Quando penso a padre Damiano mi viene
spontaneo fare un paragone col mio lavoro.
Anch'io sono missionario, ho lavorato
sempre e solo per i lebbrosi ed ancora
mi prendo cura di loro. Lui è vissuto
solo 49 anni, io, grazie a Dio, sono nel mio settantaquattresimo. Lui non aveva
una cura efficace per la lebbra, io, coi miei collaboratori, ho potuto curare più di 20 mila lebbrosi a
Mumbai (India). Come lui, vivo da 25 anni con un gruppo di lebbrosi, curati ma
tuttora deformi,
e assieme a loro, in un ashram (come si dice in India)
coltiviamo il nostro riso e cerchiamo di essere autosufficienti evitando che
vadano a mendicare. Viviamo insieme, lavoriamo
insieme e preghiamo insieme.
Potremmo andare avanti con questo elenco dei «più» e
dei «meno», non certo per diminuire il valore
e la gloria di padre Damiano, ma per
far vedere, come, grazie a lui e a mille altri impegnati nella causa dei
lebbrosi, la situazione sia drammaticamente e favorevolmente
cambiata.
Ma ciò che mi ha sorpreso
di più, venendo in India, è stato trovare il ricordo
e la venerazione di Damiano de Veuster anche al di fuori
degli ambienti cristiani. Per il Mahatma Gandhi stesso padre Damiano era
diventato un esempio per il suo dedicarsi alla gente e ai poveri. Lo citò
Damiano come fonte d'ispirazione per le sue campagne sociali in India che
condussero alla libertà della sua gente. «La politica e il mondo del giornalismo - scrisse - possono vantare eroi, ma
pochi possono essere paragonati a padre Damiano di Molokai. Vale la pena di
dare un'occhiata alle fonti di questo eroismo». Forse
proprio ricordando padre Damiano
Gandhi ospitò nel suo ashram di
Wardha un lebbroso di nome Parchure Sastri: lo massaggiava giornalmente lui stesso con l'olio di chaulmogra,
l'unica cura sintomatologica conosciuta allora.
E quando alcuni amici gli fecero notare che la sua presenza poteva allontanare
i visitatori, rispose: «Preferisco
perdere i visitatori piuttosto che
allontanare Sastri».
Che la fama di padre Damiano sia così diffusa in
India è dovuta anche al fatto che qui il problema lebbra è più diffuso: su
cinque lebbrosi al mondo, quattro vivono in India. E sull'esempio di padre
Damiano e dei missionari cristiani, sia Gandhi, sia altri indù hanno dedicato
la loro vita ai lebbrosi. Basta ricordare i nomi di Manohar Diwan a Dattapur, o Baba
Amte ad Anandwan.
Ma vale la pena di essere citata anche la figura di
T.N. Jagadisan, professore di
letteratura inglese all'università di Annamalai (Tamil Nadu) che si scoprì
lebbroso e, all'età di 32 anni, lasciò l'insegnamento per dedicare la sua vita
alla liberazione degli afflitti di lebbra. Nella sua autobiografia - Fulfilment Through Leprosy («Realizzazione
attraverso la lebbra», 1988) - padre Damiano è citato in una ventina di pagine.
«È stato solo dopo la morte di
Damiano che il mondo si è veramente risvegliato alla storia
di Molokai e con quella alle necessità degli ammalati di lebbra in tutto il
mondo - scrive Jagadisan -. Attraverso il suo lavoro,
la bellezza è cresciuta dove c'era squallore,
la speranza dove c'era disperazione, la vita al posto della morte».
Nel 1967 questo professore
indiano ebbe la fortuna di far parte
di una delegazione organizzata da
Raoul Follereau che fu ricevuta in Vaticano da Paolo VI, come rappresentante
del Movimento internazionale per la canonizzazione di padre Damiano. In quella
occasione venne organizzata una
raccolta di firme da presentare al Santo Padre. E Jagadisan fa notare che in
India si erano raccolte ben 14.189 firme, molto di più delle 9.279 raccolte in
tutta l'Africa. «Gli innumerevoli ammiratori
di padre Damiano in tutto il mondo -
scriveva già allora - guardano
fiduciosi al giorno in cui il suo
nome verrà incluso nel calendario dei santi della Chiesa cattolica romana».
Jagadisan racconta anche che la sua scoperta di padre
Damiano «non fu a causa della lebbra, ma attraverso la letteratura. Quando ero
all'università ho divorato d'un
fiato la famosa lettera di Stevenson che difendeva padre Damiano dalle
calunnie».
Non lesina parole per lodare padre Damiano: «Nella
lunga storia della lebbra, non c'è
niente di più commovente, di più eroico, e allo stesso tempo di più semplice
della storia di padre Damiano.
Veramente, in tutta l'ampia storia
dell'umanità, ci possono essere pochi o nessuno che possa uguagliare il suo
eroismo. La sua vita è un lungo miracolo e il suo lavoro
un unico esempio della santificazione dello sforzo
umano».
Durante l'udienza del 1967, quando Paolo VI spiegò la
necessità di qualche miracolo avvenuto in nome del candidato alla
canonizzazione, Jagadisan osò dire: «Santo Padre, come potrebbe esserci un
miracolo maggiore della stessa vita
di padre Damiano, che in sé stessa è stata un lungo miracolo?». Il Papa sorrise e rispose: «Sono d'accordo
con lei, ma la Chiesa
ha le sue regole».
Quando il professor
Jagadisan parlò in Belgio di padre Damiano, l'Osservatore Romano pubblicò
il suo intervento. Nel 1973, centenario dell'arrivo di padre Damiano a Molokai,
egli propose che fosse commemorato
dalla Hind Kusht Nivaran Sangh, l'organizzazione nazionale per la lotta contro la
lebbra, ed egli stesso fece un discorso
davanti al presidente dell'India.
A Lovanio, sulla tomba di padre Damiano,
questo indù recitò un inno dei Veda: «Non opere umane, non progenie, non
ricchezza. Ma solamente il sacrificio e la rinuncia possono meritare l'immortalità». Oggi sarebbe felice di sapere che il suo
sogno di oltre quarant'anni fa diventa realtà.
CHI E'
Nato a Tremelo nel 1840, dopo gli studi in medicina, Jozef de Veuster
entrò nella Congregazione dei Sacri Cuori,
scegliendo il nome di padre Damiano. Missionario nell'arcipelago delle Hawaii
dal 1864, chiese al vicario apostolico di poter recarsi nell'isola di Molokai,
dove il re locale aveva segregato i malati di lebbra. Nel 1873 arrivò a
Kalaupapa, dove vivevano oltre 600 lebbrosi. Con loro
da quel momento condivise tutta la sua vita. Nel 1884 si scoprì lui stesso
malato di lebbra, ma continuò il suo servizio a Molokai fino alla morte, sopraggiunta nel 1889.