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Lo abbiamo già denunciato altre volte: nei ragionamenti sulla crisi finanziaria globale, nessuno si occupa più della crisi alimentare. Eppure in questi giorni ci sarebbe più di un motivo per preoccuparsi. Sono, infatti, ricominciate le grandi manovre sul prezzo del grano. Dopo aver toccato nel giugno 2008 il picco dei 7,62 dollari per bushel (l’unità di misura delle granaglie), nei mesi scorsi alla borsa di Chicago (punto di riferimento per i prezzi in tutto il mondo) le quotazioni erano crollate; a dicembre si era arrivati a sfiorare il minimo di 3 dollari. Poi, però, da marzo il prezzo del grano è ricominciato a salire: adesso siamo a quota 4,34 dollari. Ma in questi giorni diversi analisti hanno spiegato che potremmo essere solo all’inizio. Market Watch, il sito di previsioni finanziarie del Wall Street Journal, ha azzardato addirittura una cifra: nell’arco di qualche mese il prezzo del grano potrebbe salire ancora del 40 per cento e raggiungere un nuovo picco intorno ai 6 dollari. Nell’articolo (clicca qui per leggerlo in inglese) l’analista di Morgan Stanley Hussein Allidina indica anche una data per questo picco, il luglio 2010.
Perché il prezzo del grano torna a salire? Perché la domanda rimane alta, ma l’offerta oggi è molto esposta alle condizioni climatiche. Così è bastata una stagione di raccolti scarsi in America Latina e un’ondata di maltempo a metà maggio nel MidWest degli Stati Uniti (cioè pioggia nel periodo della semina nel più grande granaio del mondo) per riportare in fibrillazione i mercati. A questo aggiungiamo il recupero di queste ultime settimane del prezzo del petrolio, a cui anche le quotazioni agricole sono legate: a questo punto le previsioni al rialzo per il grano sono presto fatte. Un’analisi molto simile a quella di Market Watch, del resto, la si ritrova anche sul sito della Reuters, altra agenzia di informazione molto autorevole nelle analisi di mercato. Che aggiunge, però, un ulteriore elemento di preoccupazione: osserva, infatti, che mentre nei Paesi ricchi la recessione in questi mesi ha fatto scendere i prezzi dei generi alimentari, nei Paesi poveri sono rimasti alti. E quindi un nuovo picco - anche di proporzioni inferiori a quello dell’estate 2008 - potrebbe avere conseguenze devastanti nel Sud del mondo (clicca qui per leggere l’articolo della Reuters).
Nella finanza - si sa - le analisi di mercato sono una scienza tutt’altro che esatta. E va anche aggiunto che in questi ultimi giorni le condizioni meteorologiche nel MidWest sono migliorate e quindi gli agricoltori stanno cercando di salvare il salvabile. Detto questo, però, che cosa sta già succedendo sui siti di finanza un po’ più spregiudicati, quelli - per intenderci - che suggeriscono gli investimenti sicuri a rendimento stratosferico? È già partito il tam tam: oggi che sui mercati non rende più praticamente nulla, bisogna investire sul grano. Prendiamo ad esempio il sito inglese Market Oracle: «Possiamo paragonare - scrive - l’agricoltura di oggi al petrolio del periodo 2001-2002: per gli investitori il tempo stringe. Sappiamo tutti quello che è successo per il petrolio, che è passato da una quotazione sotto i 30 dollari di allora al picco dei 143 dollari al barile. Gli investitori hanno fatto profitti dell’ordine delle centinaia di punti percentuali - alcuni anche migliaia. Quello, però, che molti hanno dimenticato è che il prezzo del petrolio del 2000 si era dimezzato raggiungendo il minimo nel 2001, prima della grande corsa. La stessa situazione esiste oggi in agricoltura: la maggior parte delle quotazioni sono intorno alla metà del valore massimo raggiunto nel giugno 2008. Questa è la pausa prima della ripresa. Perché all’orizzonte ci sono tutte le condizioni che l’anno scorso portarono al picco» (clicca qui per leggere l’intera analisi in inglese).
