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01/03/2009   
Quando la fede non penetra la vita
di Marco Pagani
I vescovi del Camerun: «Perché le chiese sono piene, ma la società è allo sbando?»

Se Atene piange, Sparta non ride, verrebbe da dire leggendo la nota dei vescovi del Camerun a conclusione dell’ultima assemblea. Difatti, che nazione e che Chiesa incontrerà Benedetto XVI sbarcando all’aereoporto di Yaoundé?
Una nazione minata dalla corruzione, divenuta sistema di gestione dei fondi pubblici dello Stato, ma soprattutto costume generalizzato nel comportamento di molti camerunesi, al di là del ruolo politico più o meno prestigioso che occupano. Qualcuno è finito in prigione più per calmare le acque, che per affrontare realmente il problema. Perché la corruzione è divenuta un fatto sociale, dicono i vescovi, che mina ogni possibilità di sviluppo.
La disoccupazione colpisce in modo particolare le giovani generazioni. Tutti a scuola, molti in università, senza reali possibilità di trovare, dopo, un lavoro. Tutti in attesa di concorsi pubblici, per diventare in qualche modo funzionari dello Stato, un posto assicurato a vita. Ma i concorsi per entrarvi sono spesso truccati, e occorre pagare cifre rilevanti perché il proprio dossier avanzi...  
La nazione è divisa, e i politici usano tali divisioni per mantenere il potere con pratiche mafiose.
La criminalità aumenta, e le cause sono da ricercare in una situazione economica sempre più di¬sastrosa. Ma esiste anche una criminalità di tipo politico. Più di una ventina tra preti, religiosi e religiose, sono stati uccisi in Camerun: nessun indiziato, nessun colpevole!
Del resto anche Benedetto XVI, ricevendo il nuovo ambasciatore del Camerun in Vaticano ricordava: «Come non ricordare le morti tragiche di monsignor Yves Plumey, del padre gesuita Engelbert Mveng, e più di recente del fratello clarettiano tedesco Anton Probst! Uno dei doveri fondamentali dei responsabili politici è senza alcun dubbio quello di offrire ai loro concittadini una situazione pacificata e la concordia, impegnandosi a mettere fine alle tensioni e al malcontento, che generano regolarmente conflitti, per far prevalere il dialogo e il rispetto della legittima diversità culturale fra i gruppi sociali ed etnici, al fine di costruire e unificare la nazione».
Abbiamo le chiese piene di gente la domenica, dicono i vescovi, e le nostre liturgie sono belle, ma non c’è una vera vita cristiana... Quanti funzionari corrotti, si chiedono, hanno studiato nelle nostre scuole cattoliche? Perché non riusciamo a cambiare la società, ed essere operatori di giustizia nel civile? Perché la fede è spesso ridotta al solo culto, a grandi celebrazioni, senza che la vita reale cambi? Occorre che si educhi sempre di più la coscienza dei cristiani perché possano porre atti conformi alla volontà di Dio, dicono i vescovi, richiamando il ruolo della scuola cattolica e la saggezza ancestrale delle popolazioni.
Nel richiamo finale si evidenzia il limite di metodo della Chiesa camerunese: un richiamo agli individui, dove pare sia tralasciato l’aspetto dell’appartenenza alla Chiesa, un’etnia sui generis come ebbe a dire Paolo VI. Dove sta invece la chiave di volta? Lo dice Giovanni Paolo II nell’esortazione apostolica rivolta ai fedeli cristiani. «Nello scoprire e nel vivere la propria vocazione e missione, i fedeli laici devono essere formati a quell’unità di cui è segnato il loro stesso essere di membri della Chiesa e di cittadini della società umana...  A questa unità di vita il Concilio Vaticano II ha invitato tutti i fedeli laici denunciando con forza la gravità della frattura tra fede e vita, tra Vangelo e cultura: “Il distacco, che si costata in molti, tra la fede che professano e la loro vita quotidiana, va annoverato tra i più gravi errori del nostro tempo”. (...) Una fede che non diventa cultura è una fede “non pienamente accolta, non interamente pensata, non fedelmente vissuta”».



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