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In un'intervista al sito della Custodia di Terra Santa mons. Twal risponde con franchezza alle perplessità dei cristiani palestinesi. E invita tutti a guardare lontano

Manca meno di un mese ormai al viaggio di Benedetto XVI in Terra Santa, in programma dall'8 al 15 maggio. Una vigilia non facile, perché questa visita apostolica si inserisce in un contesto come quello di Gerusalemme, dove le ferite lasciate aperte dalla guerra del gennaio scorso a Gaza sono tutt'altro che sanate. In questa situazione - nella stessa comunità cristiana di Terra Santa - c'è stato chi si è chiesto se non sarebbe stato meglio aspettare un momento migliore per questa visita.

A queste perplessità, all'indomani delle prime celebrazioni pasquali da lui presiedute, risponde oggi il patriarca latino di Gerusalemme mons. Fouad Twal con un'intervista molto interessante che compare sul sito della Custodia di Terra Santa. L'intervista, realizzata da Marie-Armelle Beaulieu, ha il pregio notevole della franchezza con cui temi così delicati vengono affrontati. Proponiamo qui sotto due domande della giornalista e due risposte del patriarca Twal, rimandando a questo link per la lettura del testo completo.

Beatitudine, il pellegrinaggio di Papa Benedetto XVI sopraggiunge in un momento difficile per il paese. E sono stati gli stessi cristiani palestinesi ad esprimere, più di tutti, il loro scetticismo, o meglio, la loro incomprensione per questa scelta. Che cosa potete dir loro?

«È vero che la comunità cristiana locale, palestinese, ha espresso e ci ha manifestato il suo disappunto, i suoi interrogativi e i suoi timori. Ed essendo venuti a conoscenza, prima di loro, del progetto di Sua Santità, ci siamo anche noi interrogati sull’opportunità di questo viaggio. Il fatto che il Santo Padre venga in un momento difficile, in una regione difficile, a incontrare un popolo estremamente sensibile, ci ha fatto riflettere. Ci siamo consultati con gli organizzatori, con lo stesso Santo Padre, e, qui a Gerusalemme, con i nostri fratelli vescovi dell’Assemblea degli Ordinari Cattolici di Terra Santa, i quali presentavano le stesse inquietudini della comunità cristiana locale. Ma, in seguito al nostro scambio, avendo constatato che il programma del pellegrinaggio era ben bilanciato, nei suoi momenti dedicati alla Giordania, alla Palestina e a Israele, abbiamo finito per riconoscere che questo viaggio non poteva che essere un bene, una benedizione per tutti».

Come già fece Giovanni Paolo II, che definì gli ebrei “i nostri fratelli maggiori nella fede”, Papa Benedetto XVI metterà certamente in risalto il legame naturale dei cristiani con l’ebraismo. Ma, dal momento che qui tutto viene politicizzato, questo rischia di essere interpretato come un appoggio a Israele in quanto Stato. Non si rischia così di mettere i cristiani in difficoltà, qui come in tutto il Medio Oriente?

«È difficile trovare il giusto equilibrio, e mantenerlo; detto ciò, più il Vaticano sarà amico d’Israele, più potrà sfruttare questa amicizia per far avanzare la pace e la giustizia. Se le tensioni tra la Chiesa cattolica universale e Israele permangono, ci rimettiamo tutti quanti, cristiani e arabi. Al contrario, se Israele guardasse con fiducia alla Santa Sede, si potrebbe, sulla base di questo rapporto amicale, parlare di verità, di giustizia e di pace. Infatti, soltanto con il linguaggio dell’amicizia si possono pronunciare parole che, per bocca di un nemico, si rifiuterebbero di ascoltare. (...)
Più la Santa Sede è in rapporto di amicizia con Israele, più potrà intervenire in favore di tutti gli abitanti della Terra Santa: ebrei, musulmani e cristiani. È il nostro più grande desiderio».

Intanto segnaliamo che da oggi è attivo il sito internet «ad hoc» che il ministero del turismo israeliano ha realizzato per la visita del Papa. Clicca qui per accedere alla pagina.

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