MissiOnLine.org Speciale 2 / Sulle strade insanguinate dell’'est del Congo Grandi Laghi la politica del caos politica, Congo, tragedia, minerali Da Bukavu a Butembo, passando per Goma: viaggio nel Kivu devastato dalla guerra e dall’’'avidità dei potenti. Ovvero quando le risorse minerarie possono trasformarsi in un’'immane tragedia umanitaria

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La rivistaDicembre 2009
Polveriera Kivu: ricchi da morire


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09/12/2009    
Speciale 2 / Sulle strade insanguinate dell’'est del Congo
Grandi Laghi la politica del caos
di Anna Pozzi
Da Bukavu a Butembo, passando per Goma: viaggio nel Kivu devastato dalla guerra e dall’’'avidità dei potenti. Ovvero quando le risorse minerarie possono trasformarsi in un’'immane tragedia umanitaria

In un angolo della grande piazza Munzihirwa di Bukavu un enorme intrico di cavi elettrici ondeggia minaccioso. Sembra lì lì per cadere o per provocare un devastante cortocircuito. Eppure, dicono, è così da anni. Qualcuno ironizza: è un po' come il Congo, un gran caos, ma in qualche modo funziona. Come, è difficile dirlo.
Anche andandoci, standoci dentro, parlando con la gente si rischia di farsi sopraffare dallo stupore e dall'incredulità, e, talvolta, dall'orrore. «Se non lo vedi non ci credi!», ti sfidano ironicamente i congolesi. Ma anche se le vedi certe cose, fai fatica a crederci lo stesso.
Un viaggio in Kivu, devastato da quindici anni di guerra, è un po' come mettere il dito in quell'intrico di cavi elettrici. Se ne esce scossi. Anche perché significa toccare drammaticamente con mano quello che i dati dicono nella loro fredda asetticità: 5,4 milioni di morti nel periodo agosto 1998 - aprile 2007, un milione 800 mila sfollati, 7 bambini su 10 in condizioni di povertà estrema, più di 50 mila donne violentate.
«Quello che stiamo vivendo oggi in Congo - dice padre Joseph Mum¬bere, missionario comboniano originario di Butembo - è così al di là del pensabile, del sostenibile e del credibile che a volte è persino difficile da raccontare. Viviamo in mezzo a un mistero del male che supera tutto quello che possiamo immaginare. Noi, come missionari, cerchiamo di fronteggiare questo mistero almeno gridando quello che portiamo dentro: un grido di dolore, ma anche di fede, di impegno e di speranza per il futuro».

BUKAVU, Goma, Butembo. Tre luoghi-simbolo di un dramma così complesso, intricato e stratificato da apparire sempre più difficile da decifrare e sempre più arduo da affrontare e risolvere. Il Kivu oggi è una sorta di piaga incancrenita del Congo. Molte le ragioni e le responsabilità; pochi gli interventi davvero efficaci. Si continuano a mettere cerotti su una ferita profonda, di cui non si vogliono risolvere le vere cause. Quel che è evidente è che gli interessi di guerra sono molto più rilevanti e proficui dell'interesse alla pace. Poco importa se si calpesta la vita di milioni di persone.
Bukavu è ancora oggi simbolo di resistenza, denuncia e opposizione. Anche se la società civile è sempre più affaticata e indebolita. E molto poco può contro un sistema capillare di destabilizzazione della regione, di furto organizzato delle materie prime, di violenza e sopraffazione a tutti i livelli della società.
Goma è il baluardo di uno Stato parallelo, gestito dagli ex ribelli del Rassemblement congolais pour la démocratie (Rcd) sostenuti dal Ruanda. Costruita sulla nera lava, che l'ha travolta e invasa nel 2002, punteggiata da miserabili campi di sfollati, attraversata in cielo e a terra dagli imponenti mezzi della Missione Onu per il Congo (Monuc) e di tutte le ong internazionali, è una città senz'anima, dove si concentra il peggio dei traffici e degli interessi congolesi, ruandesi e internazionali.
Butembo è un piccolo segno di speranza. Assediata dai ribelli, non ha perso la sua indipendenza e la sua dinamicità. È una città di commercianti intraprendenti, che cresce rapidamente nonostante l'insicurezza. Con un vescovo illuminato e senza peli sulla lingua, mons. Melchisedec Sikuli Paluku. «Le ricchezze minerarie del nostro Paese - afferma - sono la principale ragione di questo conflitto senza fine, in cui gli stessi congolesi si combattano gli uni contro gli altri, fratelli contro fratelli. Spesso per interessi che stanno fuori dal nostro Paese. È una situazione di violenza, ingiustizia, sfruttamento che non possiamo più tollerare. Resta la speranza che il male non avrà l'ultima parola».