Mettiamo, dunque, che io sia un gestore di un fondo di investimento e che mi fidi di queste analisi. Che cosa posso fare per cogliere al volo questa opportunità di rendimenti ben al di sopra di qualsiasi strumento finanziario oggi in circolazione? È molto semplice: basta andare a comprare alla borsa di Chicago dei future sul grano, cioè quei contratti in cui fisso oggi il prezzo con cui acquisterò il grano domani. So anche quale future devo scegliere: quello che scade nel luglio 2010, perché dopo - dicono gli analisti - i prezzi potrebbero scendere di nuovo. Dunque se compro questa opzione finanziaria al prezzo di oggi e la tengo lì qualche mese, domani potrò rivenderla a un prezzo molto più alto. Anche se a me - in realtà - del grano non interessa proprio niente. I future della borsa di Chicago dovrebbero servire come garanzia per agricoltori e operatori dell’industria alimentare, proprio per tutelarsi rispetto a sbalzi di prezzo dovuti all’andamento dei raccolti. Ma il problema è che - a partire dagli anni Novanta - questi prodotti finanziari negli Stati Uniti sono stati liberalizzati. E così anche i fondi di investimento possono comprare e vendere questi future quanto vogliono. Anche senza possedere un solo campo seminato o una sola azienda agroalimentare.
La liberalizzazione totale di questo settore del mercato finanziario americano è giunta con il Commodity Futures Modernization Act, varato dal Congresso il 14 dicembre 2000, cioè nell’interregno tra l’era Clinton e l’era Bush. Da allora i fondi di investimento sono entrati in massa nel mercato dei future agricoli. E si è cominciato a parlare di speculazione. Perché, se nel gioco della domanda e dell’offerta, entrano soggetti il cui unico interesse è ricavarci denaro a breve è evidente che i parametri ne escono falsati. Dunque se si innescasse di nuovo una spirale speculativa di qui a un anno gli effetti del calo nei raccolti potrebbero essere pesantemente amplificati.
Ma è solo colpa degli «speculatori cattivi»? E non si potrebbe fare qualcosa per arginare tutto questo?
Qualcuno una proposta in realtà l’ha lanciata. Lo scorso 24 marzo lo U.S. Working Group on the Food Crisis - un cartello di ong americane e internazionali (clicca qui per accedere al loro sito) - ha inviato questa lettera aperta al presidente Obama in cui viene avanzata una richiesta molto precisa: intervenire rapidamente sul Commodity Futures Modernization Act per tornare a porre delle regole al mercato dei future sui generi alimentari e sull’energia. Ad esempio - spiegava qualche giorno fa nell’incontro sulla crisi che abbiamo tenuto qui al Pime di Milano l’economista Loretta Napoleoni (clicca qui per leggere la notizia) – si potrebbe tornare a vendere un future su una certa quantità di grano solo a chi è in grado di dimostrare che poi avrebbe anche un posto dove immagazzinarlo. È una battaglia non impossibile: il 13 maggio lo stesso segretario al Tesoro americano Tim Geithner ha infatti annunciato che l’amministrazione Obama intende davvero modificare il Commodity Futures Modernization Act. Si tratterà, però, di vedere quanto le modifiche toccheranno questi aspetti del provvedimento e non - invece - solo i problemi legati ai derivati sui mutui, che hanno messo in ginocchio l’America. E comunque nel gioco della finanza globale occorrerà che anche le altre principali borse mondiali adottino meccanismi coerenti con questo tipo di impostazione.
Sono le famose regole di cui tutti parlano da mesi. Ma ancora non si vedono. Intanto, però, i guru della finanza possono continuare a parlare del grano come del vero petrolio dei prossimi mesi. Con buona pace di tutti i discorsi (astratti) sull’etica da ritrovare nell’economia.