Ho scaricato da internet il Messaggio al popolo di Dio a conclusione del Secondo Sinodo africano. Bello davvero. Ma va capito alla luce delle discussioni in aula e delle sintesi successive redatte dai Segretari e dai Presidenti di turno. Un altro elemento fondamentale è costituito dalle propositiones già redatte e presentate al Papa perché ne faccia materiale per la futura Esortazione Apostolica Post-sinodale.
Così, a braccio, mi sento di dire che se la prima Assemblea, quella del 1994 fu definita “il sinodo della Resurrezione e della Speranza” questa seconda Assemblea forse si potrà dire “Sinodo del realismo e dell’impegno”.
Insieme a un solido ancoraggio teologico di “riconciliazione, giustizia e pace” visti come dono di Dio, da chiedere, ricevere e condividere prima ancora che come frutto di “mediazioni” e azioni umane, c’è una lettura disincantata e senza tabù della realtà in cui la Chiesa Famiglia di Dio si trova a vivere.
Sono stati messi parecchi puntini sulle “i” e senza risparmiare nessuno, a cominciare dai vescovi stessi. Già due anni fa nei Lineamenta che ci erano stati distribuiti per la ricerca e la discussione a livello di comunità cristiane, si era notato lo stimolo a tirar fuori i “rospi” senza paura; tant’è vero che nello “Instrumentum laboris”, il documento che riassumeva le risposte, su cui i Vescovi hanno lavorato, si parlava addirittura di diocesi in cui c’era disaccordo tra vescovo e preti, tra preti e preti anche per motivi razziali: ci si è confessati senza paura, evidenziando proprio il desiderio di dire “Basta! Adesso si lavora”.
La cosa trapela anche nel Messaggio, laddove si dice, per esempio, che è vero che “ci sono stati gravi atti di ingiustizia storica, come la tratta degli schiavi ed il colonialismo, le cui conseguenze negative ancora persistono. Ma queste non sono più scuse per non muoverci in avanti” (n.34).
Addirittura nella “sintesi dopo le discussioni” si denunciava l’apparire di incoerenza tra consacrazione e vita concreta delle persone consacrate, clero e religiosi pure in forte aumento numerico, e si sollecitava un aiuto concreto per la preparazione di formatori al discernimento e all’accompagnamento delle vocazioni e delle stesse persone consacrate.
I Vescovi si sono richiamati a vicenda il loro dovere di essere il perno di ogni azione in favore di giustizia e di pace, come pure di non solo esigere coerenza dai cristiani di ogni ceto (“Non ci sono più scuse per restare ignoranti della propria fede”), ma di offrire “un programma di formazione continua per tutti i nostri fedeli, specialmente per quelli che sono in alte posizioni di autorità” (n.19)
Una sottolineatura forte ha avuto l’omissione di accompagnamento di cristiani impegnati in politica, che poi si sono trasformati in leader locali in “vergognosa e tragica collusione” con agenti esterni che vengono a depredare le nostre materie prime. Si parla di formazione di cristiani per la politica, di cappellanie e di reti a livello internazionale per formare una serie di “interlocutori” coscienti e responsabili che possano trattare con chiunque a livello economico, politico, di influenze, avendo però di mira il bene comune e il bene dei loro popoli e non la sete del guadagno ecc. (Un esempio proposto: Julius Nyerere, il primo Presidente della Tanzania, di cui è stato introdotto il processo di canonizzazione.)
Sono molti i punti toccati, tra cui il recupero della tradizione apostolica della chiesa in Africa, incarnata dalle chiese di Egitto, Etiopia e, in altra dimensione, Nord Africa in genere: ci sono ancora ricchezze da offrire alla Chiesa a livello universale, come accadde all’epoca dei primi Padri e di Agostino.
Non si può fare, in breve, un’analisi completa del documento, soprattutto perché rispecchia tutto l’arco del cammino fatto in tre settimane di assemblea, precedute da due anni di ricerca e discussione.
Però non si posso tralasciare alcuni accenni, tra cui la visione positiva dei problemi, che diventano sfide da raccogliere ed affrontare fondati sulla fede e sul coinvolgimento del Cristo che cammina con noi tutti i giorni. “L’Africa non è impotente: il nostro destino è nelle nostre mani” (n.42)
Quanto alla sfida dell’Aids, ad esempio, è interessante notare che i vescovi africani riprendono alla lettera le parole del Papa che tanto hanno fatto “schiamazzare” (è un eufemismo) giornalisti e politici di vari schieramenti a livello di una Europa decrepita che non rappresenta più nemmeno la sua stessa storia; e dicono “il problema non può essere superato con la distribuzione di profilattici”. E ne parlano con ragione, perché è proprio in alcuni stati africani (vedi Uganda) che l’AIDS ha fatti spettacolari passi indietro proprio con “programmi che consigliano l’astinenza tra i non sposati e la fedeltà tra gli sposati”; e rivolgendosi ai giovani africani dicono: “Non permettete che nessuno vi inganni nel pensare che non potete auto-controllarvi: si, con la grazia di Dio lo potete” (n.31)
Discorsi di altri tempi? Vedete voi!
La sfida della condizione della donna, di cui nel primo Sinodo si era parlato dicendo, con rammarico, che era trattata proprio come “animale da soma”. Ora se ne parla come di “spina dorsale della nostra Chiesa locale” (n.25) e in diversi punti del messaggio è messa in valore come primo agente e prima educatrice ai valori di riconciliazione, di giustizia e di pace.
La sfida degli aspetti più retrivi delle culture africane, pure ricche di tanti valori. Aspetti che frenano la pace e lo sviluppo (si parla di etnicismo, stregoneria ecc. anche tra cristiani) e che fanno sì che dette culture necessitano di essere decisamente evangelizzate.
Vibrante e decisa è la condanna dei predatori, sia internazionali che nazionali, fatta senza peli sulla lingua: “Le società multinazionali devono cessare la devastazione criminale dell’ambiente per il loro ingordo sfruttamento delle risorse maturali” (n.33). I predoni di materie prime vengono da fuori, ma trovano alleati dentro l’Africa stessa; i vescovi parlano con tristezza di “situazioni molto vergognose”: e a livello internazionale invocano un nuovo ordine economico, nuove leggi e atteggiamenti più rispettosi delle persone e dell’ambiente. Nella sintesi delle discussioni si parlava, con amarezza, dell’incombere della “guerra dell’acqua” che si sta scatenando.
Dovrei fermarmi qui, anche se ci sono altri spunti.
Però non posso tacere quello che i Vescovi dicono riprendendo un’espressione del Papa in apertura del Sinodo stesso: “L’Africa è il polmone spirituale dell’umanità di oggi”. Anche se minacciato dai due virus, del materialismo e del fanatismo, questo polmone può fornire nuovo respiro a troppe nazioni che stanno asfissiando ripiegate su se stesse. Ed i Vescovi, insieme con un sentito ringraziamento all’opera dei missionari, parlano finalmente dei “missionari africani”, che le chiese d’Africa hanno già cominciato ad inviare in altri continenti, non solo per seguire i loro connazionali “migranti” (altro punto toccato), ma proprio per annunciare il Vangelo, in uno scambio di doni che finalmente non è più pensato a senso unico.
Vi posso dire che per me, che sognavo questo fin da quando sono venuto in Africa quarant’anni fa, questo è uno degli elementi più belli emersi da questo Sinodo?