MissiOnLine.org La canonizzazione del missionario belga Damiano il santo che piace agli indù canonizzazione, Damiano, Molocai, lebbra Sale all’onore degli altari l’11 ottobre l’apostolo dei lebbrosi, ammirato anche da Gandhi e Jagadisan

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01/10/2009    
La canonizzazione del missionario belga
Damiano il santo che piace agli indù
di Carlo Torriani
Sale all’onore degli altari l’11 ottobre l’apostolo dei lebbrosi, ammirato anche da Gandhi e Jagadisan

 

Quando penso a padre Damiano mi viene spontaneo fare un paragone col mio lavoro. Anch'io sono missionario, ho lavorato sempre e solo per i lebbrosi ed ancora mi prendo cura di loro. Lui è vissuto solo 49 anni, io, grazie a Dio, sono nel mio settantaquattresimo. Lui non aveva una cura efficace per la lebbra, io, coi miei collaboratori, ho potuto curare più di 20 mila lebbrosi a Mumbai (India). Come lui, vivo da 25 anni con un gruppo di lebbrosi, curati ma tuttora deformi, e assieme a loro, in un ashram (come si dice in India) coltiviamo il nostro riso e cerchiamo di essere autosufficienti evitando che vadano a mendicare. Viviamo insieme, lavoriamo insieme e preghiamo insieme.

Potremmo andare avanti con questo elenco dei «più» e dei «meno», non certo per diminuire il valore e la gloria di padre Damiano, ma per far vedere, come, grazie a lui e a mille altri impegnati nella causa dei lebbrosi, la situazione sia drammaticamente e favorevolmente cambiata.

Ma ciò che mi ha sorpreso di più, venendo in India, è stato trovare il ricordo e la venerazione di Damiano de Veuster anche al di fuori degli ambienti cristiani. Per il Mahatma Gandhi stesso padre Damiano era diventato un esempio per il suo dedicarsi alla gente e ai poveri. Lo citò Damiano come fonte d'ispirazione per le sue campagne sociali in India che condussero alla libertà della sua gente. «La politica e il mondo del giornalismo - scrisse - possono van­tare eroi, ma pochi possono essere paragonati a padre Da­miano di Molokai. Vale la pena di dare un'occhiata alle fonti di questo eroismo». Forse proprio ricordando padre Damiano Gandhi ospitò nel suo ashram di Wardha un lebbroso di nome Parchure Sastri: lo massaggiava giornalmente lui stesso con l'olio di chaulmogra, l'unica cura sintomatologica conosciuta allora. E quando alcuni amici gli fecero notare che la sua presenza poteva allontanare i visitatori, rispose: «Preferisco perdere i visitatori piuttosto che allontanare Sastri».

Che la fama di padre Damiano sia così diffusa in India è dovuta anche al fatto che qui il problema lebbra è più diffuso: su cinque lebbrosi al mondo, quattro vivono in India. E sull'esempio di padre Damiano e dei missionari cristiani, sia Gandhi, sia altri indù hanno dedicato la loro vita ai lebbrosi. Basta ricordare i nomi di Manohar Diwan a Dattapur, o Baba Amte ad Anandwan.

Ma vale la pena di essere citata anche la figura di T.N. Jagadisan, professore di letteratura inglese all'università di Annamalai (Tamil Nadu) che si scoprì lebbroso e, all'età di 32 anni, lasciò l'insegnamento per dedicare la sua vita alla liberazione degli afflitti di lebbra. Nella sua autobiografia - Fulfilment Through Leprosy («Realizzazione attraverso la lebbra», 1988) - padre Damiano è citato in una ventina di pagine. «È stato solo dopo la morte di Damiano che il mondo si è veramente risvegliato alla storia di Molokai e con quella alle necessità degli ammalati di lebbra in tutto il mondo - scrive Jagadisan -. Attraverso il suo lavoro, la bellezza è cresciuta dove c'era squallore, la speranza dove c'era disperazione, la vita al posto della morte».

Nel 1967 questo professore indiano ebbe la fortuna di far parte di una delegazione organizzata da Raoul Follereau che fu ricevuta in Vaticano da Paolo VI, come rappresentante del Movimento internazionale per la canonizzazione di padre Damiano. In quella occasione venne organizzata una raccolta di firme da presentare al Santo Padre. E Jagadisan fa notare che in India si erano raccolte ben 14.189 firme, molto di più delle 9.279 raccolte in tutta l'Africa. «Gli innumerevoli ammiratori di  padre Damiano in tutto il mondo - scriveva già allora - guardano fiduciosi al giorno in cui il suo nome verrà incluso nel calendario dei santi della Chiesa cattolica romana».

Jagadisan racconta anche che la sua scoperta di padre Damiano «non fu a causa della lebbra, ma attraverso la letteratura. Quando ero all'università ho divorato d'un fiato la famosa lettera di Stevenson che difendeva padre Damiano dalle calunnie».

Non lesina parole per lodare padre Damiano: «Nella lunga storia della lebbra, non c'è niente di più commovente, di più eroico, e allo stesso tempo di più semplice della storia di padre Damiano. Veramente, in tutta l'ampia storia dell'umanità, ci possono essere pochi o nessuno che possa uguagliare il suo eroismo. La sua vita è un lungo miracolo e il suo lavoro un unico esempio della santificazione dello sforzo umano».

Durante l'udienza del 1967, quando Paolo VI spiegò la necessità di qualche miracolo avvenuto in nome del candidato alla canonizzazione, Jagadisan osò dire: «Santo Padre, come potrebbe esserci un miracolo maggiore della stessa vita di padre Damiano, che in sé stessa è stata un lungo miracolo?». Il Papa sorrise e rispose: «Sono d'accordo con lei, ma la Chiesa ha le sue regole».

Quando il professor Jagadisan parlò in Belgio di padre Damiano, l'Osservatore Romano pubblicò il suo intervento. Nel 1973, centenario dell'arrivo di padre Damiano a Molokai, egli propose che fosse commemorato dalla Hind Kusht Nivaran Sangh, l'organizzazione nazionale per la lotta contro la lebbra, ed egli stesso fece un discorso davanti al presidente dell'India.

A Lovanio, sulla tomba di padre Damiano, questo indù recitò un inno dei Veda: «Non opere umane, non progenie, non ricchezza. Ma solamente il sacrificio e la rinuncia possono meritare l'immortalità». Oggi sarebbe felice di sapere che il suo sogno di oltre quarant'anni fa diventa realtà.

 

CHI E'

Nato a Tremelo nel 1840,  dopo gli studi in medicina, Jozef de Veuster entrò nella Congregazione dei Sacri Cuori, scegliendo il nome di padre Damiano. Missionario nell'arcipelago delle Hawaii dal 1864, chiese al vicario apostolico di poter recarsi nell'isola di Molokai, dove il re locale aveva segregato i malati di lebbra. Nel 1873 arrivò a Kalaupapa, dove vivevano oltre 600 lebbrosi. Con loro da quel momento condivise tutta la sua vita. Nel 1884 si scoprì lui stesso malato di lebbra, ma continuò il suo servizio a Molokai fino alla morte, sopraggiunta nel 1889.

 



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