MissiOnLine.org Speciale/2. Intervista al teologo camerunese Eloi Messi Metogo Per una Chiesa libera di essere profetica Africa, Sinodo, Camerun, Eloi Messi Metogo Giustizia, pace, riconciliazione sono temi chiave per la Chiesa d’'Africa. Ma anche i rapporti con il potere, le questioni economiche, il ruolo dei laici... Un'analisi a cuore aperto e senza timori reverenziali

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La rivistaOttobre 2009
Forza Africa. Le sfide del Sinodo


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27/09/2009     
Speciale/2. Intervista al teologo camerunese Eloi Messi Metogo
Per una Chiesa libera di essere profetica
di Marco Pagani
Giustizia, pace, riconciliazione sono temi chiave per la Chiesa d’'Africa. Ma anche i rapporti con il potere, le questioni economiche, il ruolo dei laici... Un'analisi a cuore aperto e senza timori reverenziali

Professore all’Università Cattolica dell’Africa Centrale (Ucac) di Yaoundé, in Camerun, dove insegna teologia dogmatica da una quindicina d’anni, padre Eloi Messi Metogo, domenicano, è stato anche parroco e responsabile del servizio cattolico d’informazione della sua diocesi. Soprattutto, però, è uno dei massimi teologi africani contemporanei, autore di molti libri e saggi sulla Chiesa d’Africa. Anche se tiene a precisare che è innanzitutto «un frate dell’ordine dei predicatori».

Padre Eloi, la Chiesa d’Africa celebra la sua seconda Assemblea speciale. Tuttavia, la prima impressione che si ha pensando al prossimo Sinodo è quella di una preparazione passata un po’ in sordina, senza un reale coinvolgimento dei cristiani africani. Lei cosa ne pensa?
Io ho l’abitudine di dire la verità. Nella mia diocesi, Yaoundé, non ho visto nessuna circolare del vescovo che parli del Sinodo. Ma il tema della seconda Assemblea speciale per l’Africa è fondamentale per noi e per le nostre società. I problemi che viviamo in Africa sono di giustizia, di pace e di riconciliazione. Non ce ne sono altri. 
Allora, che il responsabile di una diocesi non ne parli, mi sembra curioso e mi ha fatto male. Io penso che questa situazione sia diffusa. Ci sono le stesse lacune d’informazione anche altrove. Per fortuna il Papa è venuto qui in marzo, e ci ha consegnato l’Instrumentum Laboris. Leggendo in modo attento il testo, sono rimasto piacevolmente sorpreso dal numero di Conferenze episcopali che hanno risposto ai Lineamenta, e mi ha colpito anche l’analisi molto profonda dei problemi che noi viviamo. Ora spero che i vescovi in ottobre possano approfondire queste questioni con l’aiuto di esperti in teologia e altre discipline umane.

Perché secondo lei nella fase preparatoria non si è lavorato abbastanza sui Lineamenta? È un problema di mancanza di comunicazione, di interesse o di mezzi finanziari per diffondere il testo?
Non credo sia una questione di risorse economiche. La maggior parte delle diocesi africane ha i mezzi per moltiplicare un simile documento e metterlo a disposizione dei parroci. Aggiungo, però, che il linguaggio dei Lineamenta non era molto accessibile. Ma certo bisognava comunque parlarne. Molti laici qui sono ben preparati per poter leggere questi documenti. Bisogna anche che i parroci li leggano e trasmettano l’essenziale ai loro fedeli. Ma devo ripetere che il linguaggio dei Lineamenta era complicato, terribilmente speculativo. Quando si parla della giustizia, per esempio, che si dica come Gesù si è comportato nel Vangelo di fronte a questo tema, e non si facciano semplicemente delle considerazioni filosofiche.

