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Nei giorni in cui tutti i grandi media internazionali parlano dell’operazione Fiat-Chrysler e dei possibili accordi tra il Lingotto di Torino e la tedesca Opel, dall’Iraq arriva una notizia di particolare interesse: diversi profughi iracheni, soprattutto cristiani - fuggiti in America per motivi di sicurezza - sono ritornati in patria perché colpiti dalla crisi economica che li ha lasciati senza occupazione. Mentre in Iraq c’è richiesta di manodopera nel settore petrolifero.
«Ci sono famiglie che rientrano dalla Florida, da Detroit e dal Michigan e dalla Svezia perché lì non hanno più lavoro e la vita costa molto. Questi iracheni pensano che in patria possono vivere meglio». Così racconta a missionline.org monsignor Louis Sako, vescovo di Kirkuk, nell’Iraq settentrionale, che testimonia già di «otto famiglie» della sua città già rientrate dall’Occidente proprio perché colpite dalla crisi economica internazionale e rimaste senza lavoro.
«Anche la nostra Chiesa sta aiutando questi iracheni a rientrare in patria, dando servizi, scuole e dispensari. Non serve una zona autonoma per  cristiani dell’Iraq, ma un aiuto concreto a questa gente». Monsignor Sako racconta quello che le famiglie irachene rientrate gli spiegano: «Non possono vivere in Occidente perché, oltre al lavoro, hanno difficoltà a educare i figli, riferiscono che non c’è morale, le famiglie sono divise e rimangono scandalizzati dalla sessualità sfrenata che vedono in giro. Vogliono educare i loro figli in un contesto cristiano. E per questo preferiscono tornare in Iraq».
Sako annota anche che «queste persone, che sono professori o impiegati, possono recuperare in Iraq il loro lavoro che hanno perso in Occidente dal momento che l’industria petrolifera chiede manodopera qualificata».

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