| Chi siamo | il PIME | Mondo e Missione | Link | Contatti

Vedi anche
22/05/2007 Colombia / Denunciati scandalosi intrecci fra presidente, esercito e «narcos»
Paramilitarismo e politica, torbido binomio
di Alessandro Armato
26/12/2006 Colombia / L'impegno di padre Leonel Narváez Gómez
«La riconciliazione? Un'arte nel cuore»
di A. Armato e G. Fazzini
24/01/2007 Non assomigliamo mai tanto a Dio come quando perdoniamo
Ricordare con cuore nuovo
26/12/2006 La riconciliazione diventa un requisito necessario per la pace
Perdonare l'imperdonabile
di Leonel Narváez Gómez
01/06/2006 L'esperienza di Espere, «scuola di pace » nella periferia di Bog
COLOMBIA. La risposta è il perdono
di Gerolamo Fazzini
01/06/2005 Parla Sandro Calvani, esperto Onu di lotta al narcotraffico
Contro la coca largo allo sviluppo
di di Alessandro Armato da Bogotà
Reprimere non basta. Decisivo è sradicare una mentalità che accetta la violenza e tollera un'economia illegale. Parola di Calvani. Che chiama in causa la società civile.

Nell’immaginario collettivo la Colombia continua ad essere sinonimo di coca e violenza. Nonostante gli indiscutibili sforzi del governo di Álvaro Uribe per ridurre le coltivazioni di sostanze illecite e per combattere i gruppi armati illegali, la situazione resta allarmante. Le fumigazioni aeree hanno ridotto considerevolmente il numero di ettari coltivati a coca, ma senza risolvere il problema. Finite le grandi piantagioni, sono aumentati i piccoli appezzamenti, difficili da colpire. Fiumi di narcodollari continuano a entrare nelle casse di guerriglia e paramilitari, che tengono il Paese in ostaggio.
I risultati delle recenti politiche di lotta alla droga insegnano che non è possibile eliminare questa piaga solo con la repressione. Occorre dare una speranza di vita migliore ai campesinos delle zone depresse del Paese che non vedono alternative alle coltivazioni illecite e alla dipendenza dai gruppi armati illegali. Bisogna promuovere lo sviluppo integrale e cambiare la mentalità della gente per ottenere risultati duraturi: cosa che lo Stato non fa con sufficiente determinazione. Mondo e Missione ha discusso di queste problematiche con Sandro Calvani, responsabile dell'Ufficio dell'Onu contro droga e crimine (Uni­­ted Nations Office for Drug and Crime, Unodc), con sede a Bogotá.

Quanto è grave per la Colombia il problema-droga?
Se si ragiona in termini statistici, molto più che il conflitto armato o la poverta, è la droga il principale problema della Colombia. Il Paese è il secondo produttore mondiale di droghe dopo l’Afghanistan, il primo relativamente alla cocaina, in quanto fornisce l’80 per cento del mercato globale.

Quindi il narcotraffico è il vero cancro della Colombia.
È difficile identificare il cancro della Colombia perchè ormai c’è tutta una serie di metastasi. La società civile è profondamente malata a causa della corruzione, del traffico di armi, dell’uso di droga, dello strapotere dei gruppi armati sulla popolazione e via dicendo. Il narcotraffico è stato un moltiplicatore di questi fenomeni perché ha messo a disposizione finanziamenti colossali che sfuggono completamente al controllo pubblico, ma non si può dire che ne sia la causa prima. Ad aggravare la situazione c’è poi l’incapacità dello Stato di reagire: nel Paese regna un’impunità di fatto per cui la gente non riconosce più il valore della legge. Nella regione del Putumayo, ad esempio, il 99 per cento degli omicidi non viene nemmeno denunciato per la paura delle ritorsioni dei gruppi armati.

