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Un esperto individua le sfide radicali che la Cina lancia alla Chiesa. «Abbiamo molto da ricevere da questi nostri fratelli» Pubblichiamo ampi stralci del capitolo finale de «I nostri fratelli cinesi. Le comunità cattoliche nella Cina contemporanea», in uscita da Qiqajon (pp. 144), a firma di Matteo Nicolini-Zani.

«LA CINA COME SFIDA alla Chiesa»: così si intitolava significativamente un numero del 1979 della rivista internazionale di teologia Concilium. Possiamo dire che sì, la Cina e la sua Chiesa hanno sempre rappresentato una sfida per la Chiesa universale, come testimonia anche l'ormai grande numero di documenti pontifici riguardanti la Cina. Di questo centinaio di discorsi ufficiali (comprendenti encicliche, lettere apostoliche e brevi messaggi occasionali), una trentina sono stati indirizzati da papa Giovanni Paolo II; questo Papa aveva fatto della Cina e della sua Chiesa, infatti, uno dei principali obiettivi del suo pontificato, oltre che l'oggetto quotidiano della sua preghiera.
Questa stessa sollecitudine per il popolo e i cattolici cinesi non è venuta meno con il successore di Giovanni Paolo II. Fin dalla sua elezione nell'aprile 2005, Benedetto XVI ha infatti continuato a seguire direttamente l'evoluzione della situazione della Chiesa in Cina, anche attraverso la convocazione di speciali riunioni di vescovi ed esperti sul tema, per giungere infine a scrivere, due anni dopo, una Lettera apostolica a tutti i membri della Chiesa cattolica nella Repubblica popolare cinese.
Questa attenzione per la Chiesa in Cina e per le sfide che essa pone alla Chiesa universale da parte del futuro Papa era stata già ben espressa nel 1998, quando scrisse: «La vera questione è: può la fede cristiana costituire una risposta duratura, vissuta non soltanto da una minoranza in Cina, ma diventare una forza che plasmi tutta la Cina? Apparirà un giorno un cristianesimo asiatico o cinese, così come apparve un cristianesimo greco e latino, sorto dal suo transito dal giudaismo al paganesimo? O come apparve, nell'epoca tardo antica, un cristianesimo germanico, slavo ed europeo? Le cose durevoli crescono lentamente, tranquillamente e pazientemente, perfino nel mezzo di grandi tormenti. La crescita lenta della Chiesa in Cina, che è nella forma di un seme di senape, è esattamente quel "grande albero" sui cui rami gli uccelli costruiranno i loro nidi... Tutti i passi discreti, tutti quei passi che hanno fatto avanzare lentamente la fede cristiana in Cina non sono stati vani» (prefazione alla traduzione cinese del libro-intervista, dell'allora cardinal Ratzinger, dal titolo Il sale della terra. Cristianesimo e chiesa cattolica nella svolta del millennio).
Possiamo davvero dire che ancora oggi la Cina e la sua Chiesa rappresentano una sfida alla Chiesa universale: per i problemi e le tensioni che vive al suo interno, certo, ma soprattutto per quell'alterità radicale che chiede di essere assunta nella Chiesa di Cristo, chiamata a diventare «casa per tutte le genti». Universalità e insieme pluralità del cristianesimo, che sa accogliere dentro di sé la ricchezza dei popoli e delle culture: questo ciò che la Chiesa fatica spesso a vivere ancor oggi, ma che la realtà cinese costantemente ricorda e pone come sfida urgente. Come scriveva già nel 1930 Alfred Edward Taylor, la Chiesa avrà fallito la sua missione di universalità finché non avrà parlato cinese e assunto la cultura cinese.

