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Erano in Ruanda per occuparsi di malattie mentali, sono stati travolti dal male assoluto del genocidio. Oggi i Fratelli della Carità sono di nuovo lì. Per i loro malati e per la riconciliazione

TORNARE per ricominciare. Sapendo che niente sarà più come prima. Che quei cento giorni maledetti, dal 6 aprile a metà luglio '94, hanno scavato un abisso di orrore e sofferenza, che quindici anni - e molti altri ancora - non possono cancellare.
Una parola come spartiacque: genocidio. Con tutto quello che ha significato allora - 800 mila morti, 2 milioni di profughi e sfollati, un Paese devastato e deturpato in tutte le sue pieghe. E con tutto quello che significa oggi, in termini di ricordo, giustizia, riconciliazione... Tutti termini da leggere al presente imperfetto. Quello di un cammino di ricostruzione del tessuto sociale faticoso e insufficiente e di un'aspirazione alla verità e alla giustizia quasi sempre tradita.
I Fratelli della Carità - congregazione belga con ispirazione internazionale - c'erano prima in Ruanda e ci sono ancora oggi. C'erano sin dal 1929 per occuparsi di educazione, handicap, salute mentale. C'erano durante le prime settimane del genocidio, che hanno vissuto in tutta la loro drammaticità. E ci sono ancora oggi, portandosi appresso un pesante fardello.
Frère René Stockman è medico e professore specializzato in malattia mentale e superiore generale della congregazione. Il Ruanda lo ha sempre vissuto in questa sua duplice veste, di professionista e di responsabile dei suoi confratelli. «Per noi - racconta frère Stockman di ritorno da uno dei suoi numerosissimi viaggi in Africa, Ruanda compreso - questo Paese era un modello di lavoro per tutto ciò che riguarda la cura delle malattie mentali in Africa. Qui avevamo cominciato ad operare con parametri tipicamente occidentali per poi metterci via via più in sintonia con la cultura, le tradizioni, la mentalità del posto, integrando persino i guaritori tradizionali, con tutto l'apporto positivo che possono dare nell'affrontare questo tipo di patologie che hanno un riflesso sociale molto importante».
Quello della malattia mentale in Africa è un tema delicato. È malattia, certo, ma evoca i fantasmi della stregoneria e del pregiudizio, della maledizione e dell'occulto. I malati mentali sono marchiati da un terribile stigma, che li condanna a una vita di nascondimento e reclusione. Spesso legati a catene, vengono abbandonati in angoli bui e lontani, per nasconderne la vista e le urla.

«NEL 1967 - spiega Stockman - su richiesta del governo, abbiamo aperto, attraverso l'organizzazione Caraes, un centro psichiatrico a Ndera, vicino a Kigali. All'inizio, l'obiettivo era innanzitutto quello di liberare i malati psichiatrici rinchiusi nelle prigioni a causa della loro aggressività e di accoglierli nell'ospedale. Nel contempo cominciavamo ad offrire consultazioni e cure appropriate».
Dopo otto anni, quando la struttura di Ndera era ormai consolidata, i Fratelli della Carità cercano di rispondere alla necessità delle zone più periferiche del Paese. Vengono così creati due dispensari, uno nel nord, a Ruhengeri, e uno nel sud, a Butare, vicino al grande Groupe Scolaire, la prima scuola secondaria del Paese, aperta nel 1929 e oggi gestita dalla Chiesa locale. Nel resto del Paese nascono altre dodici «antenne», dove viene formato personale specializzato per far fronte alle esigenze di base. Vengono quindi create delle équipe mobili che dal centro di Ndera visitano i centri pilota e i dispensari per le consultazioni e la formazione. Insomma, una rete articolata che negli anni sviluppa un approccio alla cura della malattia mentale, calato nel contesto sociale e culturale del Paese.

