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Da Roma a Milano i nuovi fedeli hanno un ruolo sempre più attivo nelle comunità: sono catechisti, operatori Caritas, membri dei consigli pastorali. Ma integrazione, a volte, fa rima con assimilazione


Vanno al catechismo, fanno i chierichetti e frequentano l'oratorio, mentre i loro genitori sono attivi in consiglio pastorale, nei servizi della Caritas o nel coro parrocchiale. Si tratta di «normali» famiglie impegnate nella comunità cattolica, con una particolarità: vengono da lontano.
Gli immigrati - oggi al centro di polemiche politiche particolarmente intense - sono anche i nuovi fedeli, spesso i più entusiasti, di tantissime parrocchie italiane. Dal Nord al Sud del Paese, la tendenza è confermata un po' dappertutto: peruviani o filippini, polacchi o indiani sono sempre più presenti all'interno delle comunità cattoliche. E non più soltanto come fruitori di servizi, ma come protagonisti della vita della Chiesa. La rilevanza di questa nuova realtà è evidente già dai numeri, che mostrano come in Italia la presenza di immigrati cristiani sia in forte crescita: da un milione e ottocentomila circa del 2006 si è passati l'anno dopo, secondo il Rapporto Caritas/Migrantes 2008, a quasi due milioni e centomila: il 52,7 per cento del totale (mentre i musulmani sono il 31,4 per cento). Di questi, 775 mila sono cattolici. E - sembrerebbe - non restano più chiusi nelle cappellanie.
«Spesso si pensa che gli stranieri vadano in parrocchia solo per chiedere aiuto, mentre abbiamo scoperto che in molti casi sono catechisti e animatori della liturgia, operatori dei centri di ascolto e consiglieri pastorali», racconta Alberto Cola¬iacono della Caritas romana che, insieme all'ufficio Migrantes, ha curato una recente indagine sulle «abitudini pastorali degli immigrati nelle parrocchie della Diocesi». Dai questionari, compilati in 124 comunità romane, è emerso che in nove parrocchie su dieci i fedeli di origine straniera partecipano alle attività pastorali. A cominciare dai più piccoli, se è vero che nel 73 per cento dei casi bambini e ragazzi di famiglie immigrate frequentano il catechismo.
«Sono proprio i figli la molla principale che fa passare le famiglie dalle comunità etniche alle parrocchie. In alcuni casi - nota Colaiacono - i ragazzini stranieri arrivano a costituire addirittura la metà della classi del catechismo». Ma anche gli adulti sono protagonisti della vita parrocchiale: come membri delle corali (nell'11 per cento dei casi), catechisti (9 per cento), operatori Caritas (8 per cento), esponenti di movimenti, come i Neocatecumenali o il Rinno¬vamento nello Spirito (13 per cento). In una parrocchia su cinque, inoltre, laici immigrati fanno parte del consiglio pastorale.
Ma quanto sono accoglienti le comunità nei confronti di questa nuova linfa per la Chiesa locale? «Se da una parte le parrocchie non sono immuni dal clima di diffidenza che regna in tutti i contesti sociali, è anche vero che, quando l'immigrato siede negli stessi banchi in chiesa, la paura e il sospetto scompaiono», spiega ancora Colaiacono. La presenza di fedeli immigrati all'oratorio o alla catechesi, insomma, facilita la conoscenza diretta e così l'integrazione. Senza contare la ricchezza pastorale rappresentata dall'incontro con tradizioni e liturgie diverse. In questo senso - nota il dossier Caritas 2008 - «i migranti sono una risorsa, sia per quanto portano, sia perché con la loro presenza stimolano la Chiesa a rinverdire la propria natura universale e cattolica».
Eppure, non sempre l'accoglienza dei nuovi fedeli all'interno delle comunità cristiane denota un'attenzione reale alle origini culturali di queste persone. «Quando parliamo di singoli, l'integrazione si traduce quasi in assimilazione», ammette Colaiacono. Che spiega come invece a livello di intere comunità etniche sia più facile portare in dote tradizioni, sensibilità e carismi propri: «Nelle parrocchie, i gruppi di stranieri sono spesso protagonisti di alcune iniziative particolari, come la giornata missionaria, le feste dei popoli, le celebrazioni legate a festività tipiche di altri Paesi, nel contesto delle quali possono esprimere tutta la ricchezza delle proprie origini».

