MissiOnLine.org L’eco della morte di Eluana nel continente cattolico L’eutanasia scuote l’America Latina Eluana, eutanasia, America Latina, bioetica In molti Paesi è acceso il dibattitto sul fine-vita. Il caso-Englaro ha riattizzato polemiche e ridato forza ai leader «pro-vida»
01/04/2009 L’eco della morte di Eluana nel continente cattolico L’eutanasia scuote l’America Latina di Alejandro Bermudez In molti Paesi è acceso il dibattitto sul fine-vita. Il caso-Englaro ha riattizzato polemiche e ridato forza ai leader «pro-vida»
ELUANA è un nome intraducibile in spagnolo ed Englaro è un cognome assai poco comune nelle grandi colonie italiane dell'area latinoamericana. Tuttavia Eluana Englaro si è trasformata in un personaggio popolare anche alle nostre latitudini. Foto di Eluana hanno riempito gli schermi televisivi e molte organizzazioni pro-vita, dal Messico all'Argentina, hanno lanciato appelli in appoggio alla campagna promossa da Scienza & Vita che diceva «No alla condanna a morte di Eluana Englaro». «Quando è stato annunciato che Eluana era deceduta, molti in America Latina abbiamo sentito che era morto qualcuno che conoscevamo, a cui volevamo bene», dice padre Carlos Loddi, uno dei principali leader pro-vida del Brasile. «Non è avvenuta invano perché ha aperto gli occhi sull'esistenza di molte leggi che, con diversi pretesti e distinte figure giuridiche, vogliono raggiungere l'obiettivo di legalizzare l'eutanasia», spiega la prestigiosa giurista Ilvia Miriam Hoyos, che ha guidato la lotta contro la legalizzazione dell'aborto in Colombia. Nel 1997 la Colombia è stata il primo Paese della regione a depenalizzare l'eutanasia, quando una sentenza della Corte Suprema l'ha dichiarata legale. L'eutanasia tuttavia, grazie a personalità come Hoyos, non si applica ancora, perché la sua regolamentazione richiede quattro dibattiti in Parlamento. Ma in quasi dodici anni ne è stato realizzato appena uno. «La morte di Eluana - dice la dottoressa Hoyos - ci ha aiutato a considerare più attentamente la sfida dell'eutanasia, perché la maggioranza delle organizzazioni pro-vita erano concentrate, comprensibilmente, nelle campagne che cercano di legalizzare l'aborto nella regione». In molti Paesi dell'America Latina si discute di eutanasia. In Messico esiste una legge risalente al 2007, che non è stata ancora regolata dal Parlamento, chiamata «Legge di volontà anticipata», che in teoria non riguarda l'eutanasia, ma la regolamentazione dell'ortotanasia. Ma secondo Amalia Carbajal, una leader pro-vita messicana, «come sempre, il diavolo è nei dettagli: alcuni deputati vogliono regolare la legge in modo che, nella pratica, apra le porte all'eutanasia». In altri Paesi, benché l'eutanasia sia illegale, i sostenitori di questa pratica sono riusciti a creare la figura giuridica del cosiddetto «omicidio pietoso». Così, tanto in Perù come in Uruguay, esistono attualmente clausole del codice penale secondo le quali «colui che, per pietà, uccide un malato incurabile che chiede apertamente e coscientemente di porre fine ai suoi intollerabili dolori, sarà passibile della privazione della libertà per non più di tre anni». In entrambi i Paesi le pene fino a quattro anni di carcere possono essere commutate o sostituite con gli arresti domiciliari. In Uruguay, la legge autorizza anche i giudici a sospendere completamente la pena. Leggi simili esistono in altre nazioni. In Cile, ad esempio, dal 2006 attende di essere discussa in Parlamento una legge che riconoscerebbe «il diritto dei pazienti terminali ad accelerare la loro morte per evitare la sofferenza fisica».
SECONDO PATRICIO Contreras, militante pro-vita locale, «la regolamentazione della legge determinerà se si tratta di una legge che impedisce l'accanimento terapeutico o ammette l'eutanasia nascosta... Molti in Parlamento vorrebbero la seconda cosa». Nel frattempo in Argentina esiste dal 2007, in Senato, un progetto di legge di «testamento biologico». La legge, se dovesse essere approvata, permetterbbe ad ogni cittadino di scegliere in anticipo le condizioni del trattamento medico che riceverebbe nel caso in cui dovesse rimanere incosciente o impossibilitato ad esprimere i suoi desideri se soffre di una malattia degenerativa o terminale. Secondo Liliana Negre, vicepresidente del Senato argentino e presidente dell'Asociación de políticos Pro-vida de América Latina, «il problema della legge sarà la sua regolamentazione. Se i testamenti biologici non verranno approvati all'interno di un quadro etico chiaro, qualsiasi persona potrebbe scegliere per sé l'eutanasia senza che nessuno, né i famigliari né il Senato, possa intervenire». La dottoressa Janet Ramos, consulente legale dell'organizzazione internazionale pro-vida Alianza para la Familia, avverte che, oltre a queste leggi, «potrebbero esistere altri sforzi per legalizzare l'eutanasia in maniera completamente furtiva». «In molti dei nostri Paesi la fonte del diritto non sono più solamente le leggi che nascono in Parlamento e che sono facili da individuare. Adesso esistono organi del potere esecutivo che interpretano norme maggiori e finiscono con l'applicarle in modo tale che l'eutanasia resta approvata».
