Ore 17,30: davanti al muro (quell'altro)
Alla fine, dopo averlo solo evocato stamattina, al campo profughi di Aida Benedetto XVI l'ha citato eccome il "muro di separazione". E gli «eventi del maggio 1948» (quello che gli arabi chiamano la Nakba, cioè la catastrofe). Ha parlato persino della delicatissima questione dei prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane, altra ferita aperta per tante famiglie di qui (ma anche altro tema che avrà fatto fare un balzo sulla sedia a chi ascoltava dall'altra parte del muro). Confermo l'impressione di stamattina: è un Benedetto XVI assolutamente inedito quello di questo 13 maggio 2009. Un Papa che non ha svicolato uno solo dei nodi politici di questa terra. E ha dato anche indicazioni politiche importanti sul processo di pace.
Sottolineo un passaggio:
L’aiuto umanitario, come quello che viene offerto in questo campo, ha un ruolo essenziale da svolgere, ma la soluzione a lungo termine ad un conflitto come questo non può essere che politica. Nessuno s’attende che i popoli Palestinese e Israeliano vi arrivino da soli. È vitale il sostegno della comunità internazionale. Rinnovo perciò il mio appello a tutte le parti coinvolte perché esercitino la propria influenza in favore di una soluzione giusta e duratura, nel rispetto delle legittime esigenze di tutte le parti e riconoscendo il loro diritto di vivere in pace e con dignità, secondo il diritto internazionale. Allo stesso tempo, tuttavia, gli sforzi diplomatici potranno avere successo soltanto se gli stessi Palestinesi e Israeliani saranno disposti a rompere con il ciclo delle aggressioni. Mi vengono alla mente le splendide parole attribuite a san Francesco: "Dove c’è odio, che io porti amore; dove c’è l’offesa il perdono… dove c’è tenebra, luce, dove c’è tristezza, gioia".
Israeliani e palestinesi non possono trovare da soli la soluzione a questo conflitto. Questa è una parola fortissima di Benedetto XVI. Il problema degli ultimi nove anni è stato proprio questo in Medio Oriente: dopo il fallimento del processo di Oslo nel 2000, tutti hanno evitato di scottarsi le mani con i problemi di questo fazzoletto di terra. «Non si sono messi d'accordo: se la vedano loro». I risultati sono sotto gli occhi di tutti. È vitale il ruolo della comunità internazionale che deve avere il coraggio - come ha fatto oggi il Papa - di dire la verità. Sui siti dei giornali israeliani stanno già commentando che i palestinesi ce l'hanno fatta a portare Benedetto XVI vicino al muro, loro sì che sono stati scaltri. Come se un «oggettino» come quello potesse davvero passare inosservato in una visita a Betlemme...
Infine un'ultima parola sulla tappa al Caritas Baby Hospital: nella preghiera che ha concluso il suo discorso Benedetto XVI ha ricordato che oggi è la festa della Madonna di Fatima. E ha invitato a leggere il messaggio di una speranza oltre ogni dramma, proprio di quelle apparizioni. Una pubblicistica da quattro soldi ci ha abituato all'apocalittica su Fatima e sui suoi segreti. Ma la chiave sta nelle parole della Madonna ai tre pastorelli portoghesi: «Alla fine il mio Cuore Immacolato trionferà». «Che così avvenga! Che l’amore trionfi sull’odio, la solidarietà sulla divisione e la pace su ogni forma di violenza!», ha commentato Benedetto XVI. È un parallelismo forte: forse dovremmo cominciare a mettere anche il dramma del Medio Oriente tra le grandi tragedie del Novecento.
Ore 10,30: la giustizia oltre gli equilibrismi
È iniziata la giornata più impegnativa per Benedetto XVI, quella nella comunità ferita di Betlemme. Prima impressione: intanto si è già visto che l'accoglienza - come per chiunque a Betlemme - è calda. Probabilmente anche i malumori interni alla comunità cattolica palestinese erano stati sovra-dimensionati. Gli arabi cristiani vogliono bene al Papa, lo hanno sentito vicino nei momenti più difficili, e questo sentimento alla fine è più forte di qualsiasi altra cosa.
Ma anche il Papa vuole bene ai cristiani palestinesi. E in questi primi due discorsi ha dato voce con chiarezza alla loro domanda di giustizia. Ha toccato tutti i nodi concreti che rendono difficile la loro vita quotidiana: oltre a ricordare l'appoggio della Santa Sede al desiderio legittimo di uno Stato palestinese che viva in pace e sicurezza accanto a Israele, ha parlato di quanti hanno perso la casa; non ha nominato il muro ma lo ha evocato comunque con chiarezza quando ha espresso la sua speranza che i problemi riguardanti la sicurezza siano alleggeriti in modo che si possa garantire la libertà di movimento («i palestinesi - ha aggiunto -, così come ogni altro popolo, hanno un naturale diritto a sposarsi, a formarsi una famiglia e avere accesso al lavoro, all’educazione e all’assistenza sanitaria»); ha parlato del dramma della gente di Gaza chiedendo di pregare perché «l'embargo sia tolto presto». È stato un Papa senza diplomazia quello di questa mattina: non ha parlato tenendo il bilancino in mano (un colpo al cerchio, un colpo alla botte), ma guardando all'oggettivo bisogno di giustizia.
Adesso diranno che Benedetto XVI si è lasciato strumentalizzare dai palestinesi. Ci sarà polemica sull'inquadratura ripetuta più volte durante la Messa dalla regia televisiva palestinese sulle donne in nero, le mamme degli shaid, i martiri, con le loro fotografie in mano.
Invece il Papa anche a loro ha parlato altrettanto chiaro. Nella cerimonia di accoglienza ha detto ai giovani:
Abbiate il coraggio di resistere ad ogni tentazione che possiate provare di ricorrere ad atti di violenza o di terrorismo. Al contrario, fate in modo che quanto avete sperimentato rinnovi la vostra determinazione a costruire la pace. Fate in modo che ciò vi riempia di un profondo desiderio di offrire un durevole contributo per il futuro della Palestina, così che essa possa avere il suo giusto posto nello scenario del mondo.
E nell'omelia della Messa - proprio mentre qualcuno esaltava la morte - lui ha invitato i cristiani a essere testimoni della potenza della vita:
Al di sopra di tutto, siate testimoni della potenza della vita, della nuova vita donataci dal Cristo risorto, di quella vita che può illuminare e trasformare anche le più oscure e disperate situazioni umane. La vostra terra non ha bisogno soltanto di nuove strutture economiche e politiche, ma in modo più importante – potremmo dire – di una nuova infrastruttura "spirituale", capace di galvanizzare le energie di tutti gli uomini e donne di buona volontà nel servizio dell’educazione, dello sviluppo e della promozione del bene comune. Avete le risorse umane per edificare la cultura della pace e del rispetto reciproco che potranno garantire un futuro migliore per i vostri figli. Questa nobile impresa vi attende. Non abbiate paura!
Battaglie di giustizia, ma anche mezzi giusti per perseguirli. Questa è l'incarnazione che oggi con il Papa siamo tutti chiamati a invocare per Betlemme.