| 27/04/2010 Ruanda-Canada «Perdono per aver fallito sul genocidio» |
| 30/03/2012 PARLA LA SCRITTRICE SOPRAVVISSUTA AL GENOCIDIO Dare nome al male per ritrovare il bene di Chiara Zappa |
| 02/04/2009 Ruanda «Tra i feriti nell'anima, 15 anni dopo» |
| 30/03/2012 Ruanda, il Male e i Giusti |
| 28/07/2009 Africa Missionario italiano tra i Giusti del Ruanda |
A quindici anni dal genocidio, parla frère StockmanTORNARE per ricominciare. Sapendo che niente sarà più come prima. Che
quei cento giorni maledetti, dal 6 aprile a metà luglio '94, hanno
scavato un abisso di orrore e sofferenza, che quindici anni - e molti
altri ancora - non possono cancellare.
Una parola come
spartiacque: genocidio. Con tutto quello che ha significato allora -
800 mila morti, 2 milioni di profughi e sfollati, un Paese devastato e
deturpato in tutte le sue pieghe. E con tutto quello che significa
oggi, in termini di ricordo, giustizia, riconciliazione... Tutti
termini da leggere al presente imperfetto. Quello di un cammino di
ricostruzione del tessuto sociale faticoso e insufficiente e di
un'aspirazione alla verità e alla giustizia quasi sempre tradita.
I
Fratelli della Carità - congregazione belga con ispirazione
internazionale - c'erano prima in Ruanda e ci sono ancora oggi. C'erano
sin dal 1929 per occuparsi di educazione, handicap, salute mentale.
C'erano durante le prime settimane del genocidio, che hanno vissuto in
tutta la loro drammaticità. E ci sono ancora oggi, portandosi appresso
un pesante fardello.
Frère René Stockman è medico e professore
specializzato in malattia mentale e superiore generale della
congregazione. Il Ruanda lo ha sempre vissuto in questa sua duplice
veste, di professionista e di responsabile dei suoi confratelli. «Per
noi - racconta frère Stockman di ritorno da uno dei suoi numerosissimi
viaggi in Africa, Ruanda compreso - questo Paese era un modello di
lavoro per tutto ciò che riguarda la cura delle malattie mentali in
Africa. Qui avevamo cominciato ad operare con parametri tipicamente
occidentali per poi metterci via via più in sintonia con la cultura, le
tradizioni, la mentalità del posto, integrando persino i guaritori
tradizionali, con tutto l'apporto positivo che possono dare
nell'affrontare questo tipo di patologie che hanno un riflesso sociale
molto importante».
Quello della malattia mentale in Africa è un tema
delicato. È malattia, certo, ma evoca i fantasmi della stregoneria e
del pregiudizio, della maledizione e dell'occulto. I malati mentali
sono marchiati da un terribile stigma, che li condanna a una vita di
nascondimento e reclusione. Spesso legati a catene, vengono abbandonati
in angoli bui e lontani, per nasconderne la vista e le urla.
«NEL
1967 - spiega Stockman - su richiesta del governo, abbiamo aperto,
attraverso l'organizzazione Caraes, un centro psichiatrico a Ndera,
vicino a Kigali. All'inizio, l'obiettivo era innanzitutto quello di
liberare i malati psichiatrici rinchiusi nelle prigioni a causa della
loro aggressività e di accoglierli nell'ospedale. Nel contempo
cominciavamo ad offrire consultazioni e cure appropriate».
Dopo
otto anni, quando la struttura di Ndera era ormai consolidata, i
Fratelli della Carità cercano di rispondere alla necessità delle zone
più periferiche del Paese. Vengono così creati due dispensari, uno nel
nord, a Ruhengeri, e uno nel sud, a Butare, vicino al grande Groupe
Scolaire, la prima scuola secondaria del Paese, aperta nel 1929 e oggi
gestita dalla Chiesa locale. Nel resto del Paese nascono altre dodici
«antenne», dove viene formato personale specializzato per far fronte
alle esigenze di base. Vengono quindi create delle équipe mobili che
dal centro di Ndera visitano i centri pilota e i dispensari per le
consultazioni e la formazione. Insomma, una rete articolata che negli
anni sviluppa un approccio alla cura della malattia mentale, calato nel
contesto sociale e culturale del Paese.
POI, NELL'APRILE '94,
l'inizio della fine: l'abbattimento dell'aereo presidenziale dà il via
alle prime stragi a Kigali e dintorni. I fratelli di Ndera sono
asserragliati nel convento e nell'ospedale. Dentro, oltre ai pazienti,
si sono riversati molti rifugiati tutsi. Fuori i miliziani hutu
circondano e minacciano le strutture e i loro occupanti. «Per quasi due
settimane - racconta Stockman, col dolore nel cuore - i fratelli sono
rimasti imprigionati nel convento. Erano una decina; la maggior parte
impegnati nel lavoro dell'ospedale psichiatrico. Non riuscivamo ad
avere nessun contatto con loro. Finché non sono stati evacuati dai
militari belgi e sono partiti con l'ultimo gruppo di soldati. Sapevano
che dopo sarebbe stata la catastrofe».
