MissiOnLine.org 710 milioni alle urne tra il 16 aprile e il 13 maggio New Delhi il voto più difficile elezioni, democrazia, India, Congress, Bjp, Mayawati

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La rivistaAprile 2009
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01/04/2009   
710 milioni alle urne tra il 16 aprile e il 13 maggio
New Delhi il voto più difficile
di Giorgio Bernardelli

AL VOTO SCAGLIONATI in cinque giovedì consecutivi, dal 16 aprile al 13 maggio. Con il conteggio delle schede fissato per tutti sabato 16 maggio. Già il meccanismo dice tutta la complessità dell'appuntamento elettorale in quella che ama definirsi la più grande democrazia del mondo. L'India va al voto per eleggere la Lok Sabha, il parlamento federale di New Delhi. Chiamare alle urne 710 milioni di elettori per un'elezione i cui risultati contano davvero, non è cosa di tutti i giorni. Se poi aggiungiamo il momento delicato che il subcontinente sta vivendo - con i dubbi sugli effetti della crisi finanziaria globale sulla Shining India, il terrorismo islamico portato alla ribalta dagli assalti di Mumbai, la crescita delle violenze tra le comunità - si capisce perché le elezioni siano considerate un passaggio decisivo per New Delhi.
Lo scontro principale è - come sempre - quello tra l'Indian National Congress, lo storico partito della dinastia Gandhi-Nehru, e il Bharatiya Janata Party (Bjp), il partito dei nazionalisti indù. Il primo viene dai cinque anni di governo del premier Manmohan Singh, già ministro delle finanze negli anni delle liberalizzazioni, primo sikh a guidare il governo federale. Nel 2004 la leader del Congress Sonia Gandhi - la vedova dell'ex primo ministro Rajiv - aveva scelto lui alla testa di una coalizione di governo eterogenea (fino allo strappo di un anno fa sulla questione degli accordi nucleari con gli Stati Uniti comprendeva anche la sinistra marxista). Nonostante i suoi 77 anni e un bypass appena impiantato, è probabile che in caso di vittoria il Congress farà ancora ricorso al suo prestigio internazionale. Anche se queste elezioni stanno segnando l'ascesa del leader di «nuova generazione»: Raoul Gandhi, il figlio trentanovenne di Sonia, dal 2007 segretario generale del partito.
In qualche modo speculare è la situazione nel Bjp. Il candidato premier ufficiale è Lal Khrisna Advani, che di anni ne ha addirittura 82. Advani ha iniziato la marcia di avvicinamento alle elezioni già un anno fa, pubblicando la sua autobiografia «My country, my life». Un libro teso a dipingerlo come un leader affidabile e moderato. Impresa, però, non facile: Advani - infatti - negli anni Ottanta è stato il principale ispiratore della campagna per la ricostruzione del tempio di Ram ad Ayodhya. Una battaglia sfociata il 6 dicembre 1992 nella distruzione della Babri Masjid, la moschea di Ayodhya, costruita nel 1528 in quello che - secondo i fondamentalisti indù - è il luogo di nascita del dio Ram. Quell'episodio resta tuttora un nervo scoperto nei rapporti tra indù e musulmani (M.M., febbraio 2009, pp. 6-10). E in campagna elettorale Advani non ha mancato di spiegare che il Bjp ad Ayodhya darà inizio ai lavori per la costruzione del Tempio di Ram. Anche lui - però - è il leader solo fino a un certo punto. Perché tra i nazionalisti è in ascesa la stella di Narendra Modi, 59 anni, primo ministro dello Stato del Gujarat. Un leader molto più carismatico, contestato dall'India laica (che lo accusa di essere stato complice delle violenze anti-islamiche del 2002) ma forte dei risultati economici raggiunti dal suo governo locale grazie al modello delle Zone economiche speciali.
Dunque laici del Congress contro nazionalisti indù del Bjp, Manmohan Singh contro Lal Khrisna Advani e (probabilmente domani) Raoul Gandhi contro Narendra Modi? In realtà è una fotografia che racconta solo in parte l'attuale situazione della democrazia indiana. Perché, in realtà, sia il Congress sia il Bjp oggi sono partiti che possono aspirare a governare il Paese solo con il sostegno determinante di una lunga trafila di piccole formazioni locali. È infatti dal 1989 che nessun partito in India raccoglie alle elezioni generali la maggioranza assoluta dei seggi. Cinque anni fa il Congress non è andato oltre il 26,2 per cento dei voti, il Bjp si è fermato addirittura al 21,5 per cento. Anche in un sistema maggioritario uninominale come quello indiano - che premia comunque i partiti più grandi - su 543 seggi il Congress da solo ne aveva presi appena 145, il Bjp 138. Grazie ad altri undici partiti locali con cui aveva stipulato accordi di desistenza il partito di Sonia Gandhi ha potuto comunque contare su 219 seggi (coi propri «satelliti» - invece  - i nazionalisti indù si erano fermati a quota 185). In ogni caso, però, sono numeri che non bastano. Di qui la necessità di tessere alleanze anche con alcuni degli altri partiti «indipendenti» (ben diciannove) che riescono a eleggere propri deputati alla Lok Sabha.