Alla vigilia della visita del Papa in Camerun, si auspicava che Benedetto XVI potesse risvegliare l’interesse riguardo al prossimo Sinodo. Passati alcuni mesi, qualcosa si è mosso?
A livello di Università Cattolica e di Seminario teologico, abbiamo organizzato alcune tavole rotonde. Non c’erano folle, ma qualcosa si muove. Rimane aperta la domanda su vescovi e parroci: fanno il loro lavoro? Non so... Spetta innanzitutto a loro leggere il documento e parlarne alla base.

Forse ci sono preoccupazioni più urgenti?
Non vedo cosa ci possa essere di più urgente dei problemi di giustizia, pace e riconciliazione...

I problemi economici, ad esempio, sembrano preoccupare maggiormente i vescovi...
Se ne fossero realmente preoccupati si interesserebbero al prossimo Sinodo. Questa è un’occasione da non perdere per parlare di certe cose come Chiesa. Non vedo cambiamenti significativi in termini di riflessione e di azione sulle questioni economiche e sociali da parte dei vescovi.

Parlando al Consiglio speciale per il Sinodo e davanti ai vescovi, incontrati proprio qui a Yaoundé, il Papa ha spezzato una lancia in favore dei teologi africani, arrivando a formulare l’augurio che «continuassero oggi ad esplorare la profondità del mistero trinitario e il suo significato per la vita quotidiana africana». «Questo secolo
- ha aggiunto il Pontefice - permetterà forse, con la grazia di Dio, la rinascita, nel vostro continente, ma certamente sotto una forma diversa e nuova, della prestigiosa Scuola di Alessandria. Perché non sperare che essa possa fornire agli africani di oggi e alla Chiesa universale grandi teologi e maestri spirituali che potrebbero contribuire alla santificazione degli abitanti di questo continente e della Chiesa intera?». Si tratta di un messaggio forte di grande speranza. Lei come lo interpreta?
Quando vi è stato il primo Sinodo africano nel 1994, c’erano qui alcuni grandi teologi: Jean Marc Ela, Engelbert Mveng, padre Hebga della «scuola di Yaoundé» come si diceva allora. Ora sono tutti morti. Qualcuno diceva che i vescovi non avessero fiducia nei loro teologi. Qualcun altro parlava di Ela e Mveng come di un sociologo e di uno storico. Mi sembra eccessivo: quei due nomi sono citati nei dizionari internazionali di teologia. Spero che questa volta i teologi siano maggiormente coinvolti. In Africa non mancano certo i bravi teologi. Mi auguro che vengano invitati al Sinodo...

Entriamo nel contenuto dell’Instru-mentum Laboris. Da un punto di vista generale, lo giudica un buon documento?
Certamente. Vi ho trovato analisi molto accurate e complete dei problemi che riguardano la giustizia, la pace e la riconciliazione nella Chiesa e nella società africane. E poi ci sono proposte e piste di lavoro per trovare soluzioni e promuovere cambiamenti. E c’è una grande differenza di linguaggio rispetto ai Lineamenta. Quello dell’Instrumentum Laboris è molto semplice, alla portata di tutti.

Il primo Sinodo risale ormai a quindici anni fa. In questo spazio di tempo, quali sono, a suo avviso, i cambiamenti più significativi che hanno riguardato il continente africano e la sua Chiesa?
Un cambiamento importante, a mio parere, è che in questi anni sono state create, in molte diocesi, le Commissioni giustizia e pace. Questo è molto significativo. Anche in molte parrocchie sono state create queste Commissioni, che si occupano dei problemi che dividono le comunità, come le questioni dei terreni, che sono all’origine di grandi conflitti, oppure diatribe familiari. Credo che si debba sottolineare questa cosa che va nel senso del tema del prossimo Sinodo.
Il concetto di Chiesa-famiglia di Dio era al centro del primo Sinodo.

