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Avviso ai naviganti: diffidate da tutti quelli che stanno già riassumendo i contenuti della Caritas in veritate, la tanto attesa enciclica sociale di Benedetto XVI, in poche battute sui temi caldi del momento. Come ogni documento del magistero - ma forse in questo caso anche di più - questo nuovo punto di riferimento per il pensiero cattolico sulle questioni sociali è un testo molto articolato. E dunque vale la pena di leggerlo per intero, non fermarsi a riassunti in cui ciascuno, alla fine, trova sempre ciò che vuole.
Detto questo, però - davanti a un documento di 127 pagine - il nostro compito di giornalisti attenti al mondo e alla missione è comunque quello di offrire qualche chiave di lettura. È in questo senso - allora - che proviamo a proporre a caldo qualche risonanza dopo una prima lettura di questa enciclica.
Il primo pensiero sulla Caritas in veritate è l’enciclica della globalizzazione. Non è ovviamente la prima volta che il magistero affronta questo grande tema. La differenza - però - è che questa volta l’interdipendenza tra i popoli è il filo rosso che guida tutto il ragionamento. E il Papa dice con forza che non possiamo restringere questo grande paradigma culturale al solo orizzonte economico. Si spiega così il ricorrere nel testo di Benedetto XVI di un’altra espressione: legge morale naturale. Non si governano gli squilibri della globalizzazione economica - dice Ratzinger - se non si riparte dalla globalizzazione della verità sull’uomo, cioè dal ritrovare quell’ordine inscritto nel mondo dal Creatore che ci permette di dire che qualcosa è bene e qualcosa è male. Senza di questo - e al numero 40 il Papa lo scrive con estrema chiarezza - ogni discorso sull’«etica» e sulle «regole» diventa un puro esercizio retorico.
È l’enciclica della globalizzazione - inoltre - nel senso che Caritas in veritate contiene un richiamo forte ai cristiani a riappropriarsi di questa categoria. A riscoprire quell’universalità che fa parte del nostro dna di cattolici. C’è un passaggio molto interessante: nel paragrafo conclusivo del capitolo terzo il Papa scrive che - per essere sospinta davvero verso «traguardi di umanizzazione solidale» - la globalizzazione va colta anche in tutte le sue dimensioni «compresa quella teologica». Si è parlato tanto in anni recenti della teologia della liberazione. Oggi - sembra dire Benedetto XVI - abbiamo bisogno anche di una «teologia della globalizzazione»; una riflessione che ci aiuti a guardare a questa nuova interdipendenza che tutti sperimentiamo non come un accidente della storia, ma come a un volto del disegno di Dio sul mondo.
L’enciclica della globalizzazione non nasce prò dal nulla. Come è precisato fin dalle prime battute Caritas in veritate si ricollega ai passi precedenti del magistero sociale della Chiesa. Ma ha soprattutto un grande punto di riferimento: l’enciclica Populorum progressio di Paolo VI. Benedetto XVI utilizza un espressione molto forte: al numero 8 scrive che «la Populorum progressio merita di essere considerata come la Rerum novarum dell’epoca contemporanea». È un’affermazione da prendere in tutto il suo spessore: il Papa sta dicendo che l’attenzione allo sviluppo, intorno a cui ruotava tutta l’enciclica di Paolo VI, non è una concessione fatta allora al clima post-conciliare; e per il cristiano non è nemmeno un’attenzione accanto a tutte le altre; si tratta - piuttosto - del criterio fondamentale che deve orientare lo sguardo sull’intera dimensione sociale. Certo: si tratta anche di capire bene che cos’è davvero lo sviluppo nel magistero sociale della Chiesa. E non a caso Benedetto XVI dedica l’intero capitolo primo dell’enciclica a una rilettura dei temi della Populorum progressio che è anche un bilancio niente affatto tenero. Invita – ad esempio - a leggere l'enciclica sociale insieme a due altre pagine del magistero di Paolo VI come l’Humanae Vitae (l’enciclica in cui si affronta il tema della sessualità e della procreazione responsabile) e l’Evangelii Nuntiandi (l’esortazione apostolica sull’annuncio del Vangelo, perché lo sviluppo integrale della persona è inseparabile dalla dimensione spirituale). Però il Papa riprende anche con altrettanta chiarezza l’urgenza del tema della giustizia nei rapporti internazionali: «La carità - scrive al numero 6 - eccede la giustizia, perché amare è donare, offrire del “mio” all’altro; ma non è mai senza la giustizia, la quale induce a dare all’altro ciò che è “suo”, ciò che gli spetta in ragione del suo essere e del suo operare. Non posso “donare” all’altro del mio, senza avergli dato in primo luogo ciò che gli compete secondo giustizia». Sono parole che - di fronte agli squilibri tuttora presenti nel mondo di oggi – ci chiamano tutti a un profondo esame di coscienza.
È dentro queste coordinate che va letto tutto il resto: le riflessioni sulla crisi finanziaria, la lunga parte dedicata al tema dell’ambiente (i numeri dal 48 al 52 potrebbero tranquillamente essere un documento a sé con idee anche innovative per il magistero, come l’accento sulla necessità di una redistribuzione planetaria delle risorse energetiche; invece è importante che l’enciclica sia una sola e mostri così che non si può scindere tra loro oggi pace, ambiente e sviluppo); il diritto a un lavoro «decente»; le questioni bioetiche; il richiamo ai rischi che porta con sé un approccio tecnicistico a questioni come la cooperazione internazionale o la salvaguardia della pace. Tutti aspetti su cui varrà la pena di tornare con calma.
Per ora accontentiamoci di questo sguardo - appunto – globale. Forse è proprio questa la lezione più difficile che Caritas in veritate ci chiama ad imparare.