E DOPO, INFATTI, è stato
l'orrore: «Tutti i malati e i membri del personale sono stati
massacrati». Stockman ha visto il video di quell'evacuazione: «Una
volta sola - dice -. Poi non ho più potuto. In quel filmato rivedevo i
volti dei miei pazienti e dei nostri collaboratori. Che poi sono stati
tutti trucidati. Non sono riuscito a rivederlo una seconda volta».
È
rimasta una ferita molto profonda. In lui, nei suoi confratelli. Uno di
loro è stato ucciso: «Viaggiava in auto con due fratelli belgi. Li
hanno bloccati lungo la strada e lo hanno ammazzato solo perché era
tutsi». Un altro è accusato di complicità nel genocidio. «È tuttora in
prigione in Ruanda, sottoposto alla giustizia dei gacaca, i tribunali
tradizionali, che personalmente non ritengo adeguati ad affrontare una
questione così enorme come il genocidio. Ho assistito a testimonianze
di gente che non era neppure presente all'epoca dei fatti...».
Tutta
la congregazione ne è rimasta profondamente scossa e traumatizzata e ha
avviato un percorso di riflessione su se stessa e su quei giorni, su
quelle scelte e sulle loro conseguenze: «Restare ed essere uccisi o
andarsene? - si interroga ancora oggi il superiore -. Non avevamo
scelta. E se anche fossimo rimasti, e se ci fossimo fatti ammazzare,
quale senso e valore avrebbe avuto quel gesto? Sono domande a cui
ancora oggi è difficile rispondere».
I SEGNI però restano:
ferite del cuore e dell'anima che sono rimaste indelebili in coloro che
hanno vissuto quei drammatici eventi. «I fratelli che erano in Ruanda,
in un modo o nell'altro, ne portano ancora le conseguenze; alcuni
continuano ad essere traumatizzati, a vivere un dramma personale che
probabilmente si porteranno appresso per tutta la vita; la maggior
parte non è più riuscita a tornare, anche chi ci ha provato, qualcuno
ha lasciato la congregazione...».
Non diversamente in Ruanda è
difficile guarire da quel trauma collettivo. Tanto più che il governo
sta facendo poco o nulla per far emergere la verità e promuovere
giustizia e riconciliazione, chiudendosi piuttosto nella retorica di un
ricordo, che è funzionale solo alla propaganda politica e
all'auto-legittimazione.
«Nel novembre del 1994 - continua frère
Stockman - siamo tornati in Ruanda per renderci conto della situazione.
L'ospedale era totalmente abbandonato e devastato, una visione
desolante. Abbiamo deciso di ricominciare subito, qui e altrove, come
nei campi del Congo e della Tanzania. Ci siamo detti che noi siamo qui
non "per" o "contro" il governo, ma per i malati e per la gente».
Oggi
l'ospedale psichiatrico di Ndera è di nuovo un centro di eccellenza
non solo per il Ruanda, ma probabilmente per tutta l'Africa, insieme a
quello di Butare: entrambi sono il risultato di un grande sforzo per
approfondire le cure e la relazione con il malato. Mentre a Gatagara è
stato riaperto un centro per bambini con handicap fisico. Attualmente
operano in Ruanda quindici fratelli, tutti ruandesi tranne due belgi.
Ma nei loro centri, accanto a coloro che sono affetti da malattie
mentali, ora ci sono anche molte persone traumatizzate dal genocidio.
«Tra
di loro - spiega il superiore - abbiamo anche una ventina di giovani
che all'epoca erano bambini e che portano ancora le conseguenze di
quello che hanno subìto o di cui sono stati testimoni. Per questo
abbiamo sviluppato programmi specifici per questo genere di traumi con
un'équipe specializzata. È un lavoro molto difficile, che deve
confrontarsi anche con molte ricadute, specialmente nel mese di aprile,
quando molti di loro rivivono di nuovo la sofferenza di quei giorni,
sviluppando atteggiamenti psicotici».
IN PARALLELO, è stato
avviato anche un importante lavoro con i parenti, in termini di servizi
psicologici e terapie familiari, anche se le distanze spesso ostacolano
questo tipo di intervento. «Nei limiti del possibile - spiega il
superiore generale - chiediamo alle famiglie di partecipare. È un
piccolo contributo che cerchiamo di dare al difficile processo di
riconciliazione. Nella terapia delle persone traumatizzate l'aspetto
della riconciliazione è importante perché li aiuta anzitutto a trovare
pace in loro stessi».
Sono piccoli semi, che in un contesto
difficile come quello del Ruanda, fondato su un equilibrio estremamente
precario, rappresentano un importante investimento per il futuro.