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Angela sa che la vita è breve e allora parla rapida. Sulle sue labbra i termini inglesi si inseguono fitti, ogni parola addentando la coda della precedente. Il discorso, però, disegna una spirale: ritorna su concetti già espressi e infiora di dettagli notizie già date.
Per due decenni questa donna ha corso più delle sue parole, perennemente trafelata. Da qualche anno in qua, un cancro - domato dai medici - l’ha costretta a rallentare i ritmi, senza per questo renderla pigra o meno vulcanica nelle iniziative.
La incontriamo a Sondrio, durante un soggiorno di alcune settimane in Italia, ospite di amici del circuito del commercio equo. È venuta dal Bangladesh, con due connazionali, per partecipare a una girandola di convegni, serate e incontri. Le tre parlano di artigianato locale, microcredito, gruppi di solidarietà femminile, diritti umani calpestati e riconquistati.
Angela Gomes è la veterana del terzetto, con una biografia che, a suo modo, è una storia di successo. Di quelle che non bastano mai.
Nasce da genitori cattolici in un villaggio alle porte di Dhaka, la capitale del Bangladesh. In famiglia sono nove figli. Oggi ne sopravvivono sei: tre fratelli e tre sorelle. Il papà è seriamente malato e mamma deve mandare avanti la baracca come può. La missione fornisce qualche sostegno. Condizioni tanto precarie offrono un motivo in più per rispettare la consuetudine di dare in moglie le figlie entro i 14 anni d’età: si fa un piccolo sforzo per racimolare la dote, ma la famiglia ha una bocca in meno da sfamare. Angela non ci sta. Tempesta di richieste il parroco, perché l’aiuti a trovare un lavoro. Lui preferisce farla studiare ancora e la manda all’Holy Cross College, in città. Qualche tempo dopo la giovane chiede al missionario gli indirizzi delle missioni nel Paese. Scrive a destra e a manca, chiedendo un impiego. Dalla città di Jessore risponde una scuola gestita dalle suore di Maria Bambina. La Gomes vi si trasferisce. Studia, insegna e dà una mano a badare alle altre studentesse alloggiate presso l’ostello della missione.
È in questo periodo che ha occasione di entrare in contatto con le donne dei villaggi circostanti Jessore. Scopre le loro miserie e riscontra tristi costanti: duri e ripetuti pestaggi da parte dei mariti o dei loro parenti, ripudi illegali, abbandoni del tetto coniugale. Il tutto aggravato da analfabetismo, estrema indigenza e rassegnazione. Come se per la donna non fosse scritto destino migliore su in cielo.
Ultimati gli esami del suo ciclo di studi, Angela decide di dedicare un anno della vita a quelle donne. Lascia la scuola delle suore e implora il missionario lì vicino perché le dia un alloggio. Il padre le offre una sistemazione con la famiglia del giardiniere dentro il recinto della missione. Angela comincia a peregrinare di villaggio in villaggio con lunghi spostamenti a piedi o coi mezzi pubblici. La gente guarda male quella ragazza strana, che abita «insieme» a dei missionari maschi e va raccogliendo le confidenze delle donne musulmane. La diffidenza diventa ostracismo quando la giovane comincia a circolare in sella a una bella bicicletta colorata, offertale da un padre, incurante di infrangere un tabù: nessuna donna della zona ha mai inforcato una bici prima d’allora (siamo a metà anni Settanta in un Bangladesh ha da poco conquistato l’indipendenza). Qualcuno esprime il suo disprezzo in modo ruvido, bersagliandola con sassi ed escrementi. Lei non demorde. Non lo farà mai nella vita, neppure tutte le volte in cui verrà trascinata in tribunale o accusata d’essere a capo di una banda di poche di buono e prostitute. È il prezzo da pagare per affrancare le donne da una schiavitù contro ogni logica e legge umana e divina.
Per conquistare la fiducia delle donne, nella prima stagione del suo impegno, la Gomes ricorre a ogni stratagemma. Il suo nome cristiano è un ostacolo? Lei lo cambia in Anju, che suona più familiare per indù e musulmani. Una ragazza nubile che entra nelle case dà scandalo? Lei racconta d’avere un marito che si trova all’estero per studi. Guardare in volto una donna sposata ma senza figli porta sventura? E lei riferisce d’esser madre di due bei bambini: un maschietto e una femminuccia. Dei musulmani adotta i costumi: prega con le loro stesse posture, si vela il capo come fa ogni donna sposata. Ma va più in là: legge il Corano e impara a citarlo quando incontra qualche pio musulmano per dimostrare che il sacro testo non può essere invocato per opprimere le donne.