NONOSTANTE TUTTO, la dottoressa Ramos riconosce che l'impatto emotivo che ha avuto la morte di Eluana in America Latina ha risvegliato molte coscienze e ha allertato molti leaders, specialmente nella Chiesa. Pochi giorni dopo la morte di Eluana, il vescovo ausiliare di Santiago del Cile, Fernando Chomalí, ha scritto un comunicato in cui ha denunciato l'esistenza di «una società che ci valorizza quando siamo sani, quando siamo intelligenti, ma non quando siamo prostrati». Monsignor Chomalí, uno degli esperti regionali di bioetica, ha avvertito che «per noi l'alimentazione e l'idratazione sono azioni totalmente proporzionate e ordinarie, perché stiamo parlando del diritto fondamentale di ogni persona, data la sua intrinseca dignità, ad essere alimentata e idratata». Il vescovo ha denunciato inoltre la progressiva perdita, in America Latina, della rete di sicurezza e assistenza che offrivano i vincoli familiari, rendendo «culturalmente impensabile» l'eutanasia. «La vera risposta alla sofferenza, alla vicinanza della morte e alla disabilità - ha concluso - non è l'eliminazione dei sofferenti, ma la riscoperta della sofferenza come luogo privilegiato della solidarietà».
«La Chiesa brasiliana e le nuove frontiere della bioetica» Eutanasia, aborto, fecondazione assistita... Sono molteplici i fronti della bioetica che interpellano le Chiese latinoamericane e, segnatamente, quella brasiliana. Su questi ambiti la sensibilità sta crescendo, anche se c'è ancora molta strada da fare. È l'opinione di padre Claudio Madasi, prete della diocesi di Como, in Brasile da 21 anni, rettore del seminario di Macapà e consulente teologico del Centro di Bioetica dell'Amazzonia (Cbam) a Belém. Perché è stata realizzata un'istituzione del genere in un'area in cui le priorità sembrerebbero di tutt'altro genere (difesa dell'ambiente, biodiversità ecc.)? La difesa della vita umana - dalla fecondazione alla morte - è prioritaria in ogni parte del mondo e quindi anche in Amazzonia. Il nostro Centro, nato nel 2006 per volere dell'arcidiocesi di Belém, si propone con iniziative rivolte agli ambienti culturali ed ecclesiali di offrire il contributo della bioetica personalista ontologicamente fondata, realizzando conferenze e corsi in varie città dell'Amazzonia e pubblicazioni ad hoc (cfr M.M., giugno-luglio 2007, pp. 37-39). Una delle caratteristiche del Centro è di non essere confessionale, ma aperto a tutti coloro che condividono l'idea di persona umana sopra accennata. Quanto alla difesa dell'ambiente, è una delle finalità statutarie del Cbam; tra i soci fondatori vi sono professionisti nelle aree medico-biologiche, giuridiche, formative ma anche esperti in ecologia. La Campagna di Fraternità 2008 promossa dalla Chiesa brasiliana aveva per tema «Fraternità in difesa della vita - Scegli la vita». Possiamo leggere ciò come una crescita di sensibilità su questi fronti? Senz'altro. Nella mia esperienza brasiliana, ho potuto constatare quanto la Campagna della Fraternità quaresimale arrivi all'intera società brasiliana e non solo alle comunità cattoliche. Particolarmente questa sulla Difesa della Vita è stata marcatamente incisiva. I soci del Cbam sono stati particolarmente attivi: due di loro hanno direttamente collaborato al testo-base della campagna. Tra le numerose iniziative proposte c'è quella di realizzare un centro di aiuto alla vita o un monumento in una piazza pubblica che esalti la vita umana. Uno dei frutti della campagna è stata l'organizzazione di un incontro nazionale (nel giugno scorso a Brasilia) al quale hanno partecipato due rappresentanti per ognuna delle 17 regioni episcopali del Brasile, per promuovere in ogni diocesi brasiliana una commissione in difesa della vita che lavori nella formazione e informazione, appoggiando iniziative a livello politico e sociale in favore della vita umana dov'è maggiormente minacciata. Varie diocesi, specialmente nel centro e nel sud del Paese hanno già queste commissioni e Belém l'ha creata all'inizio della Quaresima 2007. Nel novembre scorso proprio in Brasile (a Itaci) si è svolto il Congresso internazionale «Persona, cultura della morte e cultura della vita», organizzato dalla Pontificia accademia per la vita in collaborazione con i vescovi del Brasile. Era la prima volta che tale Congresso si celebrava fuori Roma... Durante i lavori del Congresso, che hanno visto la partecipazione di 350 persone da tutto il Brasile e dall'Argentina, sono stati toccati molti temi «caldi», tra cui eutanasia e medicina palliativa. Sempre su questi problemi il Cbam ha organizzato l'anno scorso un simposio in università. Del resto, in Brasile e specialmente in Amazzonia poco si parla e meno si praticano la medicina del dolore e le cure palliative. Ebbene: tutti questi fatti dicono che sta aumentando la sensibilità ecclesiale su questi temi, a tutti i livelli. z G.F.