Si dice che il narcotraffico sia un pilastro dell’economia colombiana. È d’accordo?
Il giro d’affari del narcotraffico colombiano non raggiunge lo 0,7 per cento del Pil nazionale. Non siamo in Afghanistan dove il 50 per cento del Pil viene dall’eroina. Ora, in un Paese che cresce al 4 per cento annuo, rinunciare completamente a tutte queste fonti illecite di guadagno significherebbe un ritardo nello sviluppo di circa due mesi. Un prezzo assolutamente accettabile per vedere la fine narcotraffico. Manca purtroppo una mobilitazione della società civile colombiana, che si è assuefatta alla situazione e non vede i vantaggi che la fine del narcotraffico comporterebbe in termini economici e di qualità di vita.

Senza il denaro del narcotraffico non ci sarebbero nemmeno gruppi armati illegali...
Farc e Autodefensas (Auc) si presentano come gruppi ideologici, ma di fatto sono gruppi criminali e devono la loro sopravvivenza al coinvolgimento nel narcotraffico. Non hanno più nessun tipo di appoggio popolare. L’appoggio che le Farc ottengono da certe associazioni contadine non è spontaneo, ma viene estorto con la forza delle armi o con la forza dell’indebitamento per le sementi della coca. Per quanto riguarda le Auto­defensas, in qualunque parte del Paese i cittadini preferibbero che la loro sicurezza fosse difesa dallo Stato, perchè i paras sono iperviolenti e non controllabili.

Il narcotraffico è un problema serio nell’ambito del processo di pace in corso coi paramilitari?
Certo preoccupa... Nessuno sa fino a che punto il comando delle Autodefensas sia coinvolto nel narcotraffico. Una smobilitazione totale delle Auc potrebbe anche fornire una serie di scappatoie di impunità per l’ala narcotrafficante di questo gruppo con tutte le attività di origine illecita annesse e connesse. Il governo sta cercando di offrire tutte le garanzie possibili per evitare la più colossale operazione di riciclaggio di denaro mai vista nella storia, ma è difficile fare chiarezza.

Combattere contro la droga significa quindi battersi per la pace e la giustizia. Come opera il programma Onu che lei dirige?
Abbiamo due grandi settori di attività: uno è la lotta contro la droga e l’altro è la lotta contro il crimine. Per la lotta contro la droga sono tre i settori di intervento: prevenzione del consumo di stupefacenti, soprattutto tra i giovani, sostituzione delle coltivazioni illecite con prodotti o attività economiche alternative, e rafforzamento della capacità di risposta dello Stato. Sul fronte della lotta al crimine lavoriamo sulla prevenzione e lotta contro il traffico di persone, sulla corruzione, sull’applicazione dei diritti umani nelle carceri, sulla definizione di sistemi per cui la giustizia sia accessibile alla gente, sulla giustizia minorile, la lotta al riciclaggio di denaro e molto altro. La metodologia di lavoro è quella classica delle Nazioni Unite. Applichiamo alla realtà colombiana buone pratiche sperimentate altrove. Per esempio, nell’elaborazione di teconologie di sviluppo alternativo per la sostituzione delle coltivazioni illecite applichiamo la metodologia della Thailandia, mentre nel campo della repressione del crimine di strada è molto avanzato il lavoro del Brasile, per cui usiamo quello.

Di quali partner si avvale l’Unodc nel suo lavoro? 
Oltre alle controparti nel governo centrale e negli enti locali, ci sono i mass media, le ong e la Chiesa, che è la nostra principale partner in molti programmi. Un ruolo importante spetta anche all’impresa privata. In presenza di uno Stato fragile in molte aree, la collaborazione del settore privato è determinante.