MONS. SIKULI è reduce da un viaggio in incognito in una delle sue parrocchie più lontane, Kanya¬bayonga, dove i ribelli hanno bruciato più di duemila case. «Ho voluto rendermi conto di persona di cosa fosse successo - dice il vescovo, che è stato più volte minacciato, anche se lo ammette con riluttanza -. Se devo parlare, voglio farlo con cognizione di causa». Le foto che ha scattato mostrano il villaggio raso al suolo e sullo sfondo, in cima alla collina, le basi militari dell'esercito congolese e della Monuc. In quell'immagine è racchiuso tutto il paradosso di questa regione. Chi ha le armi impone la sua legge e chi dovrebbe difendere le vittime spesso è impotente o indifferente, talvolta complice, non di rado è pure carnefice.
Nel caso del Kivu a volte è difficile capire chi combatte contro chi. Anche perché nella stessa regione si intrecciano tre diversi tipi di conflitto: una guerra tra Stati, che chiama in causa innanzitutto il Ruanda, nonostante o grazie agli accordi di Goma, che hanno legittimato una presenza militare ruandese in territorio congolese; una guerra intercongolese, dove la posta in gioco è il potere a Kinshasa ed ora, con il processo di delocalizzazione, sempre più a livello di province; ed è una guerra di movimenti ribelli e di warlord, che spadroneggiano a livello locale e si contendono l'accesso alle risorse minerarie (dai mayi mayi a svariate bande e gruppuscoli locali). A questi si affiancano gruppi di origine straniera, provenienti da Sudan, Uganda, Burundi e soprattutto Ruanda. Sono infatti i miliziani delle Forze democratiche di liberazione del Ruanda (Fdlr) - ovvero quel che resta dell'armata di Habyarimana e dei famigerati Interahamwe, responsabili del genocidio ruandese - ad essere tra i principali responsabili dell'inasprimento delle violenze e del degrado del tessuto sociale nell'est del Congo, brutalmente segnato da atti di ferocia, omicidi arbitrari e stupri di massa. Solo che oggi, dopo quindici anni di presenza sul territorio congolese, le Fdlr sono diventate una realtà alquanto complessa, dove si mescolano i vecchi genocidari, famiglie hutu fuggite alle rappresaglie del governo di Kigali e molti giovani che al momento del genocidio erano bambini molto piccoli.
E così la «caccia» alle Fdlr si è concretizzata nelle fallimentari operazioni congiunte Umoja Wetu e Kymia II, portate avanti dell'esercito congolese, integrato dagli ex ribelli di Laurent Nkunda e affiancato dall'esercito ruandese (con circa 4 mila uomini), con il supporto tattico e logistico della Monuc.

QUESTE OPERAZIONI sono diventate il pretesto per vendette, rese dei conti, saccheggi e violenze contro la gente comune, oltre che per ricacciare le Fdlr nel profondo della foresta, rendendo i miliziani ancora più violenti e aggressivi nei confronti della popolazione civile. Un gruppo di ottantaquattro organizzazioni umanitarie locali e internazionali ha definito questa operazione un «di sastro umanitario»: da gennaio a settembre di quest'anno, per ogni ribelle disarmato (1.071 in totale) un civile sarebbe stato ucciso, sette donne stuprate, sei case bruciate e 900 persone sfollate.
«E la lista si allunga - commenta un osservatore locale a Bukavu -; perché ogni giorno vediamo sfollati, donne violentate, persone uccise, case bruciate. Senza contare tutto quello che gli ex ribelli di Nkunda stanno facendo nelle campagne dalle nostre parti, facendo ricadere la colpa sulle Fdlr, che ormai si sono spostate quasi tutte verso ovest».
Jacques, in quanto ruandese hutu, sarebbe, in base a questi schemi, uno di loro: un pericoloso ribelle Fdlr. Ci racconta la sua storia, senza rivelare il vero nome, perché, dice: «continuo a sentirmi in pericolo». Il 19 maggio del 1994 doveva sposarsi. Il genocidio ha interrotto la sua vita. Da quel momento è diventato un nemico in patria, anche se lui con il genocidio non c'entra niente. È scappato in Congo e continua a vivere clandestinamente nei pressi di Bukavu. Anche qui è considerato un nemico. «I militari ruandesi - denuncia - compiono massacri e stupri per far ricadere la responsabilità sulle Fdlr e giustificare la loro presenza qui, in modo da continuare a controllare la regione e le sue ricchezze».
D'altro canto, le stesse milizie Fdlr non sono state per nulla messe fuori gioco: secondo stime attendibili, continuano ad avere tra i sei e i settemila miliziani, dal momento che ne hanno reclutati di nuovi per rimpiazzare quelli disarmati e rimpatriati in Ruanda.

