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Social network come Facebook o Twitter si prestano, in determinati contesti, ad essere utilizzati del potere per la costruzione o il rafforzamanto del consenso. Un caso rilevante di strumentalizzazione delle comunità virtuali si è verificato nella Colombia di Alvaro Uribe, dove Facebook è un’autentica mania nazionale tra i giovani e le persone di mezza età. Fino a qualche tempo fa, il Paese sudamericano era addirittura al terzo posto al mondo per iscritti a Facebook. Il profilo medio dell’utente colombiano di social network è abbastanza definito: classe sociale medio-alta, buon livello di istruzione, nazionalista e soprattutto pro-Uribe. Voci fuori dal coro o posizioni più sfumate o articolate sono in minoranza. Perché non sfruttare questo potenziale per consolidare il consenso del governo ed esibirlo a tutto il mondo?
Questa idea deve essere passata per la testa di qualcuno nell’amministrazione Uribe, notoriamente molto attenta agli aspetti mediatici. Fatto sta che Facebook e Twitter sono diventati il trampolino di lancio per due megamanifestazioni di piazza contro i principali nemici del governo: la marcia contro le Farc tenutasi il 4 febbraio del 2008 e quella contro Hugo Chávez prevista per il 4 settembre.
La marcia contro le Farc, il cui slogan principale era «No al sequestro! No al terrorismo! No alle FARC!», si è svolta in contemporanea a Bogotá e in altre città della Colombia e del mondo, con una partecipazione popolare elevatissima: un milione di persone solo nelle strade della capitale colombiana e tra i 3 e i 10 milioni in totale. Un successo analogo è previsto per la marcia contro il presidente venezuelano, dallo slogan «No más Chávez» («Basta Chávez), il cui obiettivo dichiarato è mobilitare i colombiani contro i tentativi venezuelani di esportare la rivoluzione bolivariana.
La vulgata, ampiamente diffusa da giornali, radio e televisioni nazionali, vuole che l’idea di queste manifestazioni nasca autonomamente dal basso, per iniziativa di bloggers e internauti anonimi. Esse sarebbero quindi un’espressione spontanea dei sentimenti politici della popolazione. Ma pur ammettendo che l’idea nasca realmente «dal basso» - cosa possibilissima, dato che la maggior parte dei colombiani è indiscutiblimente dalla parte di Uribe - va rilevato che simili livelli di mobilitazione sarebbero impossibili da raggiungere senza che i media mainstream, quasi tutti controllati dal governo o quantomento compiacenti, rilancino a tamburo battente la notizia delle manifestazioni in programma, facendo così da cassa di risonanza per iniziative che altrimenti avrebbero certamente effetti meno contundenti.
Così è accaduto per la marcia contro le Farc e così sta accadendo per la marcia contro Chávez (anche se in maniera meno plateale, per le evidenti implicazioni politiche internazionali che un simile atto potrebbe avere, il che fa sospettare la possibilità di un successo minore). Lo zampino del governo c’è stato e c’è in queste manifestazioni, almeno su due piani: nel far lievitare ad arte le notizie e nel tentare di fare apparire come un plebiscito spontaneo pro-Uribe qualcosa che, in realtà, del tutto spontaneo non è. E il sospetto che queste manifestazioni siano «telecomandate» dal governo cresce se si considera il momento in cui esse sono state organizzate. La marcia contro le Farc è stata lanciata in un momento in cui la politica guerrafondaia di Uribe era stata messa in discussione dai tentativi di raggiungere un accordo umanitario, con la mediazione di Hugo Chávez e di esponenti del Polo democratico colombiano, per la liberazione dei sequestrati nelle mani delle Farc.
E quella contro Chávez ha luogo proprio in un momento in cui Uribe (cui un referendum appena approvato permetterà di lanciarsi per un terzo mandato presidenziale) appare isolato politicamante in ambito latinoamericano per avere concesso agli Usa la possibilità di utilizzare sette basi militari colombiane per la lotta contro il narcotraffico e il terrorismo. In entrambe i casi emerge il bisogno di Uribe di rilegittimare con forza sé stesso e la propria politica agli occhi dell’opinione pubblica nazionale e internazionale, senza lasciare nessuno spazio a visioni più moderate o a soluzioni politiche alternative. Il messaggio è chiaro: l’asse Farc-Chávez è il male, Uribe è l’unica risposta.