In che forma?
I privati collaborano molto nei programmi di sostituzione delle coltivazioni illecite. Un esempio: abbiamo sviluppato 25 prodotti di successo alternativi alla coca, ma per convincere i campesinos a introdurli al posto della coca abbiamo bisogno di dare loro delle garanzie. Carrefour, la seconda catena di supermercati al mondo, ha una posizione di leadership nel garantire l’acquisto e il prezzo dei prodotti alternativi. Qualunque quantità i campesinos producano, Carrefour garantisce l’acquisto e garantisce il prezzo. In questo modo si sentono più sicuri nell’abbandonare la coca perchè sanno che i nuovi prodotti sono già venduti. Inoltre dispongono di contratti prefirmati con le Nazioni Unite coi quali possono ottenere microcrediti da varie banche. Oltre a Carrefour, ci sono imprese che collaborano nella lavorazione del caucciù, Nestlè collabora molto nella produzione del cioccolato; la rete del commercio equo-solidale internazionale in prodotti come cioccolato o cuore di palma, ecc. Ci sono poi attività artigianali, come le cooperative femminili del Cauca che producono biancheria intima.

Quali sono i limiti dei programmi di sostituzione delle coltivazioni illecite che lei segue?
In termini di efficacia tali programmi sono tra i migliori che conosca al mondo, però c’è un problema di scala: in nessun modo possono raggiungere la quantità di gente che ne avrebbe bisogno. La lista d’attesa è dieci volte più lunga della lista dei beneficiati. Se i beneficiati sono molto contenti, quelli che ne restano esclusi sono molto scontenti.

A cosa sono dovuti questi problemi di scala?
A un grande anacronismo: la Colombia è il Paese che riceve meno assistenza tecnica di tutta l’America Latina nonostante sia uno dei più problematici. Due i motivi principali. Primo: la Colombia non è un Paese povero in termini di reddito pro-capite (rispetto ad Haiti o ad altri Paesi centramericani) e questo la penalizza sul versante della di­stribuzione degli aiuti. Non si tiene conto, però, che il problema della Colombia sta soprattuto nella disu­guaglianza della distribuzione della ricchezza, tali da  generare situazioni di povertà più gravi dell’Africa.
In secondo luogo c’è il fatto che la Co­lom­bia per molto tempo si è un po’ isolata nelle relazioni internazionali, affidandosi a una relazione bilaterale molto forte con gli Stati Uniti che, però, le ha precluso l’accesso a tutta una serie di meccanismi di cooperazione tecnica internazionale. È assurdo che per la sostituzione delle coltivazioni illecite la Bolivia, che ne ha 17 mila ettari, riceva molti più aiuti internazionali della Colombia con 86 mila ettari.

I programmi di sostituzione delle coltivazioni illecite riescono ad avere un impatto profondo sulla società?
Sì. Posso raccontare una storia che si ripete quasi identica in tutte le regioni dove operiamo. Nel Cauca si trovano cooperative di produzione di caffé organico che lavorano con noi da alcuni anni. In una riunione un contadino mi ha detto: «Quando le Farc controllavano la mia piantagione di coca mia moglie è stata violentata, mio fratello è stato ammazzato, i miei figli più grandi sono scappati. Oggi non è più così. Mia moglie è sicura. Non hanno più ucciso nessuno. Il caffè organico rende meno, ma la tranquillità che ho adesso non ha prezzo». Tutti questi valori, che ovviamente sono valori della vita e non economici, hanno un impatto enorme sulla società. Il fatto che le Farc esigano il 7 per cento su tutto quello che viene prodotto di pasta base di cocaina non è grave di per sé. Lo è soprattutto perché genera una società deviata. Le Farc vogliono una società dipendente, orientata come in un regime dittatoriale. Ma se riusciamo a cambiare la testa delle persone togliamo loro il terreno sotto i piedi. Solo se la gente acquisisce i propri diritti si può parlare di «democrazia sicura». La repressione non basta.