SU UN SENTIERO che percorre le alte montagne nella zona di Walungu, a sud-ovest di Bukavu, alcune famiglie stanno fuggendo dai combattimenti con in testa le loro poche cose, alcune mucche al seguito, e qualche gallina appesa alle spalle dei bambini. Sono congolesi e scappano dall'esercito congolese, ma anche dalle rappresaglie dei ribelli e dalla brutalità dei militari ruandesi. Dicono di venire dalla zona di Tubimbi e Burinyi e non sanno esattamente dove andare. Sono dignitosi e composti nella loro disperazione e rassegnazione. Fuggono e basta.
«L'hanno chiamata "Kimya" quest'operazione, che significa "calma"; ma dovrebbero ribattezzarla "disordine". E non solo perché non serve a nulla, ma perché non fa altro che far soffrire ulteriormente la popolazione civile». Padre Deogratias Bacibone, missionario saveriano a Bukavu, è indignato e avvilito. È originario di questa regione, conosce bene questi villaggi e questi sentieri. Senza di lui sarebbe impossibile avventurarsi su queste montagne, anche se non ci fosse la guerra. Qui, tra un bananeto e l'altro, tra campi di mais e piantagioni di tè in gran parte abbandonate, si aprono le miniere di oro, coltan e cassiterite, la vera posta in gioco di questo conflitto. Padre Deogratias interroga e incoraggia gli sfollati che ci passano accanto. E commenta: «La popolazione non beneficia per nulla delle ricchezze di questo Paese; al contrario, su¬bisce le peggiori ripercussioni di un conflitto fatto da altri sulla sua terra e sulla sua pelle. I congolesi sono la prima e ultima vittima di questa violenza».
E così la popolazione continua a spostarsi e a fuggire senza meta, da un posto all'altro. Sono milioni: uomini, donne, bambini. Un popolo allo sbando. Una catastrofe umanitaria di proporzioni immani. E non solo per gli effetti diretti della guerra. La maggior parte della gente muore di banali malattie, di fame, di miseria. Basta mettere piede nel centro nutrizionale gestito dalle suore della Resurrezione di Goma per rendersene conto in maniera drammatica: centinaia di bambini malnutriti, ma quel che più colpisce molti adulti ridotti a scheletri. Suor Françoise, la responsabile, ci accompagna nei diversi reparti. «Questa donna - ci dice, mostrandoci una signora raggrinzita, che sembra vecchissima - ha 55 anni e quando è stata ricoverata pesava 26 chili. Oggi è arrivata a 36. Quest'altra, in fuga da Rutchuru, è giunta da noi che pesava 39 chili».