Sembrerebbe che nell’Instrumentum Laboris questo tema sia acquisito ed ora si parli d’altro. In che senso questo tema della Chiesa come famiglia è ancora attuale? E in che modo questa immagine di Chiesa può favorire l’avverarsi della giustizia, della pace e della riconciliazione?
Io non ho avuto l’impressione che nell’Instrumentum Laboris questo tema della Chiesa-famiglia di Dio sia messo alle spalle. Si cita in modo ricorrente Ecclesia in Africa e il tema della Chiesa-famiglia non è assolutamente abbandonato. Piuttosto è la Chiesa-famiglia il soggetto che deve operare e avverare il tema del prossimo Sinodo. La Chiesa-famiglia è la Chiesa della solidarietà, della fraternità, e al di là delle etnie e dei problemi che vi sono connessi e che non possiamo ignorare, la Chiesa resta una famiglia. E dunque fraternità, unità e riconciliazione.

A quindici anni di distanza, quali sono i progressi e quali le difficoltà che si incontrano ancora oggi a vivere la Chiesa come famiglia?
Sul piano pastorale penso che le comunità ecclesiali di base possano aiutare ad andare in questa direzione nell’attuazione di una Chiesa- famiglia. Le parrocchie, non soltanto in Africa, rischiano di essere anonime. Dopo la Messa della domenica, ognuno va per la sua strada, e in questo senso dispiace che non ci sia stato un grande progresso nella valorizzazione delle comunità ecclesiali di base. Non è certo una soluzione magica, ma penso che sarebbe una possibilità reale per far diventare l’esperienza della comunità qualcosa di concreto e di importante, affinché la gente possa conoscersi meglio e le persone arrivino a farsi carico le une delle altre. Per esempio, a una donna anziana cui mancasse l’acqua, gliela si porta; davanti a un vecchio che non avesse più una casa, ci si metterebbe assieme per riparare la sua capanna. Cose molto semplici e precise. Purtroppo nelle parrocchie oggi ci si dà da fare solo per avere la presidenza della corale, del consiglio parrocchiale e così via...

Accanto a queste lotte per un piccolo potere c’è anche il pericolo di un certo spiritualismo nella Chiesa cattolica, mutuato da un clima pentecostale in cui la fede si riduce a «io e il mio Dio», lasciando perdere tutta la dimensione sociale del cristianesimo. Che ne pensa?
È un problema molto importante. E mi dispiace che sia nei Lineamenta sia nell’Instrumentum Laboris non si parli delle Chiese pentecostali. Eppure i testi preparatori del primo Sinodo raccomandavano un dialogo con queste Chiese indipendenti africane. L’esortazione post-sinodale Ecclesia in Africa non aveva ritenuto importante tornare sulla questione. Purtroppo anche nell’attuale testo riscontriamo la stessa lacuna. Ma le Chiese pentecostali africane e le Chiese indipendenti in generale pongono un serio problema di cristologia. Gesù è proposto come un grande taumaturgo, che fa miracoli, mentre il fedele aspetta passivamente di prosperare nella vita. Questo è un problema grave. Occorre tornare al Vangelo e guardare all’impegno personale di Gesù per l’avvento del Regno di Dio. Alla fine, ciò che è in gioco risponde alla domanda di fondo su cos’è il cristianesimo. Se ci si accontenta unicamente di pregare, cosa diviene la sequela di Gesù nella ricerca del Regno di Dio e della sua giustizia?

Per tornare al tema del dialogo, che ne è di questa dimensione con le religioni tradizionali africane? È possibile un dialogo e quale?
In quanto storico delle religioni io ho sempre contestato l’espressione «religione tradizionale africana». Ve ne sono in effetti molte, che tra di loro presentano delle somiglianze, d’accordo. E aggiungo che nella situazione attuale è difficile entrare in dialogo con loro perché… non si trovano più le religioni africane allo stato originario. È possibile trovare degli elementi di queste religioni nelle Chiese indipendenti africane e nei movimenti pentecostali. Ecco perché occorre entrare in dialogo con loro. Purtroppo però non si dice nulla di questo.

