaggi congolesi ha una lettura più chiara che mille autorità ed esperti internazionali. Il Rwanda è un fuoco che brucia e nessuno accetta di esserci buttato dentro: l’uso della forza non riuscirà mai a spingere al rientro gli esuli armati. Il documento Onu, come molti altri documenti di questi tempi, ormai riconosce ciò che attenti osservatori locali hanno vanamente dichiarato fin dall’inizio dell’anno. Le operazioni di tutto quest’anno non sono servite che ad aggiungere altri morti, altri stupri, altri sfollati fra la popolazione locale e a destabilizzare temporaneamente, e quindi a rendere più aggressiva, la presenza delle Fdlr e di tutto il popolo rwandese delle foreste, che certo ha pure contato vittime. Questo del resto serve molto bene al progetto rwandese di occupazione del paese: fare terra bruciata per occupare.

IL CORAGGIO DELLA VERITÀ

Il documento Onu, per quanto ci è stato dato di leggerne, è dettagliato nel fare nomi di persone e gruppi ritenuti implicati nel sostegno alle Fdlr e/o nel commercio illegale delle materie prime dell’est della RDC. Le accuse sono estese a vari gruppi e paesi, ma si focalizzano soprattutto sulle Fdlr. L’effetto finale è quello di dare ancora una volta l’idea che il nodo del problema dell’est della RDC e dell’intera Regione sono gli hutu rwandesi rifugiati in Congo. Sono loro i responsabili del genocidio del 1994 e quindi passibili di giudizio.
Non si tratta di negare quanto è successo, ma di riconoscere che la maggioranza di questo popolo della foresta sono giovani che non hanno nulla a che fare con quegli eventi. Si tratta anche di passare dal faro concentrato su un gruppo e sui cento giorni di aprile-luglio 1994 ad un’illuminazione a tutto campo sul ventennio 1990-2009.
Ogni volta che si cerca di fare questa operazione, all’interno, ma spesso anche all’esterno del Rwanda, si reagisce con le accuse: ideologia genocidaria, negazionismo… Ora, finché non si accetta di illuminare tutta la sala, di ascoltare tutte le verità, di considerare tutto quanto è avvenuto in questi anni in Rwanda e nella RDC dal 1990 ad oggi, non ci sarà pace nella Regione. Non la porterà la Monuc, non la porteranno gli esperti, non la porteranno altre truppe scelte o le tavole di pace di facciata.
Noi missionari che siamo nella Regione chiediamo alla Comunità internazionale il coraggio della verità. E se nel frattempo tendiamo una mano a un popolo in foresta, se cerchiamo di operare perché si faccia verità, è quello che la coscienza ci chiede. Non siamo perfetti, né siamo esperti di politica, e i nostri interventi possono essere qua e là criticabili: ma allora che la politica svolga davvero il suo ruolo. Ormai, noi missionari non ce la sentiamo più di fare il pronto soccorso senza guardare alle radici dei mali.


BOX
IL RAPPORTO DELL’ONU
LE PRINCIPALI QUESTIONI ESAMINATE

Il gruppo di esperti dell'ONU incaricato di sorvegliare l'embargo sulle armi destinate ai gruppi armati ancora attivi nella Repubblica Democratica del Congo (RDC) ha trasmesso al Consiglio di Sicurezza il rapporto della sua ultima inchiesta. In esso si afferma che: 
  - Le operazioni militari contro le Forze Democratiche per la Liberazione del Ruanda (Fdlr), i ribelli hutu ruandesi in Congo, condotte in gennaio-febbraio da Kigali e Kinshasa e, in seguito, dall'esercito congolese col sostegno della Missione dell'Onu (Monuc), hanno "aggravato la crisi umanitaria" nel Nord e Sud-Kivu e non sono riuscite a smantellare le strutture politiche e militari dell'organizzazione che si è reinstallata in numerose zone da cui era stata cacciata.  
- Per il loro finanziamento, le Fdlr si dedicano all'esportazione di minerali con la collaborazione di intermediari. Si citano delle compagnie britanniche, tailandesi e della Malesia che acquisterebbero minerali provenienti da miniere controllate dai ribelli. 
- Le Fdlr ottengono spesso le loro armi grazie alla malversazione di materiale bellico dell'esercito congolese da parte di ufficiali superiori congolesi; l'esercito di Kinshasa è così la "principale sorgente di armi e munizioni in possesso delle Fdlr. 
- Si registra una mancanza di rispetto, da parte di vari Stati, del loro obbligo di segnalare ogni invio di materiale militare all'esercito congolese. In particolare, si sospetta che alcuni carichi nord-coreani e cinesi siano irregolari.  
- L'integrazione nell'esercito regolare congolese del Congresso Nazionale per la Difesa del Popolo (Cndp), le ex milizie di Laurent Nkunda, non è ancora effettiva. L'ex-ribelle continua a prelevare tasse sulla popolazione per almeno 250.000 dollari al mese e conserva nascondigli di armi. Tuttavia, il suo nuovo capo, Bosco Ntaganda, ricercato dalla Cpi (Commissione parlamentare di inchiesta) per crimini di guerra, è ufficialmente il vice comandante dell'operazione anti-Fdlr nel Sud-Kivu, ma di fatto è colui che dirige le operazioni. 
- Nel corso dell'operazione congiunta dell'esercito ruandese e dei ribelli tutsi, il Cndp, il cui obiettivo doveva essere quello di combattere i ribelli hutu, si sono registrate, in gennaio, delle vere e proprie campagne per svuotare dei loro abitanti certe zone vicino a Walikale (Nord Kivu), per installare i ribelli alleati di Kigali in una zona particolarmente ricca in cassiterite. 
- Le operazioni militari hanno permesso agli ex ribelli del Cndp, integrati nell'esercito nazionale (Fardc), di estendere la loro influenza sull'intera regione. 
- Sotto il comando di Bosco Ntaganda, le unità Cndp integrate nell'esercito si sono rese responsabili di numerosi massacri, stupri e altre violazioni dei diritti dell'uomo. 
A proposito dello sfruttamento illegale delle risorse naturali del Congo, il livello di esportazione fraudolenta di minerali verso i paesi limitrofi (Rwanda, Burundi ed Uganda) è aumentato in modo significativo dal 2008 e, in modo particolare, dall'avvicinamento tra Kinshasa e Kigali nel gennaio 2009. 
Per quanto riguarda il miglioramento delle relazioni diplomatiche tra Kigali e Kinshasa, si tratta piuttosto di una collusione per interessi economici. 
Sulla Monuc, si sottolinea la contraddizione del suo mandato che gli chiede di proteggere i civili appoggiando, contemporaneamente, delle operazioni militari che hanno aggravato la situazione umanitaria nella regione.



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