LE COMUNITÀ ETNICHE, che in Italia fanno riferimento a settecento tra cappellanie e centri pastorali informali, dimostrano in effetti un protagonismo che va ben oltre l'incontro in nome della comune provenienza, per aprirsi a una dimensione di Chiesa universale. A Milano, dove i cittadini immigrati rappresentano quasi il nove per cento della popolazione, le comunità cattoliche «a colori» sono oltre trenta, e molto attive. All'esempio più noto, quello della hermandad peruviana del Señor de los Milagros, se ne aggiungono molti altri, a volte meno visibili ma significativi. Per esempio all'interno della comunità filippina, quella numericamente più consistente con i suoi circa 45 mila membri. Il gruppo di filippini che fa riferimento alla chiesa di Santa Maria della Consolazione in zona Cairoli, intitolato al veneratissimo Santo Niño de Cebu, come gesto di carità concreta ha deciso di attivare una serie di adozioni a distanza: tra i bambini sostenuti (anche attraverso i missionari del Pime) non ci sono solo filippini ma peruviani e camerunesi. Perché la fratellanza con chi ha bisogno non ha confini etnici.
Resta il fatto che, nella diocesi ambrosiana, la vita delle parrocchie e quella delle cappellanie spesso corrono ancora su binari paralleli, senza incontrarsi veramente, salvo in alcune occasioni straordinarie. Ad avvicinare questi due mondi, sempre più sono destinati ad essere i fedeli più giovani: non a caso la diocesi ha messo al centro, anche con un'indagine ad hoc, la riflessione sulle seconde generazioni. «Penso che la presenza delle diversità, in questo momento difficile per l'oratorio, sia l'opportunità storica di dare a una nostra istituzione locale, tanto preziosa, una dimensione più globale», spiega don Giancarlo Quadri, responsabile diocesano della pastorale dei migranti.

PUNTO DI INCONTRO per eccellenza con la vita quotidiana della Chiesa locale sono i Sacramenti, con i relativi percorsi di preparazione: il catechismo e - man mano che i giovani di seconda generazione crescono - i corsi per fidanzati. La già citata indagine romana rivelava che nel 62 per cento delle parrocchie coppie di fidanzati stranieri frequentano corsi di preparazione al matrimonio.
Fiori d'arancio multietnici hanno colorato lo scorso giugno anche Treviso. In questa città che, con il 10,1 per cento di cittadini stranieri, è la prima nel Veneto e la quarta in Italia per presenza immigrata, il vescovo monsignor Mazzocato ha unito in matrimonio, in Duomo, due coppie di giovani cinesi. Si è trattato - spiega la diocesi - del primo caso del genere in Italia. Significa che, in questo angolo di Nordest dove la parola «migranti» fa spesso rima con «forza lavoro», i nuovi cittadini cominciano anche ad essere membri a tutti gli effetti della comunità cristiana locale?
Secondo don Bruno Baratto, vicedirettore dell'ufficio per la Pastorale delle migrazioni della Diocesi di Treviso, è presto per parlare di protagonismo degli immigrati nella Chiesa. «Diciamo che stiamo camminando in quella direzione», esordisce. «In questi anni c'è stato un impegno molto importante per formare sacerdoti stranieri che seguissero alcune comunità riunite secondo la nazionalità o la lingua: oggi questi preti, inseriti in diverse parrocchie della diocesi, sono una dozzina». In parallelo, cresce la consapevolezza nella riflessione pastorale: «Un paio d'anni fa il vescovo ha costituito una commissione permanente che comprendesse tutte le realtà impegnate nel campo dei migranti», continua don Bruno. «Il primo frutto di questa commissione è stata l'esortazione pastorale consegnata poche settimane fa alla diocesi, e che definisce la presenza dei fedeli stranieri un "segno dei tempi" che sta cambiando il panorama sociale, culturale e religioso del nostro territorio».
L'inserimento dei cattolici stranieri nei percorsi delle comunità, comunque, rientra in un orientamento perseguito già da qualche tempo: «A fianco delle celebrazioni dedicate alle comunità etniche o linguistiche, per esempio, questi gruppi cominciano ad animare anche le Messe ordinarie delle parrocchie». Certo, secondo don Bruno, «non sarà un percorso facile né breve, e per compierlo non basteranno le dichiarazioni di principio: elementi chiave per determinarne l'esito sarà il ruolo delle donne e della seconda generazione, visto che circa il 60 per cento dei minori stranieri a Treviso sono nati in Italia». Resta da capire se questi ragazzi potranno un giorno sentirsi non solo italiani, ma anche fedeli doc


Numeri
2.100.000 immigrati cristiani in Italia (il 52,7 per cento del totale)
775 mila: i cattolici provenienti dal Sud del mondo
700 comunità etniche cattoliche in Italia
31,4 %: percentuale di migranti di origine musulmana
73 %: percentuale dei bambini di famiglie immigrate che frequentano il catechismo nella diocesi di Roma

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