Ci sono divergenze importanti tra Onu, governo colombiano e Usa sulle metodologie da adottare nella lotta alla droga?
Le politiche colombiane bilaterali con gli Stati Uniti sono diverse da quelle applicate a livello internazionale. Per esempio, nella lotta alle coltivazioni illecite la Colombia è l’unico Paese dove vengono adoperate le fumigazioni aeree. Un sistema che non è mai stato usato in nessun altra parte del mondo, nemmeno dalla Cina di Mao o dal Pakistan, che quando ha affrontato il problema dell’eliminazione delle coltivazioni illecite era sotto una dittatura militare. Ciò non significa che non vada bene. Funziona benissimo nell’eliminazione delle grandi piantagioni. Ma adesso la tattica dei cocaleros è cambiata. Per sfuggire alle fumigazioni le coltivazioni sono molto più piccole. Oggi i due terzi della coltivazione della coca in Colombia avviene in campi di meno di 3 ettari, e più della metà di questi sono di meno di un ettaro. Con campi di coca così piccoli la fumigazione diventa più difficile e piu`rischiosa, perché è praticamente impossibile non fumigare anche le coltivazioni lecite.

Cosa che, ovviamente, provoca le reazioni dei contadini...
Questa metodologia provoca danni e frustrazione nei coltivatori leciti che vengono colpiti. Ne nasce un rifiuto da parte della gente. Un contadino che vede il suo campo di coca fumigato lo accetta perché sa che era un’attività illecita, ma se insieme al campo di coca vede fumigati anche tre anni di sforzo per produrre palmito si sente frustrato e viene a trovarsi senza la sua fonte lecita di guadagno. Allora è tentato di abbandonare il suo villaggio e di andare selva adentro per coltivare una quantità di coca più alta di quella che coltivava prima, nella speranza che almeno una parte non venga fumigata. Si innesca un circolo vizioso.

Cosa pensa del vecchio Plan Colombia di Pastrana e dell’attuale Plan Patriota di Uribe?
Nella convenzione di Vienna contro i narcotici si sostiene la necessità di una forza bilanciata. Il bastone è necessario, ma non si può fare a meno della carota. Un bilanciamento tra  misure di repressione e misure sociali di convincimento è quello che rende sostenibile il processo. Per ottimo che sia, il programma di repressione basato sulle iniziative del Plan Colombia risulta meno sostenibile, se non c’è anche un piano di appoggio socio-economico alle comunità. Questa parte (che significa servizi base di salute, accesso all’acqua, educazione e accesso alla giustizia), in Colombia risulta molto debole, a differenza di quanto accade altrove, ad esempio in Bo­livia. Là ciò che ha determinato una forte riduzione delle coltivazioni illecite sono stati proprio i servizi di salute, di educazione, di accesso al commercio e così via: tutte cose che hanno cambiato un po’ alla volta il mo­do di pensare della gente. Qui purtroppo questo cambiamento non si vede.

I liberal più estremisti dicono che tutti i problemi della Colombia finirebbero se Europa e Usa legalizzassero la droga...
Nessun Paese al mondo finora ha messo in discussione la Convenzione di Vienna e nessuno ha intenzione di farlo. Neanche la «liberale» Olanda. Il mondo, in realtà, va nella direzione contraria: perfino droghe lecite come l’alcol e il tabacco oggi ricevono molto più controllo di quanto accadeva vent’anni fa. Fino ad oggi il fatto che le droghe siano rimaste illecite ha funzionato: non abbiamo mai avuto più di 200 mila morti l’anno per droga e non si è verificata un’epidemia come quella legata all’alcol o al fumo.
Le teorie degli intellettuali che dicono che se una società non riesce a controllare un fenomeno deve venire a patti con esso sono assolutamente inaccettabili su un piano etico: sarebbe come dire che se c’è un boom di pedofilia in America bisogna legalizzare la pedofilia. Quello che potrebbe cambiare moltissimo è l’educazione. Oggi tutti i bambini di 4 o 5 anni, in qualunque parte del mondo, sanno che se mettono un dito nella presa della corrente prendono la scossa. Non sanno che se prendono una droga mettono a rischio la sopravvivenza del loro cervello.
invia ad un amico

visualizza per la stampa

Sostieni i Media Pime

logo Media Pime

Pime giovani Rio

anno della fede

Web Design www.horizondesign.it