E con l’islam? È possibile un percorso comune in vista della giustizia, della pace e della riconciliazione?
Certamente. Credo si possa e si debba fare questo percorso insieme. Noi, qui in Camerun, abbiamo la fortuna di avere un islam che vive in pace con i cristiani, anche se si vede sempre di più la penetrazione di movimenti islamici che vengono dalla Nigeria, dal Sudan o dal Nordafrica, che si infiltrano. Ma in generale non abbiamo conflitti. 
Leggendo seriamente il Corano e il Vangelo, si può constatare che tante cose si possono fare insieme e che alcune preoccupazioni sono comuni, come i temi della povertà e della giustizia, ad esempio.

Una critica che viene spesso rivolta alla Chiesa africana è il legame che a volte instaura con i centri di potere. E questo legame avviene per due ragioni: la prima, una certa sottomissione quasi naturale al ruolo del capo; l’altra, la ricerca di beni finanziari, che toglierebbe alla Chiesa la libertà di essere autenticamente profetica. Condivide questa analisi?
Non è del tutto falsa. Ci sono vescovi che prendono chiaramente le distanze dal potere politico. Qui in Camerun, il cardinal Tumi è divenuto celebre per questo. Ma occorre dire che, in termini generali, un gran numero di capi spirituali, non solo della Chiesa cattolica, ha legami molto ambigui con il potere. E questo non corrisponde al discorso che viene tenuto da questi leader spirituali sulla giustizia, la pace e la riconciliazione. Ciò annulla la portata di molto lavoro pastorale, evidentemente. Se accade che dopo la pubblicazione di un documento, magari da parte di una Conferenza episcopale, si va ad incontrare il tal presidente o il tal ministro, quel documento avrà un impatto molto più ridimensionato. La questione economica non è un problema a parte. Ci sono molti soldi che girano. Si chiedono fondi per le opere di Chiesa e si celebrano persino Messe private per denaro, in casa di persone che con la Chiesa non avrebbero nulla a che vedere...

La tradizione africana può portare un contributo specifico sul tema della riconciliazione come ricchezza di simboli e contenuto?
Dalla tradizione africana si possono prendere tante cose. Jean Marc Ela, nel suo libro Ripensare la teologia africana, abbordava il tema dell’«africanizzazione» del sacramento della riconciliazione. Certamente bisogna stare attenti a non cadere nel folclore. La confessione auricolare, ad esempio - cosa cui non sono assolutamente contrario - è importante quando vi sono cose estremamente gravi, anche perché sottolinea l’aspetto di cammino personale di conversione. Ma nello stesso tempo può dare l’impressione che la salvezza è una questione tra la mia anima e il mio Dio. Se si potesse sviluppare la celebrazione comunitaria della penitenza e della riconciliazione, molte cose potrebbero cambiare. Sul piano politico, poi, vi sono state alcune conferenze nazionali, come in Centrafrica ultimamente, che si ispirano alla tradizione africana.

Che cosa spera da questo Sinodo?
Innanzitutto ribadisco che l’Instrumentum Laboris è un buon documento. Vi ho ritrovato i nostri problemi essenziali. Ben analizzati, con delle piste di soluzione. Mi auguro che i vescovi, con l’aiuto di teologi africani, sociologi, economisti, propongano piste di lavoro e schemi di azione, affinché si possano cambiare le situazioni che il nostro continente conosce. Nell’Instrumentum Laboris si dice che non vi è stato molto seguito alle elaborazioni fatte e alle decisioni prese. E che Ecclesia in Africa ha giustamente sofferto di questa mancanza. Sono d’accordo con questa analisi. Mi auguro che si prendano dunque delle decisioni e che si stia ben attenti alla loro realizzazione. Che il Sinodo, dunque, abbia un seguito reale e concreto.

 

translation from the italian language by Elena Dini



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