POI, NELL'APRILE '94, l'inizio della fine: l'abbattimento dell'aereo presidenziale dà il via alle prime stragi a Kigali e dintorni. I fratelli di Ndera sono asserragliati nel convento e nell'ospedale. Dentro, oltre ai pazienti, si sono riversati molti rifugiati tutsi. Fuori i miliziani hutu circondano e minacciano le strutture e i loro occupanti. «Per quasi due settimane - racconta Stockman, col dolore nel cuore - i fratelli sono rimasti imprigionati nel convento. Erano una decina; la maggior parte impegnati nel lavoro dell'ospedale psichiatrico. Non riuscivamo ad avere nessun contatto con loro. Finché non sono stati evacuati dai militari belgi e sono partiti con l'ultimo gruppo di soldati. Sapevano che dopo sarebbe stata la catastrofe».
E DOPO, INFATTI, è stato l'orrore: «Tutti i malati e i membri del personale sono stati massacrati». Stockman ha visto il video di quell'evacuazione: «Una volta sola - dice -. Poi non ho più potuto. In quel filmato rivedevo i volti dei miei pazienti e dei nostri collaboratori. Che poi sono stati tutti trucidati. Non sono riuscito a rivederlo una seconda volta».
È rimasta una ferita molto profonda. In lui, nei suoi confratelli. Uno di loro è stato ucciso: «Viaggiava in auto con due fratelli belgi. Li hanno bloccati lungo la strada e lo hanno ammazzato solo perché era tutsi». Un altro è accusato di complicità nel genocidio. «È tuttora in prigione in Ruanda, sottoposto alla giustizia dei gacaca, i tribunali tradizionali, che personalmente non ritengo adeguati ad affrontare una questione così enorme come il genocidio. Ho assistito a testimonianze di gente che non era neppure presente all'epoca dei fatti...».
Tutta la congregazione ne è rimasta profondamente scossa e traumatizzata e ha avviato un percorso di riflessione su se stessa e su quei giorni, su quelle scelte e sulle loro conseguenze: «Restare ed essere uccisi o andarsene? - si interroga ancora oggi il superiore -. Non avevamo scelta. E se anche fossimo rimasti, e se ci fossimo fatti ammazzare, quale senso e valore avrebbe avuto quel gesto? Sono domande a cui ancora oggi è difficile rispondere».

I SEGNI però restano: ferite del cuore e dell'anima che sono rimaste indelebili in coloro che hanno vissuto quei drammatici eventi. «I fratelli che erano in Ruanda, in un modo o nell'altro, ne portano ancora le conseguenze; alcuni continuano ad essere traumatizzati, a vivere un dramma personale che probabilmente si porteranno appresso per tutta la vita; la maggior parte non è più riuscita a tornare, anche chi ci ha provato, qualcuno ha lasciato la congregazione...».
Non diversamente in Ruanda è difficile guarire da quel trauma collettivo. Tanto più che il governo sta facendo poco o nulla per far emergere la verità e promuovere giustizia e riconciliazione, chiudendosi piuttosto nella retorica di un ricordo, che è funzionale solo alla propaganda politica e all'auto-legittimazione.
«Nel novembre del 1994 - continua frère Stockman - siamo tornati in Ruanda per renderci conto della situazione. L'ospedale era totalmente abbandonato e devastato, una visione desolante. Abbiamo deciso di ricominciare subito, qui e altrove, come nei campi del Congo e della Tanzania. Ci siamo detti che noi siamo qui non "per" o "contro" il governo, ma per i malati e per la gente».
Oggi l'ospedale psichiatrico di  Ndera è di nuovo un centro di eccellenza non solo per il Ruanda, ma probabilmente per tutta l'Africa, insieme a quello di Butare: entrambi sono il risultato di un grande sforzo per approfondire le cure e la relazione con il malato. Mentre a Gatagara è stato riaperto un centro per bambini con handicap fisico. Attualmente operano in Ruanda quindici fratelli, tutti ruandesi tranne due belgi. Ma nei loro centri, accanto a coloro che sono affetti da malattie mentali, ora ci sono anche molte persone traumatizzate dal genocidio.
«Tra di loro - spiega il superiore - abbiamo anche una ventina di giovani che all'epoca erano bambini e che portano ancora le conseguenze di quello che hanno subìto o di cui sono stati testimoni. Per questo abbiamo sviluppato programmi specifici per questo genere di traumi con un'équipe specializzata. È un lavoro molto difficile, che deve confrontarsi anche con molte ricadute, specialmente nel mese di aprile, quando molti di loro rivivono di nuovo la sofferenza di quei giorni, sviluppando atteggiamenti psicotici».

IN PARALLELO, è stato avviato anche un importante lavoro con i parenti, in termini di servizi psicologici e terapie familiari, anche se le distanze spesso ostacolano questo tipo di intervento. «Nei limiti del possibile - spiega il superiore generale - chiediamo alle famiglie di partecipare. È un piccolo contributo che cerchiamo di dare al difficile processo di riconciliazione. Nella terapia delle persone traumatizzate l'aspetto della riconciliazione è importante perché li aiuta anzitutto a trovare pace in loro stessi».
Sono piccoli semi, che in un contesto difficile come quello del Ruanda, fondato su un equilibrio estremamente precario, rappresentano un importante investimento per il futuro.

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