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Un documento «storico» che «in un anno è diventato l’iniziativa più importante di dialogo tra cristiani e musulmani, e più in generale nel campo interreligioso». A 2 anni dalla sua pubblicazione, un summit di alto profilo sta facendo una sorta di «check-up» ad «A Common Word», il testo di «dialogo» promosso da 138 intellettuali ed esponenti islamici rivolto al mondo cristiano, in primis Benedetto XVI.
L’occasione è il convegno in corso alla Georgetown University di Washington promosso da John Esposito, uno dei massimi studiosi di Islam in Occidente. All’evento partecipano Tony Blair, ex premier inglese, oggi dedito al dialogo tra le religioni con una Fondazione a lui dedicata, e il principe Ghazi di Giordania, promotore di «A Common Word».
E proprio di questi due sono state le parole più importanti pronunciate in questa assise. Blair ha auspicato un coinvolgimento attivo del mondo ebraico nel dialogo islamo-cristiano: «La nostra relazione reciproca e di entrambi (musulmani e cristiani, ndt) con l’Ebraismo che, tra l’altro, sono sicuro parteciperà a Common Word, sarà giudicata sul suo risvolto concreto, nel lavoro che possiamo fare insieme nell’alleviare la povertà, combattere l’ingiustizia, prevenire le malattie e portare speranza a coloro che disperano».
Blair ha difeso il ruolo delle religioni come costruttrici di un mondo migliore: «Siamo persone di fede. Vediamo come la fede forma le nostre vite e quelle degli altri. Vediamo, con tristezza, come essa viene abusata per fare il male. Vogliamo appassionatamente usarla per fare il bene. Crediamo nel potere della fede di cambiare in meglio la vita».
Da parte sua Ghazi – in un intervento scritto rivolto ai promotori – ha tratteggiato un bilancio dei primi 2 anni di «A Common Word»: ad oggi, firmatari islamici sono 300, 460 le organizzazioni musulmane che l’hanno appoggiata; oltre 500 gli articoli in inglese dedicati; convegni e incontri tenutisi in India, Pakistan, Bangladesh, Canada, Sud Africa, Usa, Inghilterra, …; la recente apertura di un ufficio «A Common Word» a Islamabad, nel tormentato Pakistan; naturalmente, il ricordo del Primo Forum Islamo-Cattolico tenutosi a novembre scorso in Vaticano.
Sul fronte delle sfide concrete del dialogo, Ghazi è stato più realistico: «Qualora ci domandassimo se ci “rispettiamo, siamo leali, giusti e rispettosi verso gli altri e viviamo in sincera pace, armonia e comune buona volontà”, come dice la Lettera, la risposta sarebbe sconfortante, nonostante alcuni positivi cambiamenti e segnali», tra cui le iniziative interreligiose del Regno Saudita e il discorso di Obama al Cairo.
Per Ghazi, «anche se la situazione in Iraq è migliore rispetto a due anni fa, dobbiamo ammettere che essa è peggiore in Afghanistan e che una nuova guerra si è aperta in Pakistan, dove essa è stata manomessa per ammazzare cristiani del posto, come di recente è avvenuto a Gojra. E bisogna ricordarsi anche della situazione di Mindanao, nelle Filippine, dove una decisione della giustizia locale nell’agosto 2008 ha fatto svanire un piano di pace, con migliaia di morti e circa un milione di rifugiati». Insomma, per il principe giordano «siamo ancora lontani da dove potremmo e dovremmo essere» sul piano concreto del rispetto e del dialogo tra musulmani e cristiani.
Missionline.org ha dedicato diversi approfondimenti alla Lettera dei 138. Consulta qui un intervento di Giorgio Bernardelli che riassume la situzione. (L.F.)