L’anno di «volontariato sociale» è agli sgoccioli e Anju capisce che non può fermarsi. L’impegno deve continuare e continuerà fino a riem pire tutta la sua vita. «Le donne che incontravo - ricorda oggi - mi chiedevano aiuto. Volevano che dessi loro un lavoro per guadagnare dei soldi per sé e i propri figli. Chiedevano soprattutto la possibilità di stare in piedi a protestare contro le ingiustizie di cui erano vittime. Io mi chiedevo come fosse possibile creare lavoro. A scuola nessuno me lo aveva insegnato. Ho pensato di partire da quello che avevo: la molta carta accumulata durante gli studi. Con le donne ne abbiamo raccolta dell’altra, l’abbiamo lavorata e trasformata in sacchetti che abbiamo poi venduto ai negozianti. Il poco denaro incassato è bastato a far sentire quelle donne orgogliose e libere».
«È così - riprende la Gomes - che l’azione si è sparsa nei villaggi. Le donne mi invitavano perché nessuno aveva mai fatto qualcosa del genere prima di allora. Stavo sempre con loro e cominciavano a volermi bene. Di villaggio in villaggio le donne si aggregavano spontaneamente per dar corpo a questi gruppi di lavoro. Il mio unico ruolo è stato metterci un po’ di collante, aiutarle a elaborare i loro problemi, gettare una piccola luce così che potessero adottare un approccio positivo alla loro situazione».
Più aumentano le donne intorno ad Angela e più cresce il bisogno di creare lavoro. Si ricorre all’inventiva e via via nascono nuove possibilità. Si comincia a lavorare le fibre di noce di cocco - facilissime da reperire in quanto la gente beve il latte e butta il resto del frutto - come se fossero iuta per poi ricavarne cordame e oggetti d’artigianato. Poi si valorizza la tecnica tradizionale del nakshi katha, un ricamo tipico della zona, arte povera, fino a quel momento mai commercializzata, ma riservata ad uso familiare. Successivamente si introduce la coltivazione di gelsi e l’allevamento di bachi da seta, poi la piscicoltura e così via. Le donne acquistano sicurezza, grazie anche al sostegno internazionale offerto dai canali del commercio equo dischiusi dalla collaborazione con il saveriano valtellinese padre Giovanni Abbiati. Il coordinamento assume la forma di fondazione: la Banchte Shekha. La sede di Jessore gestisce oggi un centro di formazione e addestramento professionale e uno di riabilitazione e fisioterapia che serve un centinaio di bambini disabili. L’organismo è ormai tra le più importanti ong del Paese operanti in favore di donne e minori e la voce della Gomes trova ascolto in ambienti politici e accademici a livello distrettuale e nazionale.
Tra le molteplici iniziative Banchte Shekha annovera anche una residuale attività di microcredito, con la peculiarità di elargire fondi a quella fascia di poveri estremi che avrebbero difficoltà persino a ottenerne da organismi come la Grameen Bank per l’impossibilità di offrire garanzie di solvibilità. In quei casi, spiega la Gomes, il credito va preceduto e accompagnato da misure di promozione sociale. Si erogano poi piccole somme da rendere senza interessi. Via via che la fiducia cresce aumenta anche l’ammontare del prestito e il tasso di interesse da corrispondere (si può arrivare al 12 per cento). L’obiettivo è di rendere le persone in grado di contrarre credito presso qualunque altra istituzione.
Il contributo più originale di Banchte Shekha è però, probabilmente, la creazione in ogni villaggio di un Comitato per la composizione alternativa delle controversie. L’organo è composto da undici membri e assistito da un’operatrice (la paralegal) che la fondazione ha formato nel campo della legislazione nazionale in tema di diritti civili. I membri sono sette donne e quattro uomini - un insegnante, il leader religioso, indù o musulmano, un rappresentante del governo locale e un operatore sociale stimato dalla popolazione - e si pronunciano su tutte le questioni che riguardano i diritti delle donne. Lo schema è alternativo a quello classico in cui a dirimere le questioni era un organo esclusivamente maschile. I dibattiti vengono seguiti con attenzione dalla gente e le deliberazioni dei comitati sono accolte e rispettate. L’esperimento funziona e di villaggio in villaggio si dimostra essere una chiave importante per lo sviluppo e la pace sociale.