QUINDICI ANNI di guerra, che si sovrappongono a decadi di declino socio-economico e politico dell'era mobutista, hanno lasciato il segno. Il risultato appare in tutta la sua tragica evidenza anche nelle bidonville di Bukavu, dove si ammassano migliaia di persone abbarbicate sulle colline attorno alla città. E in modo ancora più drammatico nei campi di sfollati alla periferia di Goma.
Ma anche solo camminando per le strade di queste grandi città o avventurandosi nei villaggi sperduti tra le montagne, entrando nelle case o parlando con la gente ci si sorprende di come si riesca semplicemente a sopravvivere da queste parti. L'85 per cento della popolazione è disoccupato e il 15 per cento sotto-occupato. Molti hanno subìto perdite a causa della guerra: figli o parenti uccisi, case bruciate o saccheggiate, bestiame rubato, campi distrutti. Molti altri provano a tirare avanti un'esistenza appesa a un filo. Ogni imprevisto - a cominciare da una semplice malattia - è una catastrofe. Non stupisce dunque l'alto tasso di analfabetismo. La Repubblica Democratica del Congo è probabilmente l'unico Paese al mondo che fonda la sua istruzione sul sistema delle prime, ovvero di contributi/tasse che i genitori devono versare per pagare gli insegnanti. I quali, del resto non stanno molto meglio. Roger è uno di loro e vive in una baracca buia e minuscola; per entrare deve passare dalla casa del vicino.
«Un insegnante - spiega Pierre Kabeza, sindacalista molto attivo e conosciuto in Sud Kivu - arriva a guadagnare 30 dollari al mese, spesso pagati in ritardo. Come può mantenere una famiglia? Ol¬tretutto deve considerarsi fortunato, perché in passato lo Stato neppure pagava gli insegnanti, che erano totalmente a carico dei genitori. Questo spiega l'alto tasso di abbandono scolastico in questa regione».
Bambini abbandonati a se stessi, bambini allo sbando, in strada o accusati di stregoneria, impiegati nelle miniere o reclutati dalle bande armate. Sifa e Love hanno meno di vent'anni e hanno già combattuto; lui è stato arruolato a forza tra i ribelli mayi mayi, lei è stata rapita, portata in foresta, violentata e costretta a combattere per l'esercito congolese. Ha partorito un bimbo che ha chiamato Bisimwa, il «figlio prediletto». Ma la sua famiglia non lo accetta. «Il figlio di un serpente è un piccolo serpente», dicono.
Johanna, invece, è cresciuta nei canali con la mamma che è pazza; quando l'hanno tirata fuori di lì, si esprimeva a gesti disarticolati e grida bestiali. Justine l'hanno accusata di fare il malocchio e di essere una strega e hanno cercato di bruciarla, mentre Joseph è stato abbandonato dalla famiglia ed è finito in strada insieme a centinaia di altri bambini...
Sono tante le storie tragiche ed apparentemente «estreme», che si incontrano qua e là per il Kivu: storie che in questi anni sono diventate purtroppo la drammatica  «normalità».


Quindici anni di violenze e predazione
Destabilizzata sin dal 1994, quando fu «invasa» da più di un milione di profughi hutu, in fuga dal Ruanda, la regione del Kivu (Nord e Sud) non ha più ritrovato una vera pace negli ultimi quindici anni. La prima guerra congolese (1996-1997) che porta al potere Laurent-Désiré Kabila, comincia da qui, e coinvolge gli eserciti di sette Paesi, nove gruppi ribelli, 35 mila tra soldati, guerriglieri, mercenari, cinquemila caschi blu, 250 osservatori militari Onu... E un'infinità di interessi politici, economici, strategici e tribali per i quali sono state uccise più di 1 milione 700 mila persone. Viene definita la prima guerra panafricana.
L'intervento militare ruandese e ugandese porta allo svuotamento forzato dei campi di rifugiati hutu, che in parte sono tornati in Ruanda, in parte sono fuggiti: circa 200 mila sono stati uccisi dai massacri, della fame e delle malattie.
Durante questi anni diversi gruppi ribelli hanno continuato ad agire indisturbati, sostenuti anche dai Paesi confinanti, interessati a mantenere uno stato di disordine, per sfruttare le straordinarie ricchezze minerarie. Né la missione Onu, presente dal 1999 con circa 17 mila uomini, né il governo di Kinshasa sono stati in grado di riprendere completamente il controllo di questa regione.
Le prime elezioni libere del 2006 aprono uno spiraglio di speranza. Ciò, tuttavia, non impedisce la ripresa di violenti scontri nell'agosto 2008, che vedono protagonista il Congresso nazionale per la difesa del popolo (Cndp) di Laurent Nkunda, spalleggiato dal Ruanda. La cattura di Nkunda nel febbraio 2009 e l'accordo tra Kinshasa e Kigali, firmato a Goma il 23 marzo, mettono provvisoriamente fine a quest'ennesima ondata di violenze che ha provocato 1 milione 800 mila sfollati.
Intanto, però, cominciano le operazioni militari congiunte Umoja Wetu e Kimya II, di esercito congolese (integrato dagli ex ribelli del Cndp), esercito ruandese (ufficialmente solo in Umoja Wetu), con il sostegno della Monuc, contro le Forze democratiche di liberazione del Ruanda (Fdlr).
Le grandi potenze mondiali (Francia e Usa in primis) e le multinazionali straniere seguono da sempre con grande interesse le vicende del Kivu, e sono in molti a trarre vantaggio dal perpetuarsi dei conflitti, in particolare per quanto riguarda l'accesso alle miniere.  
Negli ultimi anni un nuovo protagonista si è affacciato prepotentemente sulla scena della Rdc, la Cina, che tra il 2007 e il 2008 si è aggiudicata svariate commesse ed ha varato investimenti che superano i 9 miliardi di dollari.



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