IN OCCASIONE delle elezioni del 2004 il Congress - che veniva da una legislatura all'opposizione - aveva scelto l'alleanza con il Fronte delle sinistre (guidato dai due partiti comunisti, che insieme significano da soli 53 seggi). Si è rivelata, però, una convivenza turbolenta sia per via delle difficoltà a coniugare la politica economica di Singh con le rivendicazioni sociali dei comunisti, sia per le divergenze sulla politica estera. Così nell'estate 2008 l'alleanza è saltata e nel prossimo parlamento appare difficilmente riproponibile. Per restare a galla il Congress ha dovuto imbarcare il Samajwadi Party, il partito dei contadini dell'Uttar Pradesh. Una forza politica che, grazie al suo radicamento in uno Stato molto popoloso, nel 2004 aveva trasformato il suo misero 4,1 per cento di voti in ben 36 seggi.
Tutto questo per dire come la frammentazione sia in realtà il tratto dominante oggi della politica indiana. Le settimane che hanno preceduto la definizione delle candidature hanno visto i due partiti impegnati in lunghe trattative sulla spartizione dei seggi negli accordi di desistenza. È il volto di un localismo in forte crescita in India. E se lo si abbina al non proprio altissimo tasso di moralità dei politici indiani  (dei 543 parlamentari uscenti un quarto è indagato e tra i reati contestati figurano anche l'omicidio, il rapimento e lo stupro) il quadro che ne esce non è certo edificante.
Questa grande frammentazione sta avendo, però, anche un altro effetto: ci si inizia a chiedere se non ci sia spazio per un terzo fronte, alternativo sia al Congress sia al Bjp. È l'ambizione principalmente di Kumari Mayawati, 53 anni, primo ministro dell'Uttar Pradesh (Stato fondamentale, dal momento che da solo elegge 80 deputati al parlamento) e leader del Bahujan Samai Party (Bsp), il partito dei dalit (i fuori casta). Nel maggio 2007 la sua vittoria nelle elezioni per l'Assemblea legislativa locale è stata la grande sorpresa della politica indiana (M.M., novembre 2008, pp. 20-24). In questi due anni il Bsp ha cercato di rafforzare la sua presenza anche in altri Stati indiani. E se questa volta riuscisse a guadagnare un numero consistente di deputati anche a New Delhi, potrebbe rispondere ai segnali di fumo che il Fronte delle sinistre e alcuni altri partiti minori le stanno già lanciando. Proponendosi come guida di un terzo schieramento all'interno del parlamento indiano.

IN QUESTA VIGILIA elettorale così complessa, come si pongono i cristiani dell'India? Le violenze subi-te in Orissa (120 i morti a causa delle scorribande dei fondamentalisti indù) e in altri Stati hanno lasciato pesantemente il segno in questa comunità che rappresenta circa il 3 per cento della popolazione. Non stupisce, dunque, che la tutela di tutte le minoranze e la difesa della laicità dello Stato compaiano al centro di due distinti documenti elaborati alla vigilia del voto: un appello della Conferenza episcopale firmato dal segretario, mons. Stanislaus Fernandes, arcivescovo di Gandhinagar, e un Memorandum ai partiti politici elaborato da un cartello di associazioni e personalità cristiane di diverse confessioni. Entrambi i testi invitano i cristiani ad assumersi le proprie responsabilità, indirizzando il voto a «quanti lavorano per rafforzare la democrazia e la laicità nel Paese». Riguardo ai fatti avvenuti in Orissa, ai futuri governanti il Memorandum chiede indagini serie e risarcimenti equi, ma anche attività di contrasto nei confronti di chi continua a predicare l'odio. Viene rinnovata la richiesta di ammettere cristiani e musulmani ai benefici garantiti dalla legge ai gruppi sociali storicamente discriminati per via del sistema delle caste. Un punto significativo, poi, è dedicato alla bioetica, con l'invito a «non approvare leggi che scendano a compromessi sulla difesa della vita».

MA IL PASSAGGIO forse più forte sono le parole che l'appello della Conferenza episcopale dedica alla situazione economica del Paese, contrassegnata da due volti opposti: l'India delle grandi performance finanziarie e quella dei suicidi dei contadini. «La mancanza di sensibilità - scrive mons. Fernandes - nei confronti di lamentele legittime come quelle di chi subisce le conseguenze della mancanza di terra, del malgoverno o della disoccupazione diffusa, hanno spinto alcune di queste persone a sbagliare scegliendo la strada della violenza. Considerare però queste violenze come un mero problema di ordine pubblico e reprimerle solo con la forza è una risposta preoccupante. La tanto lodata crescita economica - conclude il segretario dei vescovi indiani - si giustifica solo se è socialmente inclusiva e i benefici raggiungono davvero gli strati più poveri del nostro Paese».
Al di là del braccio di ferro sui seggi, al di là dei nuovi volti emergenti, è questa la vera sfida che la più grande democrazia del mondo oggi si trova davanti. Non perderla di vista nel gioco delle alleanze è la profezia che la Chiesa indiana non si stanca di annunciare anche in questo momento così delicato.



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