LA NECESSITÀ di un vero incontro con la realtà cinese, possibile solo in un clima di fiducia reciproca, è forse la sfida principale che ci sta di fronte: «Si tratta di accettare l'altro e la differenza, senza rinunciare alla propria esistenza: in altre parole, assumere la tensione inerente alla differenza. È allora che può prodursi la scintilla dell'incontro, in cui l'altro è accolto, senza essere ridotto. È un rapporto di questo tipo che bisognerebbe instaurare con la Cina: né un'ignoranza, né un'impossibile assimilazione o riduzione, da un lato o dall'altro, bensì uno stile di comunione che ammetta la differenza. L'importante, per giungere a tanto, è di sottrarsi alla contrazione del timore» (R. Laurentin, Cina e cristianesimo. Al di là delle occasioni mancate, Città Nuova, Roma 1981, p. 46).
POSSIAMO COSÌ applicare alla specifica realtà della Cina ciò che Adolfo Nicolás, preposito generale della Compagnia di Gesù e missionario in Giappone per quarant'anni, ha detto all'indomani della sua elezione riguardo al ruolo dell'Asia per la Chiesa universale: «L'Asia ha tantissimo da offrire alla Chiesa, a tutta la Chiesa, ma non lo abbiamo ancora fatto. Non siamo stati ancora abbastanza coraggiosi e non abbiamo corso i rischi che dovevamo. Però è una sfida che dobbiamo affrontare. Non abbiamo il monopolio, abbiamo da imparare».
Sì, abbiamo molto da imparare da questi nostri fratelli cinesi, «il cui coraggio nella testimonianza della fede dovrebbe essere fonte di invidia per noi», come ha scritto l'abate primate dei benedettini Notker Wolf, molto impegnato, sia personalmente che come congregazione di appartenenza, nella cooperazione con la Chiesa in Cina.
E noi qui oggi, come comunità cristiane in Italia, che fare, come aiutare i nostri fratelli della Chiesa cinese? Innanzi tutto credo che dovremmo conoscere un po' di più la loro straordinaria storia di testimonianza a Gesù Cristo offerta negli anni della persecuzione. Il loro martirio e la loro cristallina testimonianza di fede è stata raccontata anche in alcune - purtroppo non molte - pubblicazioni italiane degli ultimi decenni. Ma è l'oggi della Chiesa cinese che dovrebbe essere un po' di più sotto i nostri occhi e nei nostri cuori, dal momento che «si tratta di fratelli e sorelle... che vivono della [nostra] medesima fede, che sono allo stesso nostro titolo membra del corpo di Cristo: questo solo basta ampiamente a suscitare il nostro interesse per la loro storia, per il modo con cui essi esprimono e manifestano il loro attaccamento alla persona del Salvatore» (É. Ducornet, La Chiesa e la Cina, Jaca Book, Milano 2008, p. 8).
Dovremmo poi imparare a parlare un linguaggio di riconciliazione e di unità, anche se sappiamo che è più facile per noi parlare quel linguaggio piuttosto che per i cattolici cinesi realizzare la riconciliazione. Nello spirito dell'evangelo dobbiamo incoraggiare l'unità che supera le divisioni del passato, sforzandoci di ascoltare e dialogare con tutti. In questo senso, anche un'aggiornata informazione sugli eventi e sull'evoluzione della situazione della Chiesa cinese è un grande e prezioso segnale di sollecitudine per i nostri fratelli in Cina.
Come singoli e come comunità parrocchiali, dovremmo inoltre sostenere le attività pastorali delle comunità cattoliche cinesi nel nostro Paese, che negli ultimi anni stanno lentamente organizzandosi, ma che ancora attendono la nostra sollecitudine. Come comunità monastiche e religiose dovremmo, infine, praticare l'ospitalità e predisporre un clima di accoglienza verso questi nostri fratelli nella fede e nella vocazione che si trovano in Italia, anche facilitando iniziative di conoscenza reciproca.
Tra Chiesa cinese e Chiese fuori della Cina, ovvero le diverse Chiese locali che costituiscono la Chiesa universale, dovrebbe insomma realizzarsi maggiormente quello che il vescovo coadiutore di Hong Kong, John Tong, ha definito un «traffico a due sensi», ovvero un duplice, reciproco scambio di doni: «[Un tempo] ero solito chiedermi: "Che cosa possiamo fare per la Chiesa in Cina?". Progressivamente mi sono reso conto che la nostra sollecitudine per la Chiesa in Cina dovrebbe essere nella forma di un "traffico a due sensi", piuttosto che di un traffico a senso unico".uindi, prima di metterci in moto,per mostrare la nostra sollecitudine, dovremmo chiederci: "Che cosa possiamo imparare dalla Chiesa in Cina?". In seguito a ulteriori riflessioni teologiche, ho emendato tale domanda e ne ho sollevata una più profonda e appropriata: "Quali elementi specifici della Chiesa primitiva possiamo trovare nelle vite dei cattolici della Cina continentale che possono essere una luce che orienta la Chiesa universale?"» (J. Tong, prefazione a Family News of the Catholic Church in China, Holy Spirit Study Centre, Hong Kong 1990, pp. 2-3).

VORREI CONCLUDERE con le parole sapienti di un missionario che da trent'anni frequenta e conosce le comunità cattoliche in Cina e ha seguito lo sviluppo del cristianesimo cinese contemporaneo; sviluppo certo ricco di contraddizioni e non privo di ombre ma sorprendente frutto della multiforme grazia di Dio: «In questa prospettiva va forse ripensata anche la preoccupazione missionaria e il coinvolgimento della comunità cattolica degli altri Paesi nell'evangelizzazione di questo miliardo di uomini. Non nel senso di disimpegno, ma piuttosto in una riscoperta del valore di una vera solidarietà orante e di un serio impegno spirituale, nella fiduciosa certezza che i disegni di Dio sulla Chiesa cinese non dipendono tanto dal nostro efficientismo, potendo contare sulla forza intrinseca del seme evangelico fecondato da tante sofferenze. E allora anche i tempi esasperatamente lunghi con cui si va trascinando la soluzione di certi problemi concreti della Chiesa in Cina non ci meraviglieranno più tanto» (A.S. Lazzarotto, Sete di Dio nella Cina di Deng, in Mondo e Missione, dicembre